Ex Ilva, ArcelorMittal taglia occupazione e produzione

 

Le anticipazioni confermano i dati che si conoscono da mesi. il ministro Patuanelli mette le mani avanti: ingresso dello Stato è inevitabile
pubblicato il 05 Giugno 2020, 10:52
7 mins

Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, in attesa di ricevere oggi il piano industriale e occupazionale da parte di ArcelorMittal, mette subito le mani avanti intervenendo alla trasmissione radiofonica ‘Radio Anch’io

“Noi ci aspettiamo un piano in linea con gli accordi marzo, non 14 anni fa, capiamo l’incertezza nel mercato acciaio, non capiamo la profondità con cui si farebbero i tagli, cosa per noi inaccettabile”. “Se vuole andarsene, andasse: in tal caso di applicherebbero le clausole di uscita previste dal contratto. Do per scontato arriverà piano non in linea con quanto discusso a marzo e con quanto si aspetta il governo”. Le dichiarazioni del ministro sono riportate dall’agenzia di stampa Adkronos.

E sono di fatto la conferma che questi mesi sono passati inutilmente, nell’attesa di conoscere quello che già tutti sanno da almeno l’estate scorsa, se non addirittura dal maggio dello scorso anno. E che politica, sindacati, enti locali e quant’altri fanno finta di non sapere e continuano volutamente ad ignorare. E che sul corriereditaranto.it abbiamo scritto già innumerevoli volte e siamo già adesso in grado di confermare, grazie alle nostre fonti.

Ovvero che ArcelorMittal non indietreggerà dall’internzione di richiedere più o meno 5mila esuberi (il piano industriale di dicembre ne prevedeva 4.800, in quello del 2017, il primo, erano 2.800), un tetto massimo per la produzione annua di tonnellate di acciaio pari a 6 milioni sino al 2023 (anche questo dato era già presente nel piano di dicembre), e la proroga, tra l’altro già chiesta mesi addietro, della tempistica di attuazione di alcune prescrizioni ambientali. Visto che il piano industriale sarà integrato dalle modifiche impiantistiche previste dall’accordo del 4 marzo.

(per chi vuole leggere un riepilogo esaustivo della vicenda è tutto scritto qui https://www.corriereditaranto.it/2020/05/20/sullex-ilva-per-una-volta-dite-tutta-la-verita/)

Soltanto al governo dunque, continuano a credere (più per convenienza politica che altro) che l’ex Ilva possa tornare a produrre 8 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno. Solo dalle parti di via Veneto, sede del ministro dello Sviluppo economico, si continuano ad utilizzare toni assolutamente inappropriati e inspiegabili in un momento del genere. Sarebbe interessante sapere dal ministro Patuanelli, quale altro partner privato il governo è in grado di trovare per sostituire l’attuale. In tutti questi mesi, dove si è solo continuato a ripetere frasi del tipo ‘ci vediamo in tribunale‘ e ‘se vogliono andare che se ne vadano‘, non vi è stata traccia di un’idea una che sia attinente con la realtà di Taranto.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/27/ex-ilva-ecco-il-piano-industriale-del-governo-per-arcelormittal4/)

Allo stesso tempo, anche i sindacati si sono nel tempo adeguati in parte a questa linea. Scronto frontale con l’azienda, che non ha affatto brillato nella gestione delle relazioni sindacali che a Taranto sono invece un fattore determinante (così come a Genova), e richiesta anche qui di ‘zero esuberi‘. Ma anche le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici sanno perfettamente che il siderurgico di Taranto con i numeri attuali non è più sostenibile sul mercato per nessuna azienda privata. Né a livello produttivo e men che meno a livello occupazionale. Per questo, nelle ultime settimane, in particolare la Fiom, seguita dalla Fim e dalla Uilm, ha cheisto più volta al governo di riprendere in mano il dossier abbandonato da troppo tempo.

La crisi del mercato dell’acciaio, iniziata ben prima della pandemia da Covid-19, al momento pare inarrestabile e di lunga durata. Il gurppo FCA, l’ex Fiat, ha dichiarato cassa integrazione per 14mila lavoratori e preventivato la chiusura di alcuni stabilimenti. Anche Terni non se la passa benissimo, mentre a Piombino servirà il supporto dello Stato per tenere in piedi l’azienda gestita dal gruppo indiano Jindal. Al momento dunque, non è chiaro per chi si dovranno produrre gli 8 milioni di tonnellate programmate dal governo.
Molto probabilmente quel numero è una proiezione ottimistica sul futuro prossimo. Questo avrebbe più senso ma bisognerebbe avere il coraggio di dirlo. Anche perché gli interventi strutturali previsti per cambiare la produzione del siderurgico di Taranto, da ciclo integrale e ciclo ibrido (ed anche qui abbiamo più volte evidenziato le criticità in merito ai costi del gas e dell’energia che se non saranno competitivi renderanno inutile tale programma di investimento, in attesa della svolta proiettata sull’uso dell’idrogeno ma attualmente non calcolata nel tempo), non saranno di certo brevi. Dunque anche il piano del governo dovrà inevitabilmente prevedere un numero non basso di esuberi. Ma anche questo nessuno ha il coraggio di dirlo.

Infine, l’aspetto più controverso: ancora oggi non è dato sapere in che modo si vorrà garantire l’ingresso dello Stato all’interno di AM InvestCO Italy, la società veicolo con cui ArcelorMittal ha vinto la gara nel 2017 e gestisce in affitto i rami aziendali del gruppo ex Ilva. Alla domanda sul possibile ingresso dello Stato con Cassa depositi e prestiti Patuanelli ha infatti stamane affermato: “E’ quasi inevitabile. Ad ogni modo oggi non ci si può più permettere di ragionare su una crisi aziendale, Taranto forse è il tavolo di crisi più ampio ma se guardiamo al caso singolarmente facciamo un errore. Serve un piano strategico per la filiera”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/05/26/ex-ilva-patuanelli-attendiamo-piano-intervento-stato-necessario/)

Anche il ministro del MeF Gualtieri, nella riunione di una decina di giorni fa, ha dato per certo il sostegno dello Stato. In che misura ciò dovrà avvenire non è chiaro. E bisognerà stare molto attenti perché le altre aziende siderurgiche europee sono già pronte ad intervenire per impedirlo. Inutile però
nasconderselo: anche qui una nuova nazionalizzaziona appare più un libro dei sogni che altro. Ma in molti lo agognano: perché con lo Stato in campo, si tornerebbe alla mangiatoia che l’ex Italsider e l’ex Ilva commissariata sono sempre stati.

Chiediamo dunque ancora una volta chiarezza. E verità. Evitando l’ennesima sceneggiata pronta a scoppiare appena saranno resi noti i numeri del ‘nuovo’ piano industriale. Ad maiora.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/05/27/2lo-stato-nellex-ilva-cosi-parlo-gualtieri2/)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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