In 9 minuti la bella notizia che non c’è

 

Le reazioni divampate dopo l'omicidio di George Floyd ci ricordano che non si deve restare indifferenti di fronte a simili episodi
pubblicato il 31 Maggio 2020, 07:07
7 mins

Oggi questa rubrica non può ospitare, raccogliere o raccontare nessuna “buona notizia”. Non per mancanza di materiale, perché qualcosa di buono accade sempre. Questa settimana non si può scrivere niente del genere perché è successo qualcosa di molto brutto.
Certe volte, ignorare, proprio non si può e scrivere trovando una motivazione soltanto “nel positivo”, sarebbe equivalso a mostrare indifferenza. E nulla cambia se l’omicidio di George Floyd è avvenuto a novemila chilometri da qui. E’ necessario scriverlo perché non voglio dimenticare. A decidere, questa volta è l’evento. Conta solo l’immagine di quell’uomo con la testa schiacciata sull’asfalto, prevale soltanto il disgusto di quell’interminabile sequenza, nella quale l’esibizione così fredda e distaccata di quell’altro “uomo” diventa il volto, l’icona di un odio che non si può giustificare, motivare, comprendere, né spiegare.

I fatti sono accaduti a Minneapolis, Minnesota (Stati Uniti). George Floyd, afroamericano, viene fermato perché, secondo gli agenti che lo prelevano da un’auto, ha cercato di vendere una banconota da 20 dollari, appariva sotto gli effetti di droghe, e inoltre, faceva resistenza all’arresto. Questi tre, i reati commessi da Floyd prima che i quattro poliziotti li comminassero nelle colpe che gli sono valse la vita.

Tutto il resto sta nella sequenza di circa 9 minuti che riprende la sua morte. La “vita indegna di vivere” viene bloccata a terra, mentre il poliziotto, Derek Chauvin, comincia a spingere il ginocchio sul collo di Floyd, disarmato e inerme. Con una pressione costante. Indifferente. Rispetto al gesto che sta compiendo e rispetto alla gente che gli sta di fronte a riprenderlo con gli Iphone.
“Per favore, non riesco a respirare, mi fa male lo stomaco. Mi fa male il collo. Ti prego, non riesco a respirare. Non uccidermi”, ha il tempo di dire Floyd prima di perdere il controllo delle funzioni fisiologiche e che un rivolo di sangue cominci a scendergli dal naso. Ma neppure allora Chauvin decide di togliere il ginocchio dal collo. Lo farà soltanto all’arrivo dei paramedici ai quali quegli agenti racconteranno di aver notato in Floyd, caricato in ambulanza ormai privo di sensi, “un problema di salute”. Morirà subito dopo. Ma non nell’indifferenza.

Quei nove minuti ripresi da più passanti hanno l’effetto di una bomba. I quattro poliziotti sono immediatamente licenziati. Si scopre che Chauvin (44 anni), in servizio da quasi vent’anni, era finito sotto indagine per una sparatoria con morti nel 2006 e ricevuto 17 lamentele per il suo operato. Mentre, un altro degli agenti coinvolti, Tou Thao, colui che si vede nel video interporsi fra il “collega” e la folla, aveva già patteggiato una sanzione di 25mila dollari per uso eccessivo della forza nel 2017.
A differenza di moltissimi altri casi accaduti in America nei quali sono rimasti coinvolti altri agenti di polizia in situazioni simili, questa volta il bianco Chauvin viene arrestato, accusato di omicidio di terzo grado e omicidio preterintenzionale. Ora rischia 25 anni di carcere, sua moglie ha annunciato il divorzio e la sua casa è stata devastata dai manifestanti. Ma è vivo.

Alla famiglia di Floyd resta un morto sul quale piangere e la beffa della prima autopsia secondo la quale il cadavere dell’uomo rileva che “non ci sono elementi fisici che supportano una diagnosi di asfissia traumatica o di strangolamento”. “Gli effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, delle sue patologie pregresse e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo hanno probabilmente contribuito alla sua morte”, dice il referto stilato dal medico legale di contea. Non è morto per asfissia, in altre parole. Comunque lo si legga, quel referto, per chiunque abbia visto le immagini è soltanto un dileggio alla memoria, alla verità e alla giustizia.

E infatti dal 25 maggio, l’indignazione è diventata protesta prima di sfociare in rivolta. Cominciando da Minneapolis, dove sono accaduti i fatti. Da lì è montata la contestazione in molte città americane: Oakland, in California, Denver, in Colorado, dove i manifestanti hanno bloccato alcune strade. Cortei e sit in anche a Chicago e San Francisco, a New York sono state arrestate almeno 30 persone. Nella città di Floyd sono al quarto giorno di disordini. Non si arrestano qui cortei e assalti, e i manifestanti sono riusciti ad entrare nel commissariato locale frantumando i vetri delle finestre, vandalizzando uffici e dando alle fiamme parte dell’edificio, evacuato per sicurezza, dopo che gli agenti hanno esploso proiettili di gomma contro i dimostranti. A Denver, in Colorado, è scattato il lockdown, dopo l’esplosione di colpi di arma da fuoco mentre era in corso una manifestazione.

La protesta che infiamma l’America arriva davanti alla Casa Bianca dove centinaia di persone manifestano a Washington costringendo la sede presidenziale a chiudere i battenti per ragioni sicurezza. Per le strade intanto, muoiono altre due persone a causa degli scontri. Un agente del Servizio di protezione federale di Oaklanda, in California, rimane ucciso a colpi d’arma da fuoco e, poche ore prima, la stessa sorte è toccata a un ragazzo di 19 anni, ucciso a Detroit, vicino a un grande raduno di manifestanti dove qualcuno ha sparato da un’auto in corsa, in mezzo alla folla, colpendolo.

Non c’è traccia di belle notizie in tutto questo. E’ come se il frastuono delle sirene, dei manifestanti e delle pallottole dei manifestanti fosse ancora sovrastato dalla voce affannata di Floyd. “Non riesco a respirare, per favore”. E l’immagine di quel ginocchio schiacciato per 9 minuti sulla sua faccia che tocca l’asfalto, predomina perfino sul momento dell’ultimo suo respiro, che non possiamo cogliere. “Non uccidermi”, dice nell’ultima richiesta d’aiuto ignorata.

Probabilmente perderà tutto il poliziotto bianco questa volta, ma non la vita. Anche se appariva così deciso, in quell’espressione asettica e impassibile. Sicuro, in quella postura distaccata ma compiaciuta. Fermo, nel ruolo di Dio, che ha assunto quando si è inginocchiato su Floyd, mostrando di non conoscere pietà. Arreso, allo stesso tempo, al suo destino di assassino. E di vigliacco.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Un Commento a: In 9 minuti la bella notizia che non c’è

  1. Fra

    Giugno 1st, 2020

    Almeno gli americani hanno avuto il piacere di reagire e di manifestare il dissenso , noi saremmo rimasti in casa a guardare lo spettacolo in tv senza muovere un dito ,ormai rispettiamo il regime totalitario e anche davanti la miseria non facciamo più nulla ,ci inventiamo le sardine ,il tonno ,il merluzzo giusto per apparire ancora più smidollati e poco reattivi . Ci cascasse il mondo , ormai siamo sempre più moralisti e sempre meno reazionari ,che serve il nostro giudizio infondo .

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