Taranto, un modello di rinascita?

 

Idee e progetti a confronto in una tavola rotonda virtuale. L’obiettivo? Rendere Taranto un modello di transizione ecologica.
pubblicato il 07 Giugno 2020, 17:00
9 mins

«Taranto: una città in Europa che resiste e deve risorgere». Titolo decisamente impegnativo per la tavola rotonda virtuale organizzata dal progetto Polilaw del Politecnico di Milano in collaborazione con il Talassografico e con il Centro di Cultura “Lazzati” di Taranto.

Otto i relatori, per raccontare da diversi punti di vista cosa si sta facendo, cosa si potrebbe fare e cosa si dovrà fare per immaginare di rovesciare la percezione che di Taranto si ha nel sentire comune: Giovanni Fanelli (Responsabile di Sede CNR – IRSA Taranto), Vincenzo Mercinelli (Centro di Cultura “G. Lazzati” Taranto), Pierluigi Mantini (Politecnico Milano), Giuseppe Catalano (Direttore Struttura Tecnica Missione Ministero Infrastrutture Trasporti), Sergio Prete (Presidente Autorità Sistema Portuale Mar Jonio), Fabrizio Manzulli (Comune Taranto – Urban Transition Center “Ecosistema Taranto”), Cosimo Bisignano (Confcommercio Taranto) e Pasquale di Ponzio (Confindustria Taranto), con la moderazione di Fernando Rubino (CNR – IRSA Taranto) e Costantino Ruscigno (Politecnico Milano).

Sliding doors

La prima sensazione che si avverte ascoltando gli interventi dei relatori è che davvero Taranto si trovi ad un bivio, uno di quei momenti della vita che talvolta si definiscono sliding doors: dalla strada che si sceglierà oggi dipenderanno i prossimi anni, forse i prossimi decenni. Si tratta di un concetto che abbiamo spesso sottolineato, specie nei nostri articoli sul CIS, ma non lo si ripete mai abbastanza.

Gli elementi per una rinascita, a ben vedere, ci sono tutti: c’è l’attenzione di chi per mestiere studia queste problematiche; c’è la volontà delle autorità (su tutte l’Amministrazione Comunale) di mettere in campo un importante e quanto mai necessario lavoro di pianificazione; c’è, infine, un’autentica pioggia di milioni sulla città.

Agenda 2030, Taranto un caso di studio

Taranto appare come un autentico caso di studio per gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite: una città che attualmente rappresenta nell’immaginario collettivo l’emblema dello sviluppo non sostenibile, dal punto di vista ambientale, sociale, economico, e che ha la possibilità di cambiare radicalmente il proprio destino. Raccontando l’attività del Talassografico-CNR, il prof. Giovanni Fanelli indica una linea d’azione chiara: trasferire le conoscenze maturate con gli studi (che nel caso del Talassografico durano da oltre un secolo) in pratiche concrete per la tutela dell’ambiente. Nel caso del Mar Piccolo, ad esempio, esaltando gli aspetti di sostenibilità della molluschicoltura e rendendo più sostenibile anche la pratica dell’acquacoltura.

Che la formazione debba essere centrale nella costruzione di un nuovo paradigma economico-sociale lo riafferma con forza anche il prof. Mercinelli del Centro di Cultura “Lazzati”, che azzarda anche una previsione sugli scenari futuri, quando afferma che i grandi investitori hanno già capito che bisogna investire nelle imprese “green” perché sono le uniche che saranno capaci di essere redditizie nel medio-lungo periodo. E viene da domandarsi (aggiungiamo noi) se il nostro tessuto economico, fatto di piccole, piccolissime e minuscole imprese sarà in grado di stare al passo con i tempi.

Nel futuro una mobilità diversa

Gran parte del futuro della città (e delle città, se è vero che Taranto può diventare un modello da seguire) passa attraverso il grande tema della mobilità. È notizia di questi giorni lo stanziamento di 800mila euro per la realizzazione di percorsi ciclopedonali che cambino il modo di vivere la città (e chi ha provato qualche volta ad attraversarla in bicicletta sa quanto possa essere snervante). Beh, il direttore della Struttura di Missione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti Giuseppe Catalano assicura che c’è molto altro che bolle in pentola.

La rete BRT prevista dal PUMS.

I consistenti fondi stanziati dal MIT per Taranto con il Decreto Rilancio (per approfondire leggi qui) agiranno su due fronti: la mobilità interna alla città e quella esterna, che collega la città con il resto del mondo. Sul fronte interno, l’emblema del cambiamento della città saranno le ormai famigerate linee BRT, Bus Rapid Transit, previste dal Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, ovvero quegli autobus rapidi che dal punto di vista della fruizione dovrebbero somigliare molto più a dei tram, con corse frequenti, veloci e soprattutto monitorabili da parte dei passeggeri in attesa alle fermate. Il ministero, come ricorderanno i nostri lettori più assidui, si è impegnato a finanziare una delle due linee, quella che va dal quartiere Tamburi a Talsano, mentre l’altra dovrà essere finanziata dal Comune. Sul fronte esterno, invece, si lavorerà soprattutto sui collegamenti ferroviari, con la città e l’aeroporto di Brindisi, e sulle due stazioni, quella centrale (di cui sarà rivisto il sottopasso per un esborso di 10 milioni di euro) e quella di Nasisi, che dovrà diventare un polo per lo smistamento delle merci che riduca il più inquinante trasporto su gomma. Sull’altro fronte caldo, quello dell’aeroporto di Grottaglie, Catalano assicura che si sta lavorando con l’ENAC per formulare prima dell’estate delle proposte fondate su una valutazione realistica dei volumi di traffico realizzabili.

Il tecnico del MIT, poi, lancia un avvertimento: i soldi sono nulla senza rapidità di esecuzione. E mette in guardia: gli interventi per la mobilità esterna saranno per lo più in mano a Rete Ferroviaria Italiana che, sostiene, è una delle migliori stazioni appaltanti in termini di capacità di spesa. Gli interventi per la mobilità interna, però, saranno in mano al Comune di Taranto («come è giusto che sia», si affretta a precisare). È dunque ora in mano al Comune anche l’obbligo di agire con tempestività, senza che sia necessario far ricorso alla pratica tutta nostrana dei commissari con poteri straordinari per sbloccare le opere.

Già, ma il Comune cosa dice?

A nome dell’Ente prende la parola Fabrizio Manzulli dell’Urban Transition Center, che rivendica in prima battuta il grande lavoro che l’Amministrazione sta effettuando in termini di pianificazione (si pensi solo al Piano Urbanistico Generale e al già citato Piano della Mobilità Sostenibile). Illustrando il piano “Ecosistema Taranto” (ritenuto così cruciale dall’Amministrazione da decidere di chiamare con questo nome anche la pagina Facebook ufficiale dell’ente) Manzulli ne esplicita i quattro assi di intervento: accessibilità e connessione, cultura dell’abitare, innovazione di processo, spazio alle comunità. Un piano, rivendica, nato da un percorso partecipato, fatto di studi di esperti e di incontri con i cittadini (leggi qui). Elenca, poi, alcuni interventi di prossima realizzazione che vorrebbero iniziare a fare di Taranto una smart city: wi-fi nelle piazze, stazioni di bike sharing, piste ciclabili (leggi qui), santuario dei delfini all’isola di San Paolo (leggi qui).

Che sia la volta buona

Molti altri sarebbero i temi di cui rendervi conto, visto anche il parterre di ospiti così ampio (forse perfino troppo).

A noi resta solo di sottolineare, ancora una volta, che davvero questi anni potranno essere ricordati come quelli in cui cominciò la rinascita di Taranto. Perché questo accada, però, è necessario un grande lavoro da parte di tutti i soggetti coinvolti. Ma, ancora di più, è necessario che sia la cittadinanza a crederci, a fare pressioni sulle istituzioni perché i progetti siano realizzati, a mettere da parte una volta per tutte il clima di perenne piagnisteo e auto-denigrazione che, sin qui, non ha portato a nulla di buono.

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