Un posto al sole. Conto alla rovescia

 

Facciamo scorte di mascherine, continuiamo a solidarizzare con tutti quelli che perdono il posto di lavoro, salviamo senza tentennamenti la scuola, prima risolveremo queste questioni e prima fronteggeremo le nuove sfide, la prima è cruciale: andremo al mare?
pubblicato il 24 Maggio 2020, 07:00
12 mins

C’è vita lì fuori? Due mesi ad aspettare il momento del “liberi tutti”, da quella sera del 9 Marzo 2020, quando il premier Giuseppe Conte estese la “zona rossa” in tutta Italia e improvvisamente ci ritrovammo protagonisti di un gigantesco Grande Fratello, ma con molte più telecamere dell’edizione televisiva.
E hanno ripreso tutto. Grigliate abusive, assembramenti sospetti, aperitivi illegali, corse in bici fasulle, e anche, infermieri e medici sfiniti, forze dell’ordine che portano la busta della spesa ai nonni, mascherine sequestrate agli imprenditori senza morale. Milioni di smartphone hanno registrato quasi ogni sfaccettatura di come siamo stati durante l’emergenza Covid-19.

Le proteste degli operatori del turismo in Italia

Menefreghisti e solidali, col cuore d’oro e senza scrupoli. Ovunque era palpabile la “voglia di ricominciare”. Transitando dolcemente dal “Grande Fratello” a “Vite al limite” siamo quindi entrati nell’attesa Fase 2. Una sorta di partenza col freno a mano che ha scontentato i pochi lasciati senza “ombrelli” assistenziali e diverse categorie commerciali del terzo settore, soprattutto ristoratori, albergatori e gestori di stabilimenti balneari, che si attrezzano a una ripartenza impossibile, in assenza di condizioni e regole certe che diano loro concrete possibilità di tornare a lavorare senza rimetterci di tasca propria. Ombrelloni distanziati, scrupolose regole igieniche, ingressi contingentati (cioè prezzi al pubblico maggiorati), Regioni chiuse tra loro; questioni sospese o poco chiare che aumentano il grado di incertezza in questo rompicapo di nodi da risolvere.
E qui c’è la prima questione. Si attendeva una soluzione. Almeno in parte arrivata con il decreto “Rilancio”, un’ulteriore azione di sostegno all’economia avviata nei decreti “Cura Italia” e “Liquidità”, che equivale a uno stanziamento di 55 miliardi misurati in termine di indebitamento, ovvero 155 miliardi in termini di saldo netto considerando anche il finanziamento delle politiche della liquidità. In altre parole: un mucchio di quattrini che sostanzialmente ha rasserenato gli animi e tranquillizzato le borse. Almeno per un po’.
A tutti noi – ha detto il premier quando ha presentato il decreto – spetta trasformare questa emergenza in opportunità, non ci illudiamo che sia una sfida facile, ma il nostro impegno sarà massimo e ci conforta la consapevolezza che l’Italia è un grande paese, lo sappiamo bene noi e lo sanno tantissimi cittadini del mondo”. Bene, anche se non spiega – come – l’emergenza può diventare opportunità, per poi concludere con un invito, questo: “Colgo l’occasione per invitare tutti i cittadini a fare le vacanze in Italia, scopriamo le bellezze che non ancora conosciamo e torniamo a visitare e godere di quelle che già conosciamo. E’ questo il modo migliore per contribuire al rilancio della nostra economia in questa fase di emergenza”.
Un tema che introduce la seconda questione: le vacanze.

Se l’inizio dell’emergenza ci ha unito, la sua fine, che coincide con l’inizio dell’estate, rischia di dividerci perché dovremo prepararci a vederne delle belle. A partire dalle questioni spicciole, per esempio, se anche nelle spiagge pubbliche bisognerà rispettare quantomeno la distanza sociale e divieto di assembramenti, chi vigilerà su chi trasgredisce? Affideremo il tutto ad un “approccio alternativo” basato solo sull’informazione e sulla responsabilità individuale, sperando che funzioni per tutta l’estate, sui 7500 chilometri di costa del Belpaese?
Il rischio concreto sarà assistere a patetiche corse fra gente in mutande e uomini in divisa, vedere risorse tecnologiche importanti sprecate per scovare diciassettenni che fanno un barbecue e sorbirci improbabili inseguimenti sullo sfondo della colonna sonora di Apocalipse Now.
Economie in crisi, mercati in affanno, posti di lavoro persi, in Italia (e nel mondo), ma nulla ci impegnerà di più, tra pochi giorni, quanto la ricerca di un posto dove stendere il telo e piantare l’ombrellone.
Nati con la “vocazione del turismo”, gli italiani che lavorano d’estate, quest’anno, non aspettano che il mondo vada loro a trovarli, anzi, attendono con angoscia l’inizio di una stagione con molti punti interrogativi. E, se è giusto com’è, pensare a come affrontare l’inverno prossimo, guardare molto più lontano potrebbe servire quantomeno per rimescolare le idee, mettere da parte per un attimo tutte le certezze e chiedersi: come si sta affrontando la stessa situazione altrove? E le risposte possono essere sorprendenti, perché nell’immediatezza del presente stiamo tralasciando gli scenari di lunga durata, quelli che ci verranno incontro.

Australia – In questo periodo si piantano “baby coralli” per ripopolare la grande barriera corallina

Un primo esempio arriva dall’Australia e riguarda la grande barriera corallina, la più grande estensione di coralli al mondo e l’habitat per una grandissima varietà di fauna e flora marina. A causa dei cambiamenti climatici, del surriscaldamento delle acque e delle attività umane come la pesca senza regolamentazione, l’inquinamento, la grande barriera di anno in anno va sempre più riducendosi. E la morte dei coralli porta alla distruzione di parti di ecosistema circostante, un patrimonio unico che sta finendo in pezzi.
Una delle maggiori bellezze naturali e attrazioni al mondo sta scomparendo, assieme ai turisti. Ma in questi mesi proprio a causa della mancanza di viaggiatori legata all’epidemia mondiale, diverse compagnie di immersioni hanno pensato di dedicarsi al progetto di ripopolazione della barriera al largo delle coste australiane, piantando “baby coralli” che possono andare a nutrire e curare l’ambiente costiero. Un programma avviato dalla comunità scientifica australiana, dall’Università della Tecnologia di Sydney e supportato da aziende che lavorano nel turismo. Il progetto è stato definito un “coraggioso tentativo di salvare un ecosistema di straordinaria importanza a livello globale”. Si piantano coralli, ma anche i semi di un’antica e nuova economia, un bene dell’umanità.

Da un’altra parte del mondo, in Pakistan, anch’esso colpito duramente dal Covid-19, si sta adottando una misura che unisce la possibilità di dare uno stipendio a molte persone che lo hanno perso, parliamo di decine di migliaia di lavoratori, ai quali è stato proposto di essere assunti dal governo per piantare miliardi di alberi in tutto il paese in determinate zone desertiche per far fronte ai cambiamenti climatici e all’impoverimento del suolo. Un progetto che prevede la riforestazione del territorio con la messa a dimora di 10 miliardi di piante nei prossimi 5 anni.
Il Global Climate Risk Index 2020, ha classificato il Pakistan al quinto posto in una lista dei paesi più colpiti dal surriscaldamento climatico negli ultimi due decenni, questo programma è stato lanciato dal primo ministro Imran Khan nel 2018 e mira a contrastare l’aumento delle temperature, inondazioni, siccità e altri fenomeni meteorologici estremi nel paese che gli scienziati collegano ai cambiamenti climatici. Così mentre all’inizio della pandemia anche la campagna di piantumazione dei 10 miliardi di alberi era stata interrotta, adesso il programma è stato riavviato, proprio come aiuto nel contrastare l’emergenza economica e la disoccupazione e sono inseriti nel programma stesso oltre 63 mila persone rimaste senza lavoro. I responsabili del progetto hanno spiegato: “Questa tragica crisi ci ha offerto una importante opportunità per migliorare le condizioni ambientali e investire sul verde, per cui l’abbiamo afferrata. Nutrire la natura ed investire su di essa darà un sostegno economico a migliaia di persone”. E dignità.

Un progetto in Pakistan mira a piantare 10 miliardi di alberi in 5 anni per arginare siccità e dare lavoro

Qualcuno dirà: salveremo il mondo piantando alberi e coralli? Niente è scontato, ma se la risposta è sì, qualcuno lo sta già facendo, nel pieno dell’emergenza e nella prospettiva del domani di molte generazioni future.
Da questa parte, noi, facciamo pure scorte di mascherine, cerchiamo ancora di salvare fabbriche e compagnie senza futuro, continuiamo a solidarizzare senza sosta con tutti quelli che perdono o vedono minacciato il proprio posto di lavoro, salviamo senza tentennamenti la scuola, facendo tornare i ragazzi tra i banchi e assumendo tutti i prof dei quali c’è bisogno. Prima risolveremo queste questioni e prima avremo più tempo per cominciare a piantare qualche albero, prima torneremo a parlare di come consumare meno acqua, meno plastica, meno concimi chimici, di come riprogettare il ciclo dei rifiuti.
Il punto, non è come stiamo affrontando il problema adesso, ma quale problema stiamo affrontando.
Sappiamo da anni che stiamo andando incontro a scenari climatici che potrebbero cambiare, quelli si, forse per sempre, le nostre abitudini, eppure a parte impegni poco rispettati, se non ignorati, soprattutto gli Stati economicamente forti, poco fanno di concreto per favorire la nascita di una cultura verde che sappia andare a braccio con l’economia verde.
Nessuno prima dell’11 Settembre 2001 avrebbe mai immaginato che 19 persone potessero mettere gli Stati Uniti in ginocchio andandosi a schiantare sulle Torri gemelle in diretta televisiva, così come nessuno immaginava che 3 miliardi di persone potessero chiudersi in casa per due mesi a causa di un virus. Tutti sappiamo che le prossime sfide che l’umanità dovrà affrontare saranno quelle conseguenti ai cambiamenti climatici.
In sintesi. Qualcuno, queste sfide, ha già cominciato a fronteggiarle. Da qualche altra parte se ne parla. In qualche altro posto se ne discuterà, davanti a un Mojito, naturalmente, sotto l’ombrellone. Alla fine uno spazietto lo troveremo. E l’estate sarà salva!

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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