Amarcord: D’Ignazio, il Briegel di Taranto

 

Intervista a cuore aperto al calciatore tarantino con più presenze in serie A. "Che emozione l'esordio con gol allo Iacovone contro il Bari e poi la Coppa Italia vinta con il Vicenza". Ora l'ex terzino rossoblù insegna ai ragazzini del centro sportivo Dribbling come si diventa uomini prima che calciatori.
pubblicato il 04 Maggio 2020, 18:38
13 mins

Quando uno è predestinato lo si capisce subito. E Gilberto D’Ignazio – terzino sinistro, anzi fluidificante, del Taranto della seconda metà degli anni ’80, tarantino doc di Paolo VI – ha capito quasi subito di esserlo.

Appena dieci giorni dopo aver compiuto la maggiore età, il 21.12.1986 esordisce da titolare con la maglia del Taranto, nel derby per eccellenza ossia quello con il Bari, per giunta in casa davanti ad oltre ventimila spettatori. Se ciò non basta a renderlo un predestinato, aggiungiamo che segnò il gol del pareggio regalando un punto importantissimo ad un Taranto che, come consuetudine, si dovette sudare la salvezza nel campionato di serie B. Correva la stagione 1986/87 e la squadra rossoblù si salvò vincendo gli storici spareggi di Napoli contro Lazio e Campobasso. Spareggi ai quali si qualificò per un punto (Taranto 33, Vicenza e Catania 32), che potrebbe essere proprio quello regalato da D’Ignazio con quel gol nel derby.

“Mi fa piacere pensare che magari sia stato proprio quel punticino conquistato contro il Bari, con un gol di un esordiente come me ad essere decisivo per l’accesso agli spareggi” – racconta al telefono, con l’entusiasmo di un ragazzino, il giocatore tarantino con più presenze in serie A (45, davanti a Spagnulo 32 e Montervino 22) e l’unico a vincere un trofeo nazionale (la Coppa Italia nel 1997).

Gilberto D’Ignazio ha ricordi vividi di quell’esordio con il botto in maglia rossoblù: “Ero aggregato alla prima squadra da circa due mesi. Alla vigilia del derby con il Bari, vista l’assenza del terzino Biondo, avevo capito che sarebbe toccato a me, nonostante la presenza in rosa di giocatori più esperti che potevano giocare nel mio ruolo. Godevo della fiducia di mister Veneranda, uno che non ha mai avuto paura di lanciare i giovani. In allenamento aveva notato che fisicamente stavo bene.

Ero una forza, facevo la fascia su e giù senza stancarmi. A livello muscolare ero ben piazzato (fu soprannominato Briegel, impressionante terzino della nazionale tedesca degli anni 80, non solo per la forza muscolare ma anche per il modo di giocare con i calzettoni abbassati, ndc), avevo forza, progressione, dovevo solo migliorare la tecnica e la tattica. Già nel riscaldamento pre gara vedevo gli spalti dello Iacovone gremiti in ogni ordine di posto, la gente che faceva il mio nome. Sentivo tutto perché attorno al campo ancora non erano state messe le vetrate blindate. Cercai di rimanere concentrato e di non farmi condizionare dall’ambiente esterno. Comincia la partita e ricordo che la mia squadra non stava giocando bene. Io mi sentivo contratto, non riuscivo a sciogliermi. Il Bari passò in vantaggio e pensai subito che il mister mi avrebbe presto sostituito. Poi ci fu un’azione sulla destra con un cross di Russo, mi feci trovare sul secondo palo, anticipai portiere e difensore e misi la palla in rete. Gol all’esordio nel derby, una gioia indescrivibile.”.

Flashback: torniamo agli anni in cui D’Ignazio cominciò a tirare i primi calci al pallone perché la sua storia è la storia di tanti ragazzi di una generazione (quella dei cinquantenni di oggi), che ha vissuto per strada e non aveva timore di nulla. Fine anni 70, quartiere Paolo Vi, il quartiere degli italsiderini. Un quartiere diviso in lotti; ogni lotto aveva il suo campetto sportivo. In quegli anni i ragazzini, dopo la scuola, stavano tranquillamente per strada e passavano ore e ore a giocare a pallone sotto casa, i genitori li osservavano dai balconi. “Toccavamo sta palla tremila volte al giorno. Era bellissimo perché ad un certo punto furono organizzati dei tornei tra i vari lotti. Io giocava nel terzo lotto, dove avevamo davvero un bel campo, al quale sono legati tanti miei bei ricordi di infanzia e adolescenza” – spiega D’Ignazio – “Io non pensavo mai di diventare un calciatore. Giocavo per divertirmi. Inizialmente giocavo in porta. Mio padre mi diceva che prima di pensare al pallone bisognava studiare ed infatti poi presi il diploma di saldatore. Nel frattempo giocavo nella società del circolo Italsider, poi a tredici anni passai alla Magna Grecia, dove a 16 anni fui notato dagli osservatori del Taranto ed entrai nella primavera rossoblù nella stagione 1985-86. Il primo anno fu di ambientamento. Poi la stagione successiva con un nuovo allenatore, Federico Caputi ex esterno sinistro del Taranto (dal 1975 al 1980, ndc), cominciai ad andare a mille. Mister Veneranda chiese a Caputi un ragazzo fisicamente prestante e che non avesse paura di mettere la gamba e fui indicato io e aggregato alla prima squadra.

Quali sono i ricordi più belli della tua carriera di calciatore?

Ce ne sono tanti. Il gol al Bari già descritto. Le salvezze in B con il Taranto e la promozione dalla C/1 alla B. Pensate che ho esordito nella stagione degli spareggi di Roma ed ho terminato la mia avventura con gli spareggi di Ascoli. Quante emozioni…… Poi la carriera mi ha riservato una bellissima cavalcata con il Vicenza.

In cinque stagioni sono partito dalla serie C/1 e sono arrivato a vincere una Coppa Italia nel 1997. Lì si ricordano ancora un mio gol, un pallonetto che si stampò sotto la traversa, contro l’Empoli nello scontro diretto per salire in serie B nella stagione 1992/93. Poi il mio esordio in serie A a San Siro contro l’Inter(agosto 1995). Il mio avversario di fascia era un certo Zanetti… Giocammo bene e perdemmo immeritatamente, per l’Inter segnò Roberto Carlos. La stagione successiva per qualche giornata fummo anche primi in classifica, battemmo la Juventus, che poi vinse l’Intercontinentale, al Menti per 2-1, battemmo sempre in casa il Milan per 2-0, vincemmo a Milano contro l’Inter per 1-0. Un gruppo di giocatori stupendo, due mister che si sono alternati (Ulvieri e Guidolin) ai quali devo molto, specie Ulivieri che è stato fondamentale per la mia crescita tecnico-tattica. In quegli anni la nostra serie A era piena di fuoriclasse:Zidane, Ronaldo, Batistuta, Weah, Totti, Del Piero, Veron.

Qual’è stato il segreto del tuo successo in carriera?

Facevo una vita da sportivo. Ho sempre avuto una grande volontà, una grande forza mentale ma soprattutto tanta umiltà. Ho ascoltato i miei allenatori, mai detto una parola fuori posto. Ero un tipo riservato, ascoltavo e osservavo. Già a Taranto da giovane calciatore, rigavo dritto, la sera tornavo a casa, non andavo in giro per locali, frequentavo sempre la stessa compagnia, ero un tipo timido e di poche parole fuori dal campo. Nel rettangolo di gioco mi trasformavo, correvo e correvo, non avevo paura dello scontro fisico, non tiravo mai indietro la gamba. Giocavo per la squadra della mia città e per me questo significava dare sempre qualcosa di più anche perché il pubblico tarantino era esigente e mi accorgevo, quando si sbagliava qualche passaggio, dei mugugni sugli spalti. Ma a volte cercavo di isolarmi dall’esterno canticchiando una canzone nella mia testa.

Per arrivare sino alla serie A ci vuole grande determinazione e soprattutto non bisogna mai abbattersi e mai sentirsi arrivati. Ho fatto della fisicità le mie doti principali e quando ho avuto degli infortuni seri in carriera ho sempre cercato di recuperare prima mentalmente che fisicamente. Avevo lo spirito di Rocky Balboa, ogni volta mi sono rialzato dagli infortuni con una forza di volontà enorme, non ho mai mollato.

Perché da Taranto sono anni che non riesce ad emergere un calciatore in grado di arrivare sino al professionismo?

Per ottenere risultati da un settore giovanile servono programmazione, lungimiranza, gente capace e qualificata che faccia crescere i ragazzi. Se ogni anno si cambia la strutturazione del settore giovanile non si da continuità al progetto. Quello con i giovani è un lavoro che porta i suoi frutti con il tempo.

Cosa c’è nel futuro di D’Ignazio? Ad un certo punto hai cominciato a studiare da allenatore (è stato secondo di Pettinicchio, Maiuri e Papagni con il Taranto, ndc), poi cosa è successo?

Attualmente sono il responsabile tecnico e allenatore degli Allievi e dei Giovanissimi della scuola calcio Dribbling a Taranto.

Lo faccio con serietà, passione e massimo impegno, senza tralasciare il fatto che mi diverte tanto. Ho trovato un ambiente sano, una vera famiglia, una specie di oasi, dove si lavora con professionalità e c’è una grande alchimia tra le parti in causa. Mi piace stare a contatto con i ragazzini, insegnare loro non solo la tecnica e la tattica ma anche a diventare uomini, a credere in certi valori, ad essere umili. Non si diventa tutti campioni. E’ importante che un ragazzino si diverta giocando a calcio ed è giusto anche che sogni di diventare un calciatore famoso ma chi gli sta attorno deve fargli tenere i piedi per terra facendogli capire che è importante studiare e pensare a crearsi da subito un’alternativa al calcio.

Per quanto riguarda un ipotetico ritorno su una panchina di squadra senior dico che all’orizzonte, per come sono fatto io, non vedo nulla di allettante. Ho il patentino Uefa A, posso allenare in sere B e fare il secondo in serie A, attualmente sto seguendo un corso di tecnica individuale molto interessante- “La strada dei campioni”- tenuto da Ivan Zauli, mi sono rimesso in gioco per poter dare ai miei ragazzi qualcosa di più.

Chi mi conosce, sa come lavoro e quale mentalità ho. Sono una persona corretta, rispettosa ma non mi piace scendere a compromessi. Se un presidente mi volesse affidare un progetto, dovrei avere carta bianca e nessun tipo di ingerenza. Mi sono presto reso conto che la meritocrazia in certi ambienti calcistici conta poco e allora sto bene dove sto, voglio inculcare ai miei ragazzi la cultura dell’onestà, dell’umiltà e del sacrificio. Voglio continuare a trasferire loro quella che è stata la mia esperienza di calciatore, cercare di aiutarli nei momenti di difficoltà che possono incontrare. Il calcio è come la vita, ci sono momenti in cui sei all’apice e altri in cui cadi vertiginosamente, l’importante è sapersi rialzare sempre e non mollare mai.

 

*credit foto: pagina facebook Gilberto D’Ignazio, francesco saggiorato

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