Aisha e gli italiani che non la meritano

 

Il ritorno di Silvia Romano, ora Aisha, convertita alla religione islamica ha scatenato al suo indirizzo una valanga di minacce, insulti e calunnie. Lei, il simbolo di un cambiamento che non tutti vogliono cogliere, sorride e dice: “Non arrabbiatevi per difendermi. Il peggio è passato, godiamoci il momento”
pubblicato il 17 Maggio 2020, 07:00
10 mins

Se fra qualche secolo, massmediologi, politologi, esperti della comunicazione o geopolitici studieranno la vicenda del rapimento e del rilascio di Silvia (Aisha) Romano probabilmente avranno bisogno della consulenza di un pool di esperti che comprenda anche uno psichiatra, uno scienziato del linguaggio e un esorcista di massa. E pur immaginando un futuro migliorato dal progresso e da illuminanti scoperte è ancora forte il dubbio sul se riuscirebbero a capirci qualcosa.

Probabilmente saremo bollati (se il giudizio sarà benevolo) di essere un popolo “confuso”, che forse manifestava i segni e i sintomi di un qualche “disagio”, nondimeno possiamo mettere in conto che lascerebbero perdere, dato che sembrerebbe inutile sprecare tempo per capire gente che per due anni aspetta l’arrivo di una ragazza rapita, la quale una volta liberata (la stessa persona) attrae su di sé così tanti insulti da necessitare una “sorveglianza a vista”, praticamente il primo livello di una vera e propria scorta armata.

Tornando indietro e scavando nella cronaca scoprirebbero che Aisha Romano era soltanto una cooperante che svolgeva il suo servizio in Kenia, nel poverissimo villaggio di Chacama, a Nairobi, dove aiutava bambini a sopravvivere alla diarrea, rapita nel Novembre 2018 e liberata dopo 18 mesi perché caduta nelle mani degli islamisti somali di al-Shabaab. E “responsabile” – leggeranno in questo caso gli studiosi – di essersi convertita all’Islam e di essere scesa dall’aereo che la riportò a casa in abiti tradizionali islamici. Questo scatenò una valanga di insulti, offese, calunnie sui social network tali da costringerla a chiudersi dietro le finestre di casa in quarantena, dove tra l’altro la raggiunse anche una bottigliata. Lanciata per manifestare ancor più concretamente affetto.
A quel punto, gli studiosi, interessati ancora di più dalla vicenda, scoprirebbero che in quei giorni un parlamentare leghista, del quale si sono perse le tracce, perché da lì in poi diventò di cattivo gusto pronunciare il suo nome in pubblico, ne approfittò per dare il benvenuto ad Aisha chiamandola in Aula “neoterrorista” e ancora più confusi, non essendoci mai stato un nesso effettivamente diretto e provato, fra abiti e cultura islamica col terrorismo (uguale morte uguale tagliagole), andrebbero a cercare altre testimonianze e troverebbero, tra le altre, quelle di Francesco Storace (ex missino, ex Alleanza Nazionale, direttore del giornale di destra Secolo d’Italia) che disse parlando di Aisha: “Lei ha visione e coraggio. Perché darle addosso? Volevate vederla in una bara? Si sono fermati al velo, a me è piaciuto il sorriso” e anche quella del Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI (Conferenza episcopale italiana) che commentò: “È una nostra figlia che ha corso dei pericoli enormi, che ha avuto coraggio e forza d’animo”.

E i conti, in quel momento, se tutto questo sarà, non torneranno come non tornano oggi. Perché a eccezion fatta di qualche commento che viene dai leghisti più scellerati (che per definizione con la Politica non dovrebbero c’entrare niente per ragioni logico deduttive) quel che ha alzato l’asticella dell’attenzione su Aisha sono stati i messaggi vergognosi, tantissimi e impronunciabili, che le persone cosiddette “normali” gli hanno indirizzato dai social.

Inutile soffermarsi su certe frasi. Non le perdonano di essere una donna libera di manifestare ideali, che altri, quelli che scrivono compiaciuti di quanto sarebbe stato bello stuprarla assieme ai suoi carcerieri, non sanno nemmeno che esistono. Di credere che ci sia un’umanità concreta nel salvare bambini, che di certo non può capire chi l’accusa solo di essere una “fighetta con manie di protagonismo che in fondo se l’è cercata”. Odiano il suo sorriso, perché se non si mostra la pena e il martirio – chi trascorre una vita davanti a uno schermo, oltre esso non vede nient’altro – sarà sempre tutta una messa in scena, una finzione. Non è ammissibile che non abbia subito violenza, quindi, qualsiasi cosa le abbiano fatto, le è piaciuto. E infatti le augurano la morte.
Detestano il suo nuovo abito, in questo Paese nel quale nel campo dei diritti sociali: immigrazione, Ius soli, fine vita, parità di generi, libertà di culto, siamo ancora alla fase “apriremo tavoli di discussione, ecc. ecc.”, perché è diverso e il diverso fa a loro paura. Su di lei non possono dire – se non accucciandosi dietro la tastiera – ciò probabilmente dicono alle loro mogli, sorelle o amiche. Non possono dire di lei cosa pensare, come vestire, dove andare, che lavoro fare, che tipo d’uomo sposare e a quale Dio rivolgersi. E quindi le scrivono – ancora – che sarebbe meglio se tornasse in Africa. Non la vogliono, perché a una parte di essi ricorda come non potranno mai diventare e per l’altra rappresenta quella persona che non vorranno mai trovarsi di fronte, perché in un attimo sarà capace di farsi beffa di tutte le loro certezze.

Aisha è un grande, involontario, simbolo di un passaggio culturale che ancora – è del tutto evidente – non possiamo permetterci, perché troppi non sono pronti. Ma niente è impossibile. D’altronde, lei, abituata a coltivare speranza, qualche giorno fa ha scritto: “Non vedevo l’ora di scendere da quell’aereo, per me contava solo riabbracciare le persone più importanti della mia vita, sentire il loro calore e dirgli quanto le amassi, nonostante il mio vestito. Vi chiedo di non arrabbiarvi per difendermi, il peggio per me è passato. Godiamoci questo momento. Grazie anche a chi non era un amico, ma un conoscente o uno sconosciuto e mi ha dedicato un pensiero”. (…) “Sentivo che loro e voi avreste guardato il mio sorriso e avreste gioito insieme a me perché alla fine io sono viva e sono qui. Sono felice perché ho ritrovato i miei cari ancora in piedi, grazie a Dio, nonostante il loro grande dolore. Perché ho ritrovato voi tutti pronti ad abbracciarmi. Io ho sempre seguito il cuore e quello non tradirà mai”.
Parlare di Aisha è a prescindere “la” buona notizia. Che torni in Africa o resti a Milano, la sua storia-simbolo se da un lato dice che non tutti sono pronti a cambiare, dall’altro conferma che questo – il più difficile di tutti – è il momento più giusto per aprirsi a prospettive nuove, includere altre visioni, comprendere che l’accettazione dell’Altro non equivale alla cancellazione del Noi. Cambiare, si può.

Circa 45 anni fa un’altra clamorosa conversione divise il mondo, quella di Cassius Clay, il pugile più forte di sempre. Anche lui abbracciò la fede islamica schierandosi apertamente contro la chiesa cattolica, la guerra del Vietnam, seguendo gli ideali di Malcom X e Martin Luther King. L’effetto fu una valanga di critiche che isolarono soltanto i razzisti, che vennero a galla da soli, come fanno…i razzisti. Muhammad Alì si ritirò quel tanto che bastava per far abbassare la polvere delle polemiche e quando tornò sul ring, tutti videro solo quello che era sempre stato: il numero uno. E tale è rimasto, indipendentemente dalla religione che abbracciò e dalle sconfitte che attesero e trovarono anche lui. E la cui storia, ben si spiega anche con queste parole, diventate celebri: “Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo. Impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è per sempre. Niente è impossibile”.
E ben si adattano anche per la storia di oggi che ci prepara a un doppio lieto fine, il primo è già atterrato col sorriso di Aisha, il secondo ce lo dobbiamo conquistare.
Niente è impossibile, neppure cambiare idea.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

2 Commenti a: Aisha e gli italiani che non la meritano

  1. Piero

    Maggio 18th, 2020

    Si tutto bellissimo: ma non possiamo pagare 4 milioni ogni volta. Che il governo stili una lista di paesi pericolosi dove si sappia in anticipo che, se ci vai, lo fai a tuo rischio e pericolo e nessuno pagherà nulla.

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    • redazioneonline

      Maggio 18th, 2020

      Questo è tutt’altro discorso. E sarebbe giusto discuterne

      Rispondi

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