Messaggi dal domani

 

pubblicato il 07 Giugno 2020, 07:00
10 mins

Mentre due giorni fa si celebrava la Giornata Mondiale per l’Ambiente, dall’America Latina il biologo colombiano Fernando Alzate (nella foto) annunciava la scoperta una nuova specie di pianta appartenente alle “Frailejon”, una Espeletia appartenente alla famiglia del girasole che si adatta alle variazioni di temperatura. Una buona notizia, in mezzo ai molti dati diffusi in occasione di questa importante giornata, non proprio confortanti. E ora più che mai, uscendo da questa emergenza, è necessario iniziare a cercare una soluzione partecipata e collettiva per affrontare i riverberi di questa grave crisi, sanitaria, sociale ed economica, attraverso le scelte dei governi, dei cittadini e delle aziende, proponendo in un dibattito partecipato le diverse strade da intraprendere per superare le sfide future.

Le minacce alla biodiversità sono state il tema principale della Giornata e secondo gli scienziati, il ritmo con cui le specie si stanno estinguendo per l’intervento umano le specie animali e vegetali è da 100 a 1000 volte superiore a quello registrato in epoca pre-umana. Estinzioni che per il 75 per cento sono state causate da un eccessivo sfruttamento delle specie, delle distruzioni degli habitat, dall’agricoltura intensiva. Inquinamento e l’introduzione di specie invasive sono i danni di epoca più recente e hanno preceduto le “nuove” estinzioni attribuibili all’emergenza climatica.

Sono un buon punto di partenza per cominciare a costruirsi un quadro complessivo, le idee contenute in “Il Mondo che Verrà nasce ora – Scelte sostenibili al centro del rilancio del Paese”, il titolo del documento elaborato dal WWF, parte della campagna di consultazione lanciata con 50 proposte innovative declinate in 18 campi di intervento riguardo: le scelte energetiche per il graduale abbandono dai combustibili fossili; gli strumenti per mettere in sicurezza il capitale naturale del Paese; la tutela del mare; il processo di selezione delle grandi opere pubbliche; la definizione delle priorità nel settore dei trasporti; i trasporti; la progettazione di città resilienti; il risanamento e il recupero delle grandi aree inquinate; la realizzazione di un turismo sostenibile in grado di valorizzare ricchezza naturalistica e paesaggistica del Paese; l’agricoltura sostenibile; la messa in sicurezza del territorio; la gestione responsabile del patrimonio forestale; l’impostazione di una nuova politica industriale; l’impulso di un’economia circolare in tempi di crisi; la riduzione dell’uso della plastica; il ruolo virtuoso della Pubblica Amministrazione; l’aumento di investimenti di spesa per lo Sviluppo Sostenibile; l’assegnazione di un ruolo dinamico in tutto questo alla scuola.

Tanti gli ambiti nei quali giocare le partite. Ma sullo sfondo, qualche buona notizia. Il 2020 potrebbe registrare la più grande riduzione annuale di emissioni, a livello globale, mai registrata dalla fine della Seconda guerra mondiale per l’effetto del lockdown. Secondo lo studio del “Temporary reduction in daily global CO2 emissions during the COVID-19 forced confinement”, sull’analisi appena pubblicata sulla rivista Nature Climate Change dedicata al calo delle emissioni di CO2 durante il lockdown per il Covid-19, le emissioni giornaliere sono diminuite del 17 per cento (ovvero 17 milioni di tonnellate di anidride carbonica) a livello globale durante il picco del confinamento del 7 aprile, scendendo a livelli osservati l’ultima volta nel 2006.
Nello studio si evidenzia che emissioni del settore dei trasporti terrestri hanno rappresentato quasi la metà (43 per cento) del calo, mentre la produzione di energia elettrica ha rappresentato il 19 per cento, l’industria il 25 per cento e l’aviazione il 10. In Italia il calo massimo delle emissioni giornaliere è stato del 27,7 per cento. Secondo i ricercatori, l’impatto del confinamento sulle emissioni di quest’anno porterà probabilmente alla più grande diminuzione annuale delle emissioni assolute dalla fine della seconda guerra mondiale.

Gli autori hanno testato tre potenziali scenari di uscita dalle misure di confinamento alla fine di quest’anno, e hanno scoperto che potremmo essere sulla buona strada per un calo del 4-7% delle emissioni totali entro la fine del 2020. Un’altra buona notizia, visto che il rapporto dell’Unep dice chiaramente che sono necessarie riduzioni delle emissioni di gas serra del 2,7% all’anno per mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi e del 7,6% all’anno per mantenerlo al di sotto di 1,5 gradi centigradi.

Ma non basterà. Questa momentanea diminuzione delle emissioni non avrà un grande impatto sui cambiamenti climatici, in quanto è di poco conto rispetto alle emissioni accumulate finora e rispetto ai tagli alle emissioni necessari per avere un effetto significativo e di contrasto ai cambiamenti climatici. La corsa verso i pacchetti di stimolo economico – avvertono gli autori – non deve far aumentare le emissioni future ritardando il Green Deal o riducendo i target per i tagli alle emissioni (…). La raccomandazione, rivolta ai decisori politici di concentrarsi sulle politiche relative ai trasporti e alla mobilità, dato che hanno rappresentato circa la metà della diminuzione delle emissioni durante il confinamento è di attuare “un cambiamento sistemico attraverso le energie rinnovabili”.

“Il confinamento della popolazione ha portato a drastici cambiamenti nell’uso dell’energia e nelle emissioni di CO2 – ha dichiarato Corinne Le Quéré dell’Università dell’East Anglia, autrice principale dell’analisi – però, queste diminuzioni estreme saranno probabilmente temporanee, in quanto non riflettono i cambiamenti strutturali nei sistemi economici, di trasporto o energetici. La misura in cui i leader mondiali considereranno i cambiamenti climatici quando pianificano le loro risposte economiche post Covid-19 influenzerà i percorsi globali delle emissioni di CO2 per i decenni a venire”.
Esistono opportunità per realizzare cambiamenti reali e duraturi ed essere più resistenti alle crisi future. “Anche se il Covid-19 è una tragedia umana – aggiunge il co-autore Glen Peters, direttore di ricerca presso il Center for International Climate Research di Oslo, Norvegia – ci ha costretti a guardare al problema del clima con occhi nuovi. Le politiche di confinamento per il coronavirus non hanno lo scopo di risolvere la crisi climatica, ma i dati in tempo reale che raccogliamo ora possono aiutarci a progettare politiche climatiche più efficaci in futuro”.
Buone nuove che fanno il paio con un’altra équipe di scienziati questa volta del Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences alla University of Colorado, e altri istituti di ricerca, che hanno rilevato rispetto alla riduzione del buco dell’ozono. Una progressiva chiusura che sta cambiando significativamente la circolazione atmosferica, soprattutto nell’Emisfero Sud (dove, fino ai primi mesi del 2020, devastanti incendi avevano sconvolto l’Australia).
La dimensione più ridotta mai osservata dal 1982 anche secondo gli scienziati NASA e NOAA, secondo la loro interpretazione però non la recente riduzione o lo stop delle attività umane dovute al Coronavirus avrebbero contribuito a questo nuovo fenomeno, ma sarebbe legata all’“ondata di calore” che l’Artico ha vissuto in questo periodo.
In uno studio pubblicato su Nature, Antara Banerjee e altri esperti hanno cercato di capire in che modo l’inspessimento dello strato di ozono sia in grado di influenzare i venti atmosferici. Per farlo, sono tornati allo scenario precedente al 2000, quando la cosiddetta “corrente a getto di media latitudine” iniziò a spostarsi verso il Polo Sud. In quel periodo, il flusso tropicale chiamato “cella di Hadley” diventò sempre più forte e spesso.

I ricercatori hanno notato che entrambi i fenomeni si sono fermati, per poi invertirsi, a partire dal 2000: un cambiamento che pare sia la diretta conseguenza della progressiva chiusura dell’Hozone Hole. Queste alterazioni, a loro volta, generano cambiamenti nella temperatura atmosferica, nella quantità delle precipitazioni, nella temperatura e nella salinità degli oceani.
In attesa di un cambiamento complessivo, comunitario, il “debito naturale” si accumula sulle spalle dei nostri figli, che insieme ai padri assistono a mutamenti che si preparano ad arginare.
È come se avessimo svoltato l’angolo – ha commentato Martyn Chipperfield, esperto della University of Leeds, – avevamo già altri segni del fatto che lo strato di ozono stesse lentamente recuperando: questo studio rappresenta il passo successivo, quando si iniziano a vedere gli effetti di questo recupero sul clima.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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