Giornalisti. Se il maglione fa la differenza

 

Impastato, Feltri e Botteri. Tre esempi diversi, distanti per epoca, idee, modi di interpretare il difficile mestiere del giornalista
pubblicato il 10 Maggio 2020, 06:00
8 mins

La settimana scorsa in questa rubrica si è affrontato il tema della comunicazione in questa fase di emergenza globale. Sull’uso (improprio, esagerato e manipolatorio) del linguaggio e degli effetti sui destinatari delle informazioni. Oggi, per completare il discorso, parliamo dei giornalisti e il modo migliore per farlo è lasciar parlare loro, prendendo tre modelli a confronto.

Il primo rappresenta anche un ricordo doveroso. Peppino Impastato (nella foto), giornalista e attivista politico e culturale, ucciso dalla mafia 42 anni fa, il 9 maggio del 1978 appena trentenne. L’assassinio avvenne a Cinisi, il paese dov’era nato in provincia di Palermo, nel quale aveva fondato Radio Aut, un’emittente libera in cui sbeffeggiava e denunciava crimini e attività di Cosa Nostra in maniera irriverente, gli affari illeciti dei mafiosi locali, in particolare del boss Gaetano Badalamenti, da lui ribattezzato “Tano Seduto” nel programma più seguito, “Onda pazza a Mafiopoli”, trasmissione satirica in cui Peppino prendeva di mira anche i politici locali.

Giovanni Impastato

Nel 1978 si candidò nelle liste di Democrazia Proletaria alle elezioni locali, ma dopo numerose minacce, a pochi giorni dal voto venne ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio. Il suo corpo fu posizionato sui binari della ferrovia Trapani-Palermo e fatto saltare con una carica di tritolo, per inscenare un suicidio nel tentativo di distruggerne anche l’immagine pubblica. Ma alle elezioni, qualche giorno dopo, gli elettori di Cinisi votarono comunque il suo nome, riuscendo a farlo eleggere, seppur simbolicamente, come consigliere comunale.

Dopo un lunghissimo iter giudiziario, durato decenni, per l’omicidio sono stati condannati il boss Gaetano Badalamenti e il suo vice Vito Palazzolo. La sua figura è diventata negli ultimi anni uno dei simboli dell’antimafia e ha dato vita a molteplici iniziative e lotte per la legalità. E grazie all’impegno incessante di suo fratello Giovanni Impastato, la sua storia è stata raccontata agli studenti di scuole medie e superiori in tutta Italia, senza distinzioni.

Chi invece vive di logore distinzioni – vogliano scusarmi i lettori, che dopo un salto del genere rischiano quantomeno una labirintite – è Vittorio Feltri, detto anche “Littorio Feltri” e “L’uomo che sussurrava ai gin tonic” (copyright Andrea Scanzi, un altro giornalista, ma di tutt’altra fattura). Il direttore di “Libero”, frase che già di per sé è un ossimoro, negli ultimi anni regala perle del genere horror che non conoscono eguali. Tra i suoi bersagli preferiti: gli immigrati, le donne e i meridionali. Bastano tre esempi. (15 Luglio 2017) “Io me ne fotto degli immigrati, abito in collina e ho 74 anni. Ma chi ha a che fare con loro s’incazza e protesta”.

(20 Giugno 2019) Un attimo dopo aver espresso un “lusinghiero” apprezzamento su Camilleri e la morte di quel “terrone e rompicoglioni di Montalbano” decise di deliziare gli utenti dei social con un suo Tweet sulla bravura delle donne. L’intento, leggendo le prime parole, sembrava essere un’esaltazione del genere femminile – anche riprendendo un articolo su una dottoressa che a Milano aveva salvato diverse vite portando avanti un’iniziativa per la diffusione del defibrillatore -, ma poi ecco arrivare il doppio senso a sfondo sessuale sul finale del suo Tweet. “Ormai le donne sono talmente brave in tutte le professioni che per raggiungere la parità con gli uomini potrebbero solo abbassarsi”.

Vittorio Feltri

Ma le flatulenze neuronali che gli riescono meglio sono quelle sui meridionali. L’ultima l’ha sparata il 21 aprile scorso, durante una puntata della trasmissione “Fuori dal coro”, su Rete 4, quando ha affermato: “Perché mai dovremmo andare in Campania? A fare i parcheggiatori abusivi? I meridionali in molti casi sono inferiori”. Una dichiarazione che ha scatenato un’ondata di reazioni di telespettatori, utenti dei social network e diverse edicole, dalla Campania alla Calabria fino alla Sicilia, che hanno deciso di non vendere più il quotidiano Libero, motivando la scelta con un cartello appeso all’esterno della propria attività commerciale. Qualcuno, una ventina di persone circa, hanno citato in giudizio sia Vittorio Feltri e la Rti (Reti televisive italiane) formulando un’azione di risarcimento, in sede civile, per danni morali contro l’ennesima manifestazione di odio verso i meridionali.

Da un attacco ad un altro, si arriva alla vicenda di Giovanna Botteri, una straordinaria corrispondente Rai, ora in Cina il cui curriculum parla da solo. La settimana scorsa, complice (involontaria) la rubrica di Striscia La Notizia, “Fatti e Rifatti” nel quale si prendeva in giro la giornalista per i suoi capelli poco pettinati e il suo maglioncino (poco fashion) è finita al centro di attacchi molto violenti da parte degli utenti del web. Il servizio in realtà concludeva con Gerry Scotti che in studio dice: “Brava Giovanna per l’importante lavoro che fai, vai avanti così e non badare a chi va a vedere il capello”. Ma ormai gli idioti da tastiera avevano già cominciato a indirizzare insulti e battute all’indirizzo della giornalista.

Giovanna Botteri

E lei, invece di chiudersi in un comprensibile, sdegnato silenzio, col garbo e l’intelligenza che da sempre la contraddistinguono ha chiuso questa sgradevole pagina con queste parole: “Mi piacerebbe che l’intera vicenda – prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi. Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono”. (…) “Perché è l’unica cosa che conta, importa e ci si aspetta da una giornalista. A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo. Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere. Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano”.

Parole che, abituati come siamo alle escalation di offese, agli scambi di accuse, all’inasprimento dei toni, alle eterne zuffe, al veleno che richiama veleno, sembrano appartenere ad un’altra epoca. Ed è questa la bella notizia.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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