Amarcord: Selvaggi e la sua storia d’amore con Taranto

 

Intervista all'ex giocatore rossoblù che ricorda alcuni grandi uomini di calcio incontrati in carriera come Iacovone, Riva, Bearzot e Zico.
pubblicato il 18 Maggio 2020, 17:33
14 mins

Quando dall’altro capo del telefono il tuo interlocutore ha così tanti aneddoti da raccontare,  da non aver bisogno di fare troppe domande, per il giornalista la strada dell’intervista è tutta in discesa.

Franco Selvaggi, considerato un mito vivente da tantissimi tifosi tarantini, è uno degli eroi di un calcio romantico che ormai si è estinto tanti anni fa. Un calcio in cui spesso la classe dell’uomo e quella del giocatore erano direttamente proporzionali, il calcio delle radioline e non delle pay tv, il calcio delle firme in bianco sui contratti o delle strette di mano e non dello stuolo di agenti  e consulenti che trattano nel pacchetto, oltre che cifre a tanti zeri, anche lo sfruttamento dei diritti di immagine, il calcio delle lettere ai giornali invece che dei social network, il calcio degli almanacchi Panini al posto di Wikipedia.

“Il calcio moderno è troppo condizionato dai soldi: procuratori, pay tv, scommesse legalizzate. Il mio era un calcio più romantico, più vicino ai sentimenti della gente, più spontaneo e genuino e soprattutto con gli stadi sempre pieni” – racconta l’ex attaccante oltre che di Taranto (dal 1974 al 1979), di Cagliari (dal 1979 al 1982), Torino ( dal 1982 al 1984) Udinese (1984/85) e Inter (1985/86), che proprio nei giorni scorsi ha compiuto 67 anni ed è stato sommerso di messaggi di auguri sulla pagina facebook appena aperta: “Il grande e spontaneo affetto dei tifosi delle mie ex squadre, in particolare di Taranto e Cagliari, è qualcosa che ogni volta mi emoziona e che testimonia un legame particolare che ha lasciato il segno.”

Cosa ha rappresentato per lei Taranto? Recentemente un tifoso sui social l’ha definita il più grande di tutti, mito vivente, grande uomo e calciatore e si è augurato che lei possa diventare un giorno presidente del Taranto, alla Facchetti, con una società solida alle spalle. Che effetto le fanno queste parole?

Per il bene che voglio a questa città soffro spietatamente a vedere la squadra di calcio in serie D. E’ innaturale ritrovarla in queste categorie. A Taranto ho lasciato un pezzo di cuore, sono legatissimo alla città ed ai tarantini che mi hanno voluto bene e io ho cercato sempre di ricambiare  il tangibile affetto nei miei confronti, ogni volta che sono stato chiamato in causa, in qualsiasi ambito.

Probabilmente tutto questo bene reciproco è legato al ricordo di quegli anni in cui il Taranto ha regalato delle belle soddisfazioni ai suoi tifosi ed in particolare a quella stagione (1977/78) in cui stavamo lottando per andare in serie . La stagione in cui morì Iacovone e si spezzò quell’incantesimo che si era venuto a creare. Quell’anno eravamo veramente forti, un gruppo unito, non ci fermava nessuno. La gente ci spingeva, ci incitava, si respirava calcio tutti i giorni ed i nostri tifosi non vedevano l’ora che arrivasse la partita della domenica. In casa eravamo imbattibili, giocavamo davanti a oltre ventimila spettatori, tutte le squadre avversarie ci temevano e la serie B di allora era una sorta di serie A2 con tanti giocatori di esperienza e dal passato glorioso tipo Domenghini al Verona. Devo a Taranto, quello che è stata la mia carriera in serie A. Di quanto fossi amato dalla tifoseria rossoblù me ne accorsi quando tornai la prima volta da avversario. Praticamente subito. Nell’estate del 1979 il presidente Fico si accordò con il Cagliari per il mio trasferimento in massima serie. Il destino volle che la prima gara esterna del Cagliari in quella stagione fosse proprio a Taranto (05.09.1979, Coppa Italia, ndc). La gente in quell’occasione mi tributò un lunghissimo applauso. In ventimila allo stadio si alzarono in piedi per salutarmi e molti dei miei nuovi compagni di squadra rimasero veramente colpiti da tutto questo affetto nei miei confronti. Ancora oggi quando ci penso ho la pelle d’oca.

Inevitabile chiederle di Iacovone. Il giocatore ce lo siamo sentiti raccontare tantissime volte, ma l’uomo Iacovone come era?

Era un ragazzo d’oro, altruista, schivo, buono, tutti gli volevamo un gran bene. Era impossibile non andarci d’accordo, un po’ come Scirea che incontrai in nazionale anni dopo. Come giocatore è stato tra i più forti con i quali ho giocato, faceva reparto da solo, era un uomo d’area di rigore ed io ero il suo giusto complemento; il compagno di squadra che gli serviva gli assist. Purtroppo la sua prematura morte ha segnato negativamente la storia del Taranto che mai più ha lottato per la serie A. Però vorrei ricordare un altro giocatore di quella squadra, venuto a mancare proprio qualche tempo fa : Giovannone, il miglior difensore che sia transitato da Taranto; con lui in campo mi sentivo sempre tranquillo. La sua morte ha purtroppo bloccato l’intenzione di fare una rimpatriata con i giocatori di quegli anni. La stavamo organizzando a Taranto con l’ex centrocampista rossoblù Panizza. Ma intendiamo realizzarla prossimamente.

Lei è stato uno dei ventidue azzurri della nazionale Campione del Mondo del 1982. Perché la gente ricorda ancora con grande trasporto quel Mundial?

Perché il calcio viveva, come detto prima, una dimensione più romantica e perché l’Italia tornava al successo dopo oltre quaranta anni. C’era partecipazione ed identificazione totale con la squadra. Vincere il mondiale è stata una emozione indescrivibile che si può vivere solo una volta nella vita e ho avuto la fortuna di viverla grazie ad un altro grande del calcio come il ct Bearzot che ha sempre creduto in me. Mi ha seguito sin dall’esordio nell’Under 21 e poi mi ha inserito nel gruppo della nazionale maggiore convocandomi sempre durante le eliminazioni per i Mondiali. Mi considerava il cambio di Paolo Rossi. E’ vero che non sono sceso in campo nemmeno un minuto in Spagna ma ero parte integrante di un gruppo che Bearzot voleva che fosse coeso come quello di un club. Questo è stato il segreto di quel successo. Si è cementato un rapporto umano, oltre che di campo, che ha permesso di considerarci tra di noi come dei fratelli. Ed infatti tuttora ci teniamo in contatto ogni giorno nella chat dei Campioni del Mondo del 1982 creata su Whats Up.

Lei nella sua carriera ha avuto a che fare con tanti campioni che hanno fatto la storia del calcio. Basti pensare a Riva, Zico, Maradona, Platinì, Rumenigge.. A quale di questi è più legato il suo ricordo?

Gigi Riva è stato il centravanti più forte della storia del calcio. Detto questo, il sol pensiero che a volermi fortemente a Cagliari sia stato lui mi ha sempre riempito d’orgoglio. Qualche anno dopo mi confessò di avermi seguito a lungo, temuto come avversario e poi apprezzato come calciatore del Cagliari. Riva è stato il mio mentore, mi ha aiutato tanto in quell’esperienza in Sardegna dove feci bene e rischiai di vincere la classifica dei marcatori. Purtroppo non calciavo i rigori perché altrimenti ci sarei riuscito.

Subito dopo ci metto il brasiliano Zico, con il quale ho giocato una stagione a Udine. Lui era il calcio, un fuoriclasse assoluto, giocatore di un altro pianeta. Voglio raccontare un retroscena di quella parte della mia carriera. Ero a Torino sul finire della stagione 1984-85 e stavo discutendo il rinnovo del contratto con i granata. Fui contattato dal Napoli che mi offriva un buon ingaggio. Decisi di rimanere a Torino ma poi cambiò l’allenatore e fui ceduto all’Udinese. E praticamente quel Napoli da lì a poco avrebbe ingaggiato Maradona ed io ho rischiato di giocare con lui ma mi sono consolato con Zico……”

Un grande difensore della storia del campionato italiano, Pietro Vierchowod, in una intervista a fine carriera dichiarò che il giocatore che lo ha messo più in difficoltà era un certo Selvaggi. ….

“Io ero una mezzapunta difficile da marcare, perché ero rapido, sapevo nascondere la palla, facevo ammattire i difensori con le finte ed i dribbling. All’epoca si marcava a uomo e per i giocatori offensivi la vita era veramente dura. Vierchowod era un difensore roccioso, fisicamente potente e molto veloce ma è vero l’ho messo spesso in difficoltà perché lui cercava sempre l’anticipo ma io arrivavo prima sul pallone. A proposito di difensori rognosi, proprio l’altro giorno vedevo le immagini di un derby tra Taranto e Bari e nelle fila dei baresi militava Papadopulo, un difensore molto prestante fisicamente. Mi fece, li ho contati, ben 15 falli senza che prendesse un’ammonizione. Le marcature prima erano veramente asfissianti, non come oggi dove si ha praticamente più campo a disposizione. Praticamente i difensori pensavano solo a randellare. Ricordo che certe volte per scherzo, a fine gara, chiedevo al mio marcatore quanto fosse finita la partita perché ero certo che non lo ricordasse, visto che per tutti i novanta minuti aveva pensato solo a bloccarmi.

Si può dire che la Juventus sia stata tra le sue vittime preferite in carriera. Ha segnato ben sei gol ai bianconeri (uno con la Ternana, tre con il Cagliari e due con il Torino, ndc). Ci parli in particolar modo dei derby vissuti sotto la mole con la maglia del Toro…

Ho esordito in Serie A che avevo 19 anni e sul finire della stagione 1972-73 misi a segno il mio primo gol in massima serie contro la Juventus di Zoff, Capello e Bettega e fu l’inizio di un sogno. Poi con il Cagliari ho segnato tre gol che portarono una vittoria e un pareggio. Come non ricordare i derby con la Juve di Platinì. La prima stagione in granata fu quello del derby della storica rimonta (da 0-2 a 3-2) ma non segnai. La stagione successiva andai in gol sia all’andata che al ritorno. Nella gara di andata firmai il gol del successo per il Torino e ricordo benissimo il boato della curva Maratona e la sua esplosione di gioia. Al ritorno perdemmo 2-1 e fummo rimontanti da una doppietta di Platinì e nell’occasione del pareggio, su punizione del francese, ricordo che protestammo perché il calcio da fermo fu fatto battere due volte e la prima volta finì in barriera.

Il racconto della carriera di Franco Selvaggi finisce qui….ma al termine dell’intervista l’ex rossoblù chiede:”Ma com’è questo cantante tarantino Diodato? Sono felice che grazie a lui si parli bene di Taranto”.

*credit foto: pagina facebook Franco Selvaggi, www.figc.it , wikipedia

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