Volley: coach Di Pinto, tra passato, presente e futuro

 

Il neo tecnico della Prisma Volley Taranto ci parla dei suoi progetti in riva allo jonio: "Mi sono messo in testa di lasciare ovunque traccia del mio passaggio” e della sua lunga carriera di allenatore di serie A
pubblicato il 27 Maggio 2020, 15:07
14 mins

Per intervistare Vincenzo Di Pinto, in questo momento l’allenatore di volley con più anni di esperienza in serie A (15 stagioni di A/1 tra Gioia del Colle, Macerata, Taranto, Perugia, Vibo Valentia, Latina e Castellana Grotte e 8 in A/2), occorre mettersi tranquillo e prendersi un paio d’ore libere perchè ha così tanti aneddotti da raccontarti che potresti scriverci un libro. Cosa che, invece, farà lui a breve, per raccontare la sua lunga carriera.

Già perchè quaranta dei suoi sessantadue anni di vita, li ha trascorsi ad allenare. Per almeno circa trent’anni, ha avuto un ruolo, universalmente riconosciuto, di evangelizzatore del volley nella sua amata Puglia. “Amo la mia regione, amo il meridione d’Italia. Mi sono messo in testa di lasciare ovunque traccia del mio passaggio” – dichiara orgoglioso il “mago di Turi”. Ed in effetti è così, Vincenzo Di Pinto è stato una sorta di predicatore per l’ambiente pallavolistico pugliese, ha costruito dal nulla cicli vincenti, ha scoperto risorse umane, le ha formate e le ha mandate in giro a diffondere il verbo del volley.

Qualche nome? Pino Lorizio (2 stagioni da head coach in A/1, 12 in A/2, una esperienza nella serie A bulgara), Vincenzo Mastrangelo (10 stagioni in A/2 da head coach),Michele Totire (9 stagioni in A/2 da head coach) Vanni Miale (preparatore atletico in A/1 a Modena e Montichiari, poi della nazionale azzurra e da cinque anni in Turchia nella femminile dove ha fatto incetta di trofei, compreso la Champions League) e tanti altri in serie B. “Li ho inventati io”…. direbbe Pippo Baudo……

La carriera di Vincenzo Di Pinto è contraddistinta da sfide quasi impossibili: creare oasi pallavolistiche in zone deserte, costruire da zero qualcosa che possa dissetare la sete di sport di alto livello tra gli appassionati.

L’ultima sfida raccolta è quella di Taranto, una piazza che non gli è nuova (ci ha allenato dal 1997 al 2002 e dal 2004 al 2007) ma che ha bisogno di ripartire. Il presidente della Prisma Volley Taranto, Antonio Bongiovanni, gli ha affidato il ruolo di allenatore-manager ed il volante tecnico del club fresco di acquisizione del titolo sportivo di A/2.

Ho accettato l’invito di Tonio (Bongiovanni, presidente) ed Elisabetta (Zelatore, vice presidente) perchè sono affettivamente legato a loro e perchè il progetto propostomi  è stimolante. Il fatto che loro due sia riusciti, con sacrifici importanti, a prendere un titolo di A/2 in un momento così difficile per tutto il mondo è dimostrazione di attaccamento a Taranto. Qui non parliamo solo di un risvolto sportivo, qui c’è un progetto di rinascita socio-economica di una città bellissima come Taranto dato che partiamo con l’appoggio prezioso dell’amministrazione comunale.

Che sensazioni ti sta dando questo ritorno a Taranto?

Ho belle sensazioni. L’idea di migliorare un territorio, di essere partecipe alla sua crescita, alla sua rinascita, di poter lasciare una traccia, mi da tanta carica. Quest’anno non penseremo al risultato a tutti i costi perchè essere in A/2 è già un risultato. Penseremo a costruire qualcosa di duraturo, penseremo a divertire la gente che ci verrà a vedere e penseremo ad essere un fattore aggregante. Voglio connettere presente, passato e futuro. Vogliamo organizzarci e mettere radici su tutto il territorio pugliese con l’aiuto di Taranto. Creare un’azienda aperta, in primis dei tarantini, ma la società dovrà saper collaborare con le migliori menti storiche e attuali della Puglia del volley e conquistare l’intera regione sportiva ed imprenditoriale.

La tua carriera nella pallavolo di serie A parte da Gioia del Colle, quello che fu considerato un miracolo sportivo. ..Che ricordi hai?

A Gioia del Colle  è iniziato il primo vero ciclo di pallavolo pugliese. In precedenza c’era stata solo una breve parentesi di Ugento in A/1. Nella stagione 1994/1995 ottenni una salvezza insperata. Ci davano tutti per spacciati. Ai nastri di partenza di quel campionato eravamo definiti la Toscana Volley di quella stagione, squadra che l’anno precedente da neo-promossa, terminò all’ultimo posto perdendo tutte le partite e vincendo un solo set. All’epoca chi saliva dalla serie A/2 era quasi condannato subito alla retrocessione. C’era troppo divario tecnico. In Italia giocavano i più grandi campioni di volley in circolazione.

Insomma il Gioia del Colle affrontava da debuttante, con una squadra di giocatori tutti del posto e praticamente gli stessi che avevano cominciato la scalata dalla serie B qualche stagione prima. Vi aggiungemmo lo schiacciatore serbo Kovac e l’opposto di origine siciliana Arcidiacono che tesserammo in maniera rocambolesca all’ultimo momento… (lo racconterà nel libro che scriverà, ndc). All’epoca nessuno voleva venire a giocare al sud, non c’era tradizione, eravamo pallavolisticamente isolati. Sotto Falconara e Macerata non c’era nulla. Pensate che a Giani fu offerto da un club del Lazio un assegno in bianco …ma lui, che pure era nato a Napoli, non accettò di scendere al centro-sud. Il volley di alto livello era tutto concentrato al nord, il famoso quadrilatero Modena, Parma, Treviso, Cuneo. Pertanto, considerato anche il budget ristretto a disposizione, dovevamo ingegnarci a costruirci i giocatori in casa.

Viste le premesse, dissi che ci sarebbero volute almeno cinque giornate per adattarci a questa realtà tutta nuova. Ed in effetti collezionammo tutte sconfitte nelle prime cinque gare. Alla seconda giornata vincemmo un set, il primo della stagione, contro Cuneo ed addirittura da parte del nostro pubblico ci fu più di un minuto di applausi a scena aperta. Nella mia testa avevo previsto che ci saremmo salvati alla penultima giornata, quindi c’era da soffrire, stringere i denti e lottare.

Ad un certo punto Julio Velasco, ct fresco di vittoria del secondo mondiale con l’Italia – quella della generazione dei fenomeni – convocò tutti gli allenatori del campionato di A/1 per fare formazione. Anche lui fu tutt’altro che rassicurante, mi disse che sarebbe stata un’impresa salvarmi con quella squadra; però mi diede qualche prezioso consiglio. Poco dopo vincemmo tre partite in una settimana (Padova-Ravenna-Bologna) ed addirittura arrivammo in zona play-off. Tutti i giornali nazionali scrivevano di noi perchè eravamo riusciti a vincere tre partite consecutive, persino “l’Unità”, un giornale che di sport scriveva pochissimo. Ci descrisse più o meno come la classe operaia che andava in paradiso.

Ci fu un altro segmento di campionato in cui perdemmo diverse partite consecutive per poi vincere nuovamente alcuni scontri diretti. Festeggiammo una salvezza impossibile. Sky, addirittura, per l’ultima nostra partita in casa con Montichiari cambiò all’ultimo momento campo di gara per venire a testimoniare l’entusiasmo dilagante di un piccolo paese di provincia del sud che otteneva un risultato insperato. Velasco, che aveva grande stima nei miei confronti, per omaggiarci mandò il suo vice, Frigoni, a seguire la partita ed a farci i complimenti.

Che ricordi hai delle tue precedenti esperienze a Taranto?

Il primo ricordo che ho è che il presidente della Magna Grecia Volley Dibattista, che portò la sua società da Matera a Taranto, quando ero a Macerata, tutti i lunedì mi chiamava alla stessa ora (13.30) per convincermi a venire a Taranto.

Quando accettai mi diedero del matto. Passare dai play-off scudetto di Macerata ad una serie A/2 a Taranto effettivamente poteva sembrare una decisione da pazzi. Ma anche lì c’era un progetto da avviare, seguire e lanciare. Ed in effetti in quegli anni siamo riusciti a portare da noi prima un campione del mondo come Martinelli (stagione 1997/98) e poi una futura medaglia d’oro olimpica come Kovac (stagione 1999/2000). Fummo promossi in A/1. L”anno successivo ci salvammo senza tante sofferenze, poi ci fu un cambio societario, un’altra salvezza ed il progetto di costruire una squadra scudetto, svanito con i guai giudiziari dell’allora presidente. Nel 2004 Tonio Bongiovanni, che nella precedente mia esperienza a Taranto era stato vice-presidente, mi propose di tornare. Prendemmo il titolo di A/1 da Parma ma retrocedemmo subito nonostante furono spesi tanti soldi per portare gente del calibro di Cantagalli, Cuminetti ed Hernandez, i quali, però, alla fine della loro grande carriera. Ricordo ancora l’esordio casalingo al Palamazzola quando vincemmo davanti a circa quattromila spettatori contro la Sisley Treviso. Ci rifacemmo l’anno successivo con una strepitosa promozione grazie ad una squadra piena di gente a cui la serie A/2 andava stretta. La stagione successiva in A/1, arrivammo ai quarti di finale play-off (eliminati da Roma) ed in semifinale di Coppa Italia (sconfitti da Treviso dopo aver battuto ai quarti addirittura Cuneo). Poi ebbi il distacco della retina e fui costretto a lasciare la panchina rossoblù.

La possibilità di non aver potuto allenare una squadra costruita per vincere lo scudetto rappresenta un cruccio della tua onorabile carriera?

Direi di si. Mi sarebbe piaciuto lavorare in un club che avesse avuto come obiettivo dichiarato quello di arrivare a vincere il tricolore. Mi sono trovato ad avviare i cicli di Macerata e Perugia, che dopo qualche stagione hanno vinto i loro storici scudetti. Dopo la salvezza ottenuta a Gioia mi fu offerto, dal re dei procuratori Peja, di allenare un club forte e blasonato come Modena ma scelsi di andare a Macerata per non allontanarmi troppo dalla Puglia, avendo delle situazioni personali che non potevo abbandonare del tutto.�

C’è mai stata la probabilità di essere preso in considerazione come Commissario Tecnico della nazionale azzurra?

Dopo l’esperienza ai mondiali di Giappone nel 1998, vinti dall’Italia, mi arrivò all’orecchio che ero tra i tre-quattro nomi in lizza per il dopo Bebeto.

Tra l’altro la Federazione spagnola dopo il risultato raggiunto a quei mondiali, dove portai la squadra all’ottavo posto da esordiente in quella competizione e vinsi il premio di “most creative coach”, mi offri’ il prolungamento del contratto di due anni per arrivare a partecipare nel 2000 alle Olimpiadi di Sidney. Sarebbe stata una cosa fantastica, il sogno di qualsiasi uomo di sport. Purtroppo mia moglie all’epoca ebbe dei seri problemi di salute e fui costretto a rinunciare per poterle stare vicino.

Quel’è stato il giocatore più forte che hai avuto in squadra e quello che hai più ammirato nelle squadre avversarie?

Non riesco a fare un nome soltanto, specie tra quelli allenati, per cui dico Zorzi e Pascual, giocatori dalla forte personalità in campo e fuori, poi Kuznetsov e Vujevic, leader silenziosi. Tra quelli che ho visto giocare dall’altra parte del campo, sicuramente quelli universalmente riconosciuti come i più grandi della storia del volley: Bernardi e Kiraly

Ultima domanda, che squadra ci dobbiamo aspettare per la prossima stagione a Taranto?

Una squadra competitiva che non abbia l’assillo del risultato a tutti i costi ma che possa far divertire la gente che viene a vederci. Un mix di giocatori maturi e di personalità che sappiano trascinare giovani affamati di affermazione.

*credit foto: F.P.Occhinegro, www.legavolley.it, www.federvolley.it, pagina facebook vincenzo di pinto

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