Sull’ex Ilva, per una volta, dite tutta la verità

 

Al'orizzonte ci attendono mesi difficili: servirà coraggio e serietà nell'affrontarli da parte di tutti. Nessuno escluso
pubblicato il 20 Maggio 2020, 18:56
26 mins

La tregua è durata poco. Terminata la fase più critica della pandemia da Covid-19 che ha colpito duramente anche l’Italia, tornano lentamente a galla tutti i nodi irrisolti rimasti in sospeso nell’eterna vicenda dell’ex Ilva. Che lo scorso 4 marzo venne congelata con il concludersi della causa civile presso il tribunale di Milano, dopo “l’Accordo di Modifica” sottoscritto dai commissari straordinari dell’Ilva e da ArcelorMittal, di cui conosciamo soltanto le linee guida. Che però bastano e avanzano per avere un quadro fin troppo chiaro della situazione.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/02/21/ex-ilva-le-verita-negate-di-una-vicenda-schizofrenica2/)

Difatti, come tutte le parti in causa sanno fin troppo bene, quell’accordo servì soltanto a rimandare nel tempo la risoluzione di una crisi in corso almeno dal mese di novembre, tra Governo, commissari straordinari di Ilva in AS e la multinazionale.

Un conflitto sciaguratamente innescato dal governo Conte 1 e proseguito dal Conte Bis, sia con l’abolizione dell’esimente penale nella gestione degli impianti dell’area a caldo del siderurgico di Taranto attualmente sotto sequestro, sia con la richiesta di rivedere il Piano Industriale e Ambientale (entrambe clausole che nell’addendum al contratto siglato nel settembre del 2018 prevedevano il disimpegno senza conseguenze economiche per il gruppo Mittal), decisioni che avevano posto le basi per lo scontro politico-giudiziario dello scorso autunno, conclusosi con un accordo che prima ancora che venisse firmato descrivemmo come un’intesa al ribasso per lo Stato.

Altro che ‘causa legale del secolo‘, così la definì il premier Conte a novembre, e il famoso ‘ci vediamo in tribunale‘ del ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/11/21/22ex-ilva-presunta-guerra-legale-per-unintesa-finale/)

Del resto, se davvero il Governo avesse avuto certezza di stare nel giusto, non avrebbe mai abbandonato così presto la contesa. Ed invece, come abbiamo scritto per mesi, le carte davano in gran parte ragione alla multinazionale. Che trovandosi in una posizione di forza, è riuscita a sottoscrivere un’intesa a tutto suo vantaggio.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/11/10/2ex-ilva-conte-arcelormittal-trattativa-al-ribasso/)

Tensione per il mancato accordo occupazionale previsto dall’Accordo di Modifica del 4 marzo

Non è affatto un caso, come molti erroneamente sono portati a pensare, anche per colpa della solita narrazione fantasiosa di parte della stampa locale e nazionale, se il nuovo scontro tra sindacati e ArcelorMittal sia scoppiato proprio in questo mese, in tutti i siti produttivi italiani.

Al di là della questione inerente l’utilizzo della cig per Covid-19, con i sindacati che avevano proposto all’azienda di sospendere la procedura perché giudicata ‘illegittima’ in quanto sino a ieri sera mancava la firma sul decreto ‘Rilancio’ del presidente della Repubblica, o quella sulla ripartenza annunciata a fronte di nuovi ordini dall’azienda e poi subito stoppata (l’azienda ha però chiarito che si tratta di una condizione momentanea legata ad un rallentamento delle stesse aziende che, a tutt’oggi, non hanno ritirato gli ordinativi precedentemente assunti), le motivazioni sono ben altre e ben più gravi. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/20/ex-ilva-i-dettagli-del-nuovo-green-deal-tra-commissari-e-azienda/)

Il così detto “Accordo di Modifica” siglato lo scorso 4 marzo fra i commissari straordinari dell’Ilva e ArcelorMittal, prevedeva infatti come primo step che entro il 31 maggio si sarebbe dovuto definire l’accordo sul piano occupazionale ed il conseguente ricorso alla cassa integrazione straordinaria, sapendo che quella ordinaria è in scadenza al 30 giugno. Nell’accordo si parlava di un’occupazione pari a diecimila unità al 2025: ma sino ad allora sarà necessario un forte utilizzo della cig ed anche di un numero indefinito di esuberi. 

Nell’accordo era inoltre specificato chiaramente che la gestione della vertenza spettava al Governo, che si è totalmente disinteressato della vicenda in questi mesi, che avrebbe dovuto convocare la parti per tempo. Ma nulla di tutto questo è stato fatto. Soltanto ieri, dopo i livelli altissimi di tensione raggiunti in questi giorni, il ministro del Lavoro, Cinzia Catalfo e il ministro allo Sviluppo economico Stefano Patuanelli, hanno convocato le parti per lunedì 25 in call conference. 

Ma francamente non si può più ascoltare, da parte di rappresentanti del Governo e di gran parte del sindacato, che la colpa di tutto questo sia esclusivamente di ArcelorMittal, che la multinazionale vuole andar via, che vuole distruggere la siderurgia italiana. Questa litania, che oramai nell’ultimo anno ha assunto i contorni di una triste commedia, non se la beve più nessuno.

La verità, la prima delle tante che nessuno delle parti in causa vuole ammettere, è che il Governo non ha la minima idea di come affrontare la vicenda Ilva. Sino ad oggi, e negli ultimi due anni, non ha mai manifestato di possedere una chiara visione di politica industriale nel settore dell’acciaio e in altri comparti. A Roma non hanno la benchè minima idea di come uscire da un labirinto in cui si sono infilati da soli. Ed i sindacati, che lo sanno molto bene, per provare a tenere a bada i lavoratori, hanno un’unica strada: menarla sulle colpe dell’azienda e chiedere al governo di riprendere in mano il dossier il prima possibile: perché neanche loro hanno il coraggio di dire ai lavoratori come stanno realmente le cose.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/03/04/ilva-mittal-ce-laccordo-5/)

Il Piano Industriale e Ambientale che non ci sono

Come abbiamo più volte scritto negli ultimi mesi infatti, l’Accordo di Modifica di marzo, si basa su un futuro impiantistico e produttivo per l’ex Ilva che è di fatto irrealizzabile. Questo perché altro non è che una sintesi del nuovo Piano industriale presentato da ArcelorMittal lo scorso 4 dicembre, rifiutato dai sindacati e dallo stesso Governo, che pochi giorni dopo palesò ai sindacati a Roma un Piano industriale che chi conosce da vicino la siderurgia e lo stabilimento tarantino non esitò definire un autentico ‘libro dei sogni‘.

(leggi l’articolo sul piano industriale 2020-2024 di ArcelorMittal https://www.corriereditaranto.it/2019/12/04/2ex-ilva-il-nuovo-piano-industriale-di-arcelormittal/)

Il nuovo “Contratto di Investimento”, sintesi dei due Piani industriali di cui sopra, prevede un nuovo piano per l’ex Ilva, il cui aspetto fondamentale è la costruzione di un impianto per pre-riduzione del minerale ferroso (DRI), che sarà finanziato e gestito da investitori terzi (Invitalia? Cassa Depositi e Prestiti?), ed un altoforno ad arco elettrico che dovrebbe essere costruito da ArcelorMittal.

L’impianto di riduzione diretta (Dri) produrrebbe 2 milioni di tonnellate di preridotto (“spugna di ferro”) con generazione di CO2 inferiore a quella di un equivalente produzione da ciclo integrale; siccome però il preridotto non potrà essere tutto utilizzato negli altoforni e convertitori a ossigeno esistenti, si dovrà costruire una nuova acciaieria con forni elettrici (non è ancora chiaro se si tratta di uno o due forni) e ipotizzare la vendita di preridotto a terzi. 

Come abbiamo evidenziato più volte, se ArcelorMittal non avrà assolute garanzie da parte dello Stato su chi realizzerà l’impianto DRI e soprattutto che il preridotto non sarà ceduto alla stessa azienda a prezzi vantaggiosi per anni, non avrà alcun interesse a sottoscrivere alcun accordo. Vogliamo infatti ricordare che avendo il Governo chiesto la modifica del Piano Industriale e del Piano Ambientale, oltre all’ingresso dello Stato in AM InvestCO Italy, è all’esecutivo che tocca il compito di offrire al privato le garanzie necessarie e non il contrario.

Altro problema che abbiamo già avuto modo di evidenziare, è che un impianto di riduzione diretta funziona utilizzando minerale di ferro (che al siderurgico arriva già via mare) insieme ad una quantità non indifferente di gas: anche in questo caso però, chi garantirà che il gas sarà ceduto ad una cifra a basso costo tale da rendere vantaggioso utilizzarlo per l’impianto in questione e che si rientrerà in quelle spese vendendo il preridotto sul mercato? Gas che dovrebbe arrivare attraverso un gasdotto (il Tap?) e che quindi non potrà mai avere un costo basso, visto che per utilizzarlo bisognerà mettere nel conto il pagamento di diritti di transito e di utilizzo del gasdotto. Discorso diverso sarebbe qualora fossimo un paese con giacimenti di gas. Cosa che non siamo.

Nessuno sino ad oggi ha inoltre spiegato come si andrebbero ad esempio ad alimentare il forno elettrico che si affiancherebbe ai due altiforni che resterebbero in funzione (Afo5 dopo un revamping a spese di ArcelroMittal e l‘atoforno 4), o meglio con quale energia e quale quantità, visto che le centrali termoelettriche presenti all’interno del siderurgico alimentano gli impianti recuperando i gas degli altiforni metà dei quali si vogliono chiudere. Centrali che non sarebbero mai in grado di alimentare da soli i forni elettrici.

Una produzione di questo genere, a ciclo ibrido, comporta già di per sé degli esuberi. Il piano industriale presentato a dicembre da ArcelorMittal, che puntava ad una produzione annua massima di 6 milioni di tonnellate d’acciaio, ne prevedeva in tutto 4mila da qui al 2023. Quello del governo, che prevedeva addirittura di tornare in pochi anni a produrre 8 milioni di tonnellate d’acciaio, secondo fonti interne al dossier, ne prevedeva almeno 1500.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/27/ex-ilva-ecco-il-piano-industriale-del-governo-per-arcelormittal4/)

L’ingresso dello Stato, la penale e le condizioni sospensive

Inoltre, c’è un altro dato fondamentale. L’accordo di marzo prevedeva l’investimento nel capitale da parte del Governo, da regolarsi in un contratto da sottoscrivere entro il 30 novembre, pari almeno al debito residuo relativo all’originario prezzo di acquisto dei rami d’azienda ex Ilva. Ad oggi non è chiaro quale sarà il soggetto (Invitalia? Cassa Depositi e Prestiti?) che entrerà in AmInvestCO, la società veicolo con cui ArcelorMittal ha effettuato l’operazione Ilva. Né quanto capitale sarà ceduto (si parla di un 40-45%) e a quanto ammonti la cifra da investire per lo Stato.

Qualora il “Contratto di Investimento” non sarà sottoscritto entro il 30 novembre 2020, ArcelorMittal potrà svincolarsi col recesso versando una “caparra penitenziale” di 500 milioni di euro. Penale che è pari a solo 1/5 del free cash flow 2019 del gruppo e che secondo gli analisti sarà recuperata facilmente con l’aumento del valore di borsa della società: il free cash flow che rappresenta il flusso di cassa disponibile per l’azienda ed è dato dalla differenza tra il flusso di cassa dalle attività operative e il flusso di cassa per investimenti in capitale fisso.

Non solo. Perché nell’Accordo di Modifica, è previsto che il closing del contratto di acquisto è previsto per maggio 2022, subordinatamente al verificarsi di varie condizioni sospensive. E quali sono queste condizioni? Eccole: il closing del Contratto di Investimento; la modifica dell’attuale piano ambientale per tener conto delle modifiche contenute nel nuovo piano industriale; la revoca di tutti i sequestri penali che insistono sullo stabilimento di Taranto; l’assenza di misure restrittive nell’ambito dei procedimenti penali in cui Ilva è imputata – nei confronti di AM InvestCo; e un nuovo accordo con le organizzazioni sindacali. 

Perché se il Governo si è impegnato in tutto ciò oggi sembra cadere dalle nuvole? Lo sanno a Roma che qualunque altro partner industriale chiederà le stesse garanzie?

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/05/07/2ex-ilva-partita-a-scacchi-sul-futuro/)

Le verità che è arrivato il momento di dire. Dal governo ai sindacati, a tutti noi

Ammesso e non concesso che ArcelorMittal abbia vinto la gara nel 2017 con l’intento di chiudere l’ex Ilva, eliminando così dal panorama internazionale del mercato dell’acciaio la produzione siderurgica italiana, è stato il Governo italiano a far sì che questa strategia (ipotizzata da alcuni) andasse in porto senza colpo ferire.

A settembre 2018, dopo oltre un anno di trattative, venne firmato un accordo e un addendum che prevedeva per la multinazionale impegni precisi sul piano industriale ed ambientale (soprattutto ambientale aggiungeremmo noi). E’ stato il Governo italiano, con una politica schizofrenica gestita in maniera dilettantesca come abbiamo spiegato prima, a servire su un piatto d’argento le motivazioni per creare le basi per la richiesta di recesso dal contratto di affitto, presentata lo scorso novembre. Sarebbe bastato attendere al varco ArcelorMittal alla scadenza temporale di ogni singolo step previsto nell’accordo, per avere il coltello dalla parte del manico.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/09/immunita-e-ambiente-laccordo-che-blinda-arcelor2/)

Ed invece, non solo si sono creati i presupposti per un atto di recesso; ma dopo aver compreso di aver preso un granchio enorme anche dal punto di vista del diritto, si è pensato bene, pur di non fare una figuraccia di livello mondiale, di sottoscrivere un nuovo accordo talmente a ribasso grazie al quale la controparte sa già in partenza che le basterà pagare una semplice penale, per abbandonare l’Italia e tutti i siti industriali dell’ex Ilva al loro destino. E complice la crisi atavica del settore dell’acciaio iniziata già a fine 2018, che fa il paio con la caduta libera del mercato mondiale a causa della pandemia da Covid-19, il gioco è presto fatto.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/11/05/ex-ilva-ecco-latto-di-citazione-al-tribunale-di-milano4/)

Dunque, riprendere in mano il dossier Ilva (come è già stato fatto in questi giorni da alcuni esponenti del Governo) indicando in ArcelorMittal un nemico brutto, sporco e cattivo, è una strada che non porterà da nessuna parte. E’ giunto il momento che il Governo dichiari apertamente e senza giochi di parole, se possiede un’idea di futuro industriale per la siderurgia italiana e l’ex gruppo Ilva e se sì, di grazia, rivelare quale essa sia. Nella speranza che sia una proposta realista, fattibile e sostenibile sotto ogni punto di vista: occupazionale, economico, produttivo e ambientale.

E soprattutto che si ammetta una volta e per tutte (vedi vicenda Alitalia) che senza un partner privato quel gruppo industriale non sta e non starà mai in piedi. Che questo partner sia ArcelorMittal o qualsiasi altro gruppo (ammesso che esista anche in questo caso un barlume di idea su chi debba essere), importa relativamente.

Se invece, come sembra, non si ha la capacità di portare avanti una tale incombenza, sarebbe gesto di grande dignità farsi da parte una volta e per tutte.

(leggi tutti gli articoli sull’Ilva https://www.corriereditaranto.it/page/2/?s=ilva&submit=Go)

Il sindacato e il rapporto di verità con i lavoratori

Altro ruolo centrale, com’è inevitabile e giusto che sia, lo ricoprono i sindacati. Anch’essi dovrebbero finalmente attuare una grande operazione verità nei confronti dei lavoratori, negli anni allontanatisi sempre più mentalmente da vicende che invece dovrebbero riguardarli molto da vicino.

Vogliamo dirci una volta e per tutte che è stato uno scandalo che dal 2014 al 2018, nel periodo del commissariamento, l’ex Ilva abbia continuato a restare sul mercato registrando perdite mostruose, pur continuando a garantire stipendi regolari ogni mese, premi di risultato e di produzione in realtà mai raggiunti? Vogliamo dirci che tutto questo in qualsivoglia altra azienda non sarebbe mai potuto accadere? E come mai i sindacati e gli stessi lavoratori, sempre pronti a scendere in ‘guerra‘ e a stracciarsi le vesti alla prima parvenza di difficoltà economica, in tutti quegli anni non si sono indignati, non hanno protestato per una situazione del genere (stesso discorso vale per le ditte dell’indotto e dell’appalto che hanno lautamente guadagnato durante il commissariamento, ma questa è un’altra storia che abbiamo già denunciato in altre decine di articoli)?

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/28/ex-ilva-fenomenologia-operaia-e-lo-smarrimento-della-politica/)

Si vorrà finalmente ammettere una volta e per tutte che l’ex Ilva di Taranto, non è più da anni un’azienda economicamente sostenibile sul mercato? Che pensare di continuare a mantenere oltre 10mila lavoratori, è impresa impossibile per qualsivoglia gruppo privato? E perché quando il Governo parla di 8 milioni di tonnellate annue nessuno dei sindacalisti dichiara apertamente in pubblico ciò che poi in privato ammette senza problemi, ovvero che si tratta di una panzana colossale?

Già nel 2017, ArcelorMittal e Jindal presentarono piani industriali che prevedevano come base di partenza migliaia esuberi. Soltanto una trattativa estenuante, durata oltre un anno, portò ad un accordo nel 2018 con 8200 occupati diretti e 1600 lavoratori confinati in cassa integrazione in Ilva in Amministrazione Straordinaria (per bonifiche sino ad ora mai partite). Già allora si sapeva che era un piano destinato presto a cadere. Ma nessuno ebbe il coraggio di dirlo.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/03/31/ex-ilva-crisi-generale-indotto-in-difficolta/)

Come oggi nessuno, tra i sindacati, ha il coraggio di dire, pur sapendolo perfettamente, che quando ArcelorMittal da oltre un anno ragiona su un’Ilva dimezzata, con 5mila lavoratori in meno, ha una visione realistica di ciò che è già oggi quell’azienda. E che soltanto con un numero decisamente inferiore rispetto all’attuale e con una produzione che non supererà mai più i 6 milioni annui (ma il mercato dell’acciaio indirizza verso produzioni di qualità ancora inferiori), oltre a tutta una serie di interventi all’avanguardia sugli impianti e sul processo produttivo, quell’azienda ha ancora qualche speranza di restare sl mercato per i prossimi 10-20 anni.

Soltanto un’Ilva decisamente più piccola è oramai ipotizzabile. Tutto il resto riguarda progetti irrealizzabili che hanno come unico obiettivo quello di ritardare quanto più in là possibile nel tempo, l’appuntamento con la realtà che la Storia prima o poi ci presenterà.

E’ chiaro che è la politica che deve trovare e proporre le soluzioni. E’ chiaro che si dovranno studiare tutte le soluzioni migliori per tutelare i lavoratori in esubero. Ma tutto questo per funzionare ha bisogno di un’operazione verità oramai non più rinviabile. Continuare ad ascoltare, dopo tutto quello che è successo negli ultimi 8 anni, lo spot sindacale degli ‘zero esuberi’ non è più sostenibile e credibile. E mina dalle fondamenta una qualsivoglia trattativa sindacale seria e la stessa credibilità dell’organizzazione sindacale.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/04/23/ex-ilva-minambiente-ok-scenario-emissivo-a-6-milioni/)

Taranto e un futuro da costruire tutti insieme

E’ inutile in questa sede tornare a citare i tanti progetti in cantiere per la riconversione economica del nostro territorio (dal porto, alla logistica retroportuale, alla filiera agroalimentare, ad un nuovo rapporto con il mare e la mitilicoltura, al CIS, alle bonifiche, al turismo culturale, alla rinascita della Città Vecchia, alla possibilità di rinverdire i fasti dell’Arsenale e della cantieristica navale e tanti altri ancora) che è già lentamente iniziata da anni. E a tutto quello che ancora si può pensare e progettare.

(leggi tutti gli articoli sulle bonifiche https://www.corriereditaranto.it/?s=bonifiche&submit=Go)

Perché per far sì che tutto questo si realizzi, passeranno certamente anni. E’ quindi questo il momento storico giusto in cui questa città ritrovi dignità, consapevolezza, voglia di tornare protagonista del proprio futuro. E’ questo il momento in cui bisogna dirci chiaramente che tipo di città vogliamo per i prossimi 50 anni.

(leggi tutti gli articoli sul porto https://www.corriereditaranto.it/?s=porto&submit=Go)

Nella consapevolezza che l’Ilva non chiuderà dall’oggi al domani. Perché sarebbe folle in questo momento anche solo pensarlo. Ma sapendo che quell’azienda nei prossimi anni diventerà sempre più piccola (stesso destino avrà inevitabilmente anche l’Eni). Ci vuole quindi un progetto di città, che l’attuale amministrazione sta già lentamente perseguendo (e questo è giusto riconoscerglielo nonostante più volte abbiamo sottolineato le nostre critiche), che sia condiviso da tutti e che riguardi tutta la popolazione. E che non lasci indietro nessuno. Né chi si ritroverà senza un lavoro, né chi già oggi fa i conti con una drammatica precarietà, né chi ancora oggi un lavoro non ce l’ha.

(leggi tutti gli articoli sul CIS https://www.corriereditaranto.it/?s=CIS&submit=Go)

Ci vuole coraggio, conoscenza, applicazione, determinazione. Ci vuole un impegno serio da parte di tutti i settori della città. Ognuno deve metterci del suo. Ci vuole voglia reale di cambiare in meglio e per tutti. Altrimenti sprecheremo l’ennesima occasione, come stiamo già facendo. Finendo ancora una volta per buttarla in caciara, in un inutile parolaio tutti contro tutti nel quale ognuno finisce per perdersi pur di non assumersi le proprie responsabilità. Davanti alla propria coscienza e al futuro prossimo che ci attende.

(leggi tutti gli articoli su ArcelorMittal https://www.corriereditaranto.it/?s=arcelormittal&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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