L’omelia di mons.Santoro nella celebrazione di San Cataldo

 

pubblicato il 10 Maggio 2020, 21:02
10 mins

Questo il discorso di mons.Santoro, arcivescovo di Taranto, in occasione della Celebrazione dell’Eucaristia nella Solennità di San Cataldo, nel Duomo, in Città vecchia.

Cari fratelli e sorelle,
saluto il Vicario generale, mons. Alessandro Greco,
il Capitolo Metropolitano con l’Arcidiacono, mons. Emanuele Tagliente e i sacerdoti,
Sua Eccellenza il Prefetto, dott. Demetrio Martino,
il Presidente della Provincia, dott. Giovanni Gugliotti,
il Sindaco, dott. Rinaldo Melucci,
l’ Ammiraglio Salvatore Vitiello.
Un augurio tutto particolare oggi vogliamo rivolgere a tutte le mamme, quelle che sono già in cielo e quelle che sono accanto a noi.
Nel solenne ricordo di San Cataldo, nostro patrono, ci ritroviamo ad essere un unico popolo, raccolti nel cuore della nostra Cattedrale millenaria per udire la voce di Gesù buon pastore che ci dà la possibilità di vincere sempre la paura dello smarrimento, dello sconforto. Se anche camminassimo in una valle oscura, recita il salmista, il Signore è con noi. Rimirando all’esempio fulgido del nostro santo, noi non facciamo altro che riconoscere nella storia, anche in quella della prova, la presenza di Dio costante, che conduce il suo popolo nel deserto, assicurandogli il necessario e soprattutto la provvidenza di una speranza certa, di una nube che ci fa ombra, di una colonna di fuoco che ci difende dal nemico.
Ieri gli ospiti del centro notturno mi hanno fatto pervenire un bel disegno naif del Patrono con delle preghiere semplici ma toccanti. San Cataldo liberaci dalla pandemia, salvaci in questa tempesta. San Cataldo ti ringraziamo. Dalle parole dei semplici continua a manifestarsi il volto del Padre, basta che noi ci riconosciamo figli nel Figlio, fratelli fra di noi per mezzo di colui che ci prepara un riparo, che ci mostra una via, che non ci lascia orfani. Il virus ha cercato di azzerarci, noi cerchiamo di ripartire dalla fede, dal non essere sperduti. Dall’essere suoi.
Purtroppo stiamo vivendo la nostra festa in questa modalità alla quale riusciamo appena ad abituarci ma che continua ad essere surreale. Dall’inizio della quaresima fino al giorno del patrono Taranto è rimasta sotto il manto della sua più genuina tradizione, rinvigorendo seppur nella lontananza le sue radici e il desiderio di fare comunione. Vorrei ricordare a tutti che in questo periodo la ritualità, la ripetitività e la fedeltà delle nostre usanze, l’attaccamento ai giorni santi, a quelle atmosfere del Triduo, il profondo legame che costituisce la nostra identità ha reso possibile la celebrazione familiare della Pasqua del Signore e oggi del Patrono.
Ho ancora negli occhi e nel cuore la veglia all’Addolorata, l’Adorazione del Santissimo Crocifisso e la preghiera davanti al Cristo morto. È stato impressionante, seppur in Chiese desolate, sentire la presenza di voi fedeli, il vostro calore, la vostra fede, anche la vostra commozione. Le folle delle nostre processioni erano rimpiazzate da tante preghiere autentiche del nostro popolo, che aveva fame e sete di toccare, di vedere e partecipare. Anche in mare siete mancati, cari fedeli, ma vi ho sentiti vicini. Il Covid19 ci ha spinti con violenza dalla personale solitudine, alla vita stretta in famiglia, piano piano ripartiamo con il vicinato, magari verificando i cosiddetti veri “congiunti”, ci ritroveremo nei quartieri e gradualmente, passatemi il termine “ci rieducheremo” alla comunità.
Le parrocchie sono state stimolate maggiormente al servizio ai poveri e come è narrato negli atti degli Apostoli della lettura di oggi. Il legame al servizio della mensa eucaristica e a quella dei poveri ripeta anche per noi quel prodigio degli Atti: «la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede».
È così che siamo alla vigilia della ripartenza, sperando di vedere presto la gente fra i banchi delle nostre Chiese, seppur con tutte le precauzioni che dobbiamo prendere perché non si ripiombi in una nuova e più terribile reclusione.
Nel vangelo di oggi ci sono due apostoli che rivolgono la loro domanda al Signore. Il primo, Tommaso chiede: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via”. E Gesù gli risponde: “Io sono la via, la verità e la vita”. In Gesù la via che porta al destino ci raggiunge viene a noi e noi possiamo percorrere il cammino che ci conduce al porto della nostra vita, alla pienezza, all’amore infinito che non muore.
Sì, la fede ci ha custodito, la fede non ci ha fatti disperdere. Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci spinge ad un ulteriore riflessione. Filippo dice al Signore: «Mostraci il Padre e ci basta». Gesù lo rimprovera: “Filippo da tanto tempo sono con voi e tu dici “mostraci il Padre”?”. Ma quella di Filippo è la grande domanda in cui riecheggia la domanda di Mosè a Dio: “Mostrami la tua gloria!” (Es 33,18). E poi il Signore soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto” (Es, 33,20). E in Gesù il volto di Dio si è svelato: è la sua misericordia. Il Signore è sempre con noi. Il volto del Padre traspare da quello di Gesù, della Chiesa, dei poveri. Traspare dall’esempio di San Cataldo. Così il Signore ci mostrerà sempre il suo volto Mostriamo quindi noi il volto del Padre a tutti!
Nel giorno di san Cataldo, la Chiesa tarantina rinnova la sua obbedienza al suo successore. L’obbedienza è un atto di amore e di ascolto come ci ricorda san Pietro sempre nelle letture annunciate oggi. Se obbediamo alla Parola non inciamperemo, ci dice l’apostolo! Nell’obbedienza alla Parola e alla Chiesa che torniamo sempre a brillare come «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa».
È così che voglio innalzare il ringraziamento, il Magnificat della Chiesa di Taranto, per i suoi sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, laici impegnati, giovani, ragazzi e bambini, associazioni, movimenti e servizi. L’invito è quello di non avere paura e continuare ad aver fede perché la tempesta si placherà.
Nel discorso del “Preggio” mi sono rivolto al Sindaco ricordando tutte quelle che sono le nostre emergenze, ed ho detto “cogliamo l’occasione per mettere in atto un modello di sviluppo che non sia a spese del Creato, che lo rispetti e rispetti l’uomo, la sua salute i suoi diritti, la sua dignità”. Anche oggi preghiamo per gli ammalati, per gli operatori sanitari, per i lavoratori perché siano sostenuti nelle difficoltà che dovranno affrontare. Non dimentichiamo nessuno davanti a San Cataldo.
Il 10 maggio 1071, in mezzo alle macerie lasciate dai saraceni, mentre si ricostruiva, recuperando tutto ciò che c’era di bello e di integro, con una maestria che oggi ci permette di vedere nella sua austera bellezza la cattedrale più antica di Puglia, sotto il piccone dei lavoratori, riapparve il sepolcro del santo. E’ questa una meraviglia che nell’incertezza del domani, nella disperazione della distruzione, i tarantini di allora abbiano sfidato gli eventi e abbiano insistito nel ricostruire e nel ridonare bellezza, allora il santo si manifestò alla città, con qualcosa di immateriale, ma di profondamente spirituale, il suo profumo.
Anche oggi fisicamente siamo distanti e confusi, ma se continueremo a lavorare, a ricostruire, il profumo della fede e della Risurrezione di Cristo darà a noi la forza di ripetere il miracolo del Santo. Il profumo della fede che nessun mezzo in streaming potrà comunicarvi ma solo il vincolo spirituale che adesso si fa forte e insistente. E come successore di San Cataldo ancora una volta lo invoco con tutto il cuore: proteggi la nostra città e l’ Arcidiocesi di Taranto.
San Cataldo, prega per noi!”

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