Ex Ilva, le carte di ArcelorMittal e il Governo silente

 

Nel dettaglio il perché delle richieste economiche principali presenti nel piano industriale 2020-2025. La politica batta un colpo
pubblicato il 06 Giugno 2020, 19:38
15 mins

Al momento si registra soltanto un silenzio che conferma le difficoltà di questo governo (Conte 1 e Conte Bis) nei confronti della vicenda dell’ex Ilva. Tace il premier Giuseppe Conte, che a novembre minacciava di intentare nei confronti di ArcelorMittal la famosa ‘causa legale del secolo‘ per poi fare una lenta ma inesorabile marcia indietro. Tace il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, che come il suo predecessore, l’attuale ministro degl Esteri Luigi Di Maio, sulla vicenda Ilva è stato solo in grado di lanciare anatemi di ogni tipo (dal famosissimo ‘ci vediamo in tribunale’ al ‘se vogliono andare se ne vadano’) come se si stesse parlando di una partita di calcio o poco più. Tace il ministro al MeF Roberto Gualtieri, probabilmente l’unico che ha colto la complessità della vicenda oltre alle tante contraddizioni presenti nei partiti di maggioranza dell’attuale governo (Movimento 5 Stelle e Partito Democratico), tanto da concludere il suo intervento nella video call dello scorso 25 maggio con un fin troppo chiaro ‘se salta tutto, ognuno si assumerà fino in fondo le sue responsabilità‘.

(per chi vuole leggere un riepilogo esaustivo della vicenda è tutto scritto qui https://www.corriereditaranto.it/2020/05/20/sullex-ilva-per-una-volta-dite-tutta-la-verita/)

Non staremo di certo qui a ripetere tutte le contraddizioni e le schizofrenie registratesi sin qui sulla vicenda ex Ilva, dall’avvento della multinazionale ArcelorMittal. Né torneremo sugli aspetti prettamente occupazionali, che abbiamo già spiegato in altri articoli che trovate linkati in questa pagina.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/06/05/ex-ilva-arcelormittal-prevede-4900-esuberi-transitori3/)

Semplicemente cercheremo di fare chiarezza sugli aspetti economici, almeno quelli conosciuti ad oggi, presenti all’interno del business plan 2020-2025 inviato ieri al governo da parte della multinazionale. Perché come sempre avviene in questa vicenda, oseremmo dire in questo Paese, conta sempre il modo in cui le notizie vengono date e si spiegano ai cittadini e ai lavoratori. Conta, quindi, quella che si chiama onestà intellettuale, o semplicemente verità.

Già nella serata di ieri infatti, si erano diffuse le prime voci, poi confermate da fonti vicine al dossier, delle richieste economiche avanzate da ArcelorMittal all’interno del nuovo piano industriale, pari quasi a 2 miliardi di euro. Ma di cosa stiamo parlando esattamente?

La prima richiesta riguarda il miliardo di euro in qualità di conversione crediti, relativo all’ingresso dello Stato nella società AM InvestCO Italy attraverso la ricapitalizzazione concordata nell’Accordo di Modifica, sottoscritto dalla società veicolo di ArcelorMittal e i Commissari straordinari di Ilva in AS lo scorso 4 marzo. Intesa nella quale si parlava di “di un investimento significativo in AM InvestCo da parte di soggetti italiani a partecipazione statale” e che “l’investimento nel capitale da parte del Governo Italiano, da regolarsi in un contratto (il “Contratto di Investimento”) da sottoscrivere entro il 30 novembre 2020”, sarebbe stato “almeno pari al debito residuo di AM InvestCo relativo all’originario prezzo di acquisto dei rami d’azienda di Ilva”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/05/26/ex-ilva-patuanelli-attendiamo-piano-intervento-stato-necessario/)

Dunque, non un prestito. o un risarcimento o un regalo. Ma semplicemente una valutazione economica pari non solo al debito di cui sopra, ma anche e soprattutto al 40-45% del capitale della società in cui è lo Stato ad aver chiesto di entrare, e non il contrario. Cifra che tra l’altro il Governo conosce sin dallo scorso marzo. Dalla prossima settimana dovrebbe partire poi la trattativa vera e propria tra i vertici di ArcelorMittal e la società che il Governo indicherà come eventuale partner per l’azienda, ovvero Invitalia o Cassa Depositi e Prestiti.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/05/27/2lo-stato-nellex-ilva-cosi-parlo-gualtieri2/)

La seconda cifra circolata ieri, riguarderebbe un prestito tra i 600 e gli 800 milioni di euro da ottenere con garanzia Sace. Stiamo parlando della così detta Garanzia Italia, lo strumento straordinario messo in campo dal Governo per sostenere le imprese italiane colpite dall’emergenza Covid-19. Sono 200 miliardi di euro di garanzie di Stato stanziati dal Decreto “Liquidità”, da rilasciare alle aziende che avranno i requisiti attraverso garanzie a condizioni agevolate, controgarantite dallo Stato, sui finanziamenti erogati dagli istituti di credito per aiutare le aziende a reperire liquidità e finanziamenti necessari per fronteggiare l’emergenza Coronavirus assicurando così continuità alle attività economiche e d’impresa.

Anche in questo caso dunque, siamo in presenza di una richiesta, peraltro collocata all’interno di uno strumento ideato dal Governo: non quindi ad un regalo o ad una sorta di velata minaccia o imposizione da parte dell’azienda. Al momento non risulterebbe giunta però alcuna richiesta in tal senso dall’azienda e comunque andrebbe verificata la compatabilitià con una richiesta simile.

Il terzo aspetto riguarda invece un contributo Covid a fondo perduto di 200 milioni di euro. In questo sì, possiamo parlare di una richiesta di ‘risarcimento danni‘ per aver tenuto aperto (senza poter vendere) nel periodo clou del lockdown (qualcuno si ricordi del provvedimento mai compreso del Prefetto di Taranto che consentì la produzione ma non la commercializzazione dei prodotti). A tal riguardo, secondo fonti vicine al dossier, ci sarebbe un precedente di un’azienda danese, avallato dalla UE, a cui ArcelorMittal si sarebbe ispirata.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/06/06/ex-ilva-i-sindacati-pronti-a-tutto-per-impedire-i-licenziamenti/)

Questa richiesta, insieme all’ultima, rappresentano probabilmente le parti più deboli nelle richieste effettuate da ArcelorMittal. Nel piano sarebbe infatti presente un ulteriore richiesta economica, imprecisata nella quantità al momento, riferita al cosiddetto patrimonio destinato. Si tratta del famoso miliardo in dotazione all’Amministrazione Straordinaria, derivante dal rientro in Italia, dopo una transazione economica con la Svizzera, delle risorse economiche detenute dal gruppo Riva, precedenti proprietari del gruppo, all’estero e sequestrate nel 2013 dalla Guardia di Finanza. Anche in questo caso però, anche qualora queste somme dovessero essere state richieste per destinarle alla realizzazione di nuovi impianti (ad esempio i forni elettrici che ArcelorMittal si è impegnata a realizzare pari ad una spesa economica intorno ai 300 milioni di euro), crediamo difficile ciò possa realizzarsi peraltro in tempi rapidi per una transazione economica di questo tipo.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/05/07/2ex-ilva-partita-a-scacchi-sul-futuro/)

Questo è quanto al momento. Forse in molti dimenticano che lo Stato, tramite i commissari Ilva e l’azienda, hanno firmato a marzo un accordo di modifica del contratto del settembre 2018. Quindi le richieste dell’azienda, seppur rivedute per quanto accaduto con la pandemia da Covid-19, riportano comunque a quell’accordo, che concluse la causa civile presso il tribunale di Milano. Non cadono dal pero come qualcuno vorrebbe far credere.

Ora. Fanno bene i sindacati a chiedere al Governo di parlare chiaramente e far capire la linea che si vorrà seguire. Ammesso e non concesso che una linea questo Governo ce l’abbia. Fanno meno bene, a nostro modesto parere, ad ignorare la gravissima crisi del mercato dell’acciaio e dell’automotive (che in realtà ben conoscono) che inevitabilmente comporta e comporterà per diverso tempo una drastica riduzione nella produzione dell’acciaio. Anche loro sanno perfettamente che, al di là di tutti i difetti che ArcelorMittal ha e di tutti gli errori gestionali e diplomatici che hanno segnato questi due anni, l’ex Ilva è un’azienda che con quei numeri (occupazionali e produttivi) sul mercato non ci può più stare a prescindere da chi la gestisca.

Ben sapendo che favoleggiare di una nuova nazionalizzazione, fosse anche temporanea, riporterebbe la situazione indietro negli anni, ovvero al commissariamento del 2013. E che di partner italiani (Arvedi? Marcegaglia?) in grado di gestire da soli quell’azienda non ce ne sono. Potrebbero, forse, farlo in co-gestione con lo Stato. Ma non ai livelli produttivi sbandierati in questi mesi, ovvero i famosi 8 milioni annui di cui favoleggiano Patuanelli ed altri. Vistro che tra l’altro il Piano Ambientale al momento impone il tetto massimo di 6 milioni annui.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/04/23/ex-ilva-minambiente-ok-scenario-emissivo-a-6-milioni/)

Forse, bisognerebbe concentrarsi di più sul come ad esempio tutelare i 1600 lavoratori di Ilva in AS che al momento sembrano destinati a non rientrare più nel perimetro occupazionale dell’azienda, essendo coperti dagli ammortizzatori sociali sino al 2023 (anche in questo caso il Governo era a conoscenza di questo aspetto quando venne firmato l’accordo di marzo). Molto probabilmente si troverà il modo di sfruttare l’articolo del contratto di affitto del settembre 2018 che prevede un incentivo economico a lavoratore pari a 150mila euro lordi a lavoratore da parte dell’azienda, qualora quest’ultima non riesca a rispettare i livelli occupazionali promessi all’epoca.

Così come bisognerà capire quanto effettiamente siano ‘transitori‘ i 3300 esbueri annunciati dall’aizenda per il 2020: se così non fosse (e secondo noi difficilmente così sarà visto che arriviamo alla cifra di 4900 lavoratori di cui da sempre ArcelorMittal ritiene di poter fare a meno) bisognerà sedersi al tavolo con il Governo e l’azienda e studiare tutte le vie d’uscita possiibili per tutelare questi lavoratori. Senza tralasciare le molte ditte dell’indotto che nei prossimi anni rischiano di restare fuori dal perimetro di un’azienda destinata inevitabilmente a rimpicciolirsi.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/03/31/ex-ilva-crisi-generale-indotto-in-difficolta/)

Bastano questi pochi dettagli per capire che ci si trova di fronte ad un’impresa ‘monstre’, che va affrontata con serietà e competenza, e non a colpi di slogan o a forza di anatemi schizofrenici o a sceneggiate a cui troppe volte abbiamo assistito in questi ultimi anni. E quant’anche si volesse sottoscrivere il famoso Accordo di Programma che in tanti propongono da anni, anche in quel caso sarà necessario il massimo approfondimento e il massimo realismo, per non rischiare di fare la fine di Genova (visto della realizzazione della parte ambientale dell’accordo del 2005 non hanno ancora visto l’ombra) che riguardava appena 2mila lavoratori e un altoforno, o peggio ancora quella di Bagnoli (dove attendono le bonifiche da 30 anni e poche settimane fa hanno firmato un accordo con il commissario Corbelli per ‘seguire’ il modello Taranto, e abbiamo detto tutto). Lo stesso dicasi per il caso Trieste dove al momento, su quel che sarà l‘accordo di programma post chiusura Ferriera di Servola, c’è solo una gran confusione.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/02/21/ex-ilva-le-verita-negate-di-una-vicenda-schizofrenica2/)

Infine, una banalissima domanda: ma la città di Taranto dov’è? Esiste ancora quella parte critica della società civile, interessata, volitiva, in grado di dare un  suo serio e fattivo contributo dopo essersi persa negli anni in rivoli di ogni tipo? Oggi più che mai ce ne sarebbe bisogno. Ma anche in qeusto caso una sorta di grande ‘reunion‘ appare un lontanissimo miraggio.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/28/ex-ilva-fenomenologia-operaia-e-lo-smarrimento-della-politica/)

Non abbiamo parlato di politica perché, a conti fatti, ahinoi, dal Comune (dove il Sindaco appare fin troppo solo nel gestire un problema di così vaste dimensioni) alla Provincia (da anni latitante sulle questioni ambientali), passando dalla Regione Puglia (Emiliano è scomparso da mesi dai radar della vicenda Ilva e dove i nostri consiglieri regionali poco o nulla sanno delle problematiche del siderurgico o fanno finta di ignorarle volutamente) sino ad arrivare ai rappresentati istituzionali a Roma (se non fosse per l’attività frenetica e un po’ bulimica e confusionaria del senatore Turco diventato sottosegretario con una delega enorme come quella al CIPE, quasi non ci si ricorda di avere parlamentari e senatori del Movimento 5 Stelle che pare essere destinato ad una lenta ed inesorabile involuzione), il livello più che basso ci appare inesistente. E questo non promette nulla di buono. Ad maiora.

(leggi tutti gli articoli sull’Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

Condividi:
Share
Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

Commenta

  • (non verrà pubblicata)