Vaccino & veleno

 

Il questo momento il dibattito politico confonde le idee e avvelena gli animi. La volontà di fare campagna elettorale sembra prevalere sulla necessità responsabile di percorrere senza risse e spaccature la via d'uscita verso il ritorno ad un'autentica normalità
pubblicato il 03 Maggio 2020, 08:08
13 mins

C’è qualcosa di profondamente dissonante nella comunicazione della cronaca quotidiana attorno al fatto del secolo. Eppure, speranza e paura, due ingredienti imprescindibili nella minestra dell’informazione, sono sapientemente dosati dai grandi chef dell’info intrattenimento. Diciamo la verità. In questo momento è il dibattito politico a confondere le idee e ad avvelenare gli animi. E la volontà di fare campagna elettorale a tutti i costi sembra prevalere sulla necessità responsabile di percorrere senza risse e spaccature la via d’uscita verso il ritorno ad un’autentica normalità. La strada è ancora lunga, si è capito. Ma qualche segnale incoraggiante si comincia a cogliere.

Nel giro di qualche mese avremo il vaccino contro il Covid-19. I primi lotti dovrebbero essere pronti negli Stati Uniti già a luglio. Ma ormai la corsa è partita in tutto il mondo, sono infatti un centinaio i laboratori impegnati nella competizione, una trentina i progetti sul tavolo dell’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali.
L’obiettivo-scommessa è produrre milioni di dosi di vaccino anti-Covid da somministrare prima di Natale. Le prove di efficacia e sicurezza effettuate sui primi 320 volontari reclutati nel Regno Unito hanno dato esiti incoraggianti. E così Oxford University e Jenner Institute hanno siglato l’accordo con il gigante AstraZeneca. La casa farmaceutica che intende produrre su larga scala l’arma per debellare il Coronavirus. “Vogliamo essere pronti con 100 milioni di dosi entro fine anno per poi ampliare”, ha annunciato l’amministratore delegato di AstraZeneca che in questi giorni ha stretto un accordo di collaborazione con altri colossi del settore per aumentare il potenziale manifatturiero.

Il messaggio è chiaro: bisogna fare in fretta. Il punto nodale resta quello delle risorse e la nascita del “World against Covid-19” – il mondo contro il coronavirus – sorta da una iniziativa della Commissione europea annunciata da Italia, Francia, Germania e Norvegia insieme al Consiglio europeo, punta a colmare questa lacuna.
“Stiamo concretizzando l’impegno dei leader del G20 a fornire una risposta coordinata al virus su larga scala – hanno annunciato ieri i leader Ue – sosteniamo l’appello all’azione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che ha lanciato l’allerta per il rischio di una seconda e terza ondata dell’epidemia”. Il 4 maggio, in occasione di una conferenza dei donatori online, si punta a raccogliere una somma di 7,5 miliardi di euro per sopperire alla carenza globale di finanziamenti che emerge dalle stime del Global preparedness monitoring board (Gpmb) e di altri. “Tutti noi – scrivono i leader in una nota congiunta – metteremo i nostri impegni sul tavolo e siamo lieti che i nostri partner di tutto il mondo faranno altrettanto. I fondi che raccoglieremo avvieranno una cooperazione globale senza precedenti che coinvolgerà scienziati e autorità di normazione, industria e governi, organizzazioni internazionali, fondazioni e operatori sanitari. Sosteniamo l’Oms e siamo lieti di unire le forze con organizzazioni esperte come la fondazione Bill e Melinda Gates e il Wellcome Trust”, con la rassicurazione che “ogni euro raccolto sarà convogliato principalmente tramite organizzazioni sanitarie mondiali riconosciute come Cepi, Gavi, l’Alleanza per il vaccino e tramite il Fondo mondiale e Unitaid, per sviluppare e distribuire il più rapidamente possibile e a più persone possibili gli strumenti diagnostici, le terapie e i vaccini che aiuteranno il mondo a superare la pandemia”.

Nel prossimo autunno, infatti, si prevede una corsa a vaccinarsi contro l’influenza e la polmonite. E allora comprensibilmente assisteremo al riacutizzarsi di una vecchia polemica sullo strumento del vaccino. Come si comporteranno ad esempio, quelli che sostenevano nell’era pre-Covid l’inutilità o addirittura la pericolosità di tale pratica?
Il punto è questo. Il dibattito nazionale e internazionale, attorno a certi temi, è dominato da alcuni “mantra”: alcuni sono corretti, altri imprecisi, altri sono poco più di retorica. Alcuni di questi dibattiti sono generati da autentiche fake-news, altri da cattiva informazione. Lo ha ben detto pochi giorni fa Marina Sereni, viceministro degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale: “All’Italia serve una politica estera vaccinata dalle fake news”.

Maria Sereni, viceministra Affari esteri e Cooperazione Internazionale

Basta usare le parole giuste, spiega. Come quelle del “Siamo in guerra”. La retorica bellica – scrive il viceministro – può essere utile in termini di mobilitazione dell’opinione pubblica e senso di disciplina dei cittadini. Ma non siamo in guerra. Siamo semmai entrati in un conflitto a bassa intensità contro un nemico invisibile e difficile da decifrare, con un elevatissimo grado di mobilità. La differenza è sostanziale. Questo tipo di conflitti richiedono innanzitutto determinazione e resilienza e, soprattutto, la capacità di “conquistare i cuori e le menti” dei cittadini”.

Lo stessoricorda ancorasi potrebbe dire del nazional-sovranismo del prima gli Italiani, una frase che gioca la carta truccata delle emozioni. Le ricette sovraniste però, dal neomercantilismo alla chiusura dei mercati, dell’autarchia alle ri-nazionalizzazioni indiscriminate, conducono al disastro economico, all’aggravamento delle diseguaglianze, all’irrilevanza nei negoziati in cui si ridisegnerà il sistema cooperativo internazionale. Il rilancio del lavoro e della crescita in Italia va di pari passo non solo con l’Europa, ma anche con la nostra capacità di guardare allo sviluppo delle aree del mondo per noi prioritarie”. E ancora. “Il Coronavirus ha evidenziato tutti i limiti della delocalizzazione indiscriminata e dell’estensione illimitata delle catene di valore. La risposta non è l’autarchia, ma il ripensamento delle catene di valore all’interno di macro-aree, in cui il vantaggio competitivo è determinato dalla prossimità dei mercati, piuttosto che dai costi di produzione, e dalla relativa affidabilità in situazioni di crisi”.
Un pensiero di parte si dirà. Ed è vero. Ma un pensiero argomentato, sul quale è lecito non essere d’accordo nella forma e forse anche nella sostanza, che esprime tuttavia una visione del mondo, opinabile, ma comunque aperta alla riflessione e al dibattito.
La cronaca (globale) di questi giorni, di contro, ci ha offerto esempi di disinformazione al limite del tragicomico.

Donald Trump, presidente U.S.A.

Hanno fatto il giro del mondo le parole di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, che in occasione di un briefing sull’emergenza virus, ha così affermato: “Vedo che il disinfettante lo distrugge in un minuto. Non c’è un modo di fare qualcosa di simile, iniettandolo? Sarebbe interessante verificarlo”. Parole che hanno creato grande sdegno nella comunità scientifica e una valanga di sfottò sul web indirizzate all’uomo più potente del pianeta. Anche perché, evidentemente non pago di regalare perle di saggezza, lo stesso Trump ha poi invitato la popolazione a “prendere il sole”, visto che è noto come l’esposizione ai raggi ultravioletti uccida il coronavirus nel giro di breve tempo.
Tragicomico. Ma anche pericoloso. Del resto non è cominciata oggi l’entusiasmante stagione dell’instancabile guerra di Trump alla scienza e lo confermano le sue affermazioni sul fatto che il Coronavirus sia stato creato in laboratorio a Wuhan in Cina. Una posizione, pare, largamente condivisa nel partito repubblicano a Washington, tra i parlamentari e nella rete di think tank conservatori. Parole, soprattutto le prime, che hanno costretto medici e scienziati a sventare possibili ingestioni o iniezioni di disinfettante.
In Italia, sulle sconcertanti dichiarazioni di Donald Trump si è espresso il virologo dell’ospedale San Raffaele di Milano, Roberto Burioni, da settimane in prima linea nella battaglia al virus: “Su simili affermazioni non ho commenti da fare, sinceramente. In momenti come questo tutti coloro che hanno grandi responsabilità devono misurare le parole, perché i danni della disinformazione medica possono essere tragici”.
E così, se oltreoceano il leader a stelle e strisce evita da giorni il confronto con i giornalisti che accusa di aver estrapolato – strumentalizzandola – da un discorso più ampio la frase “sarcastica”, in casa nostra un ex leader con la voglia di tornare in sella quanto prima, Matteo Renzi, si affida a una diretta Facebook per dirsi dispiaciuto della tempesta di critiche scatenata dalle sue parole pronunciate in Senato, giovedì, quando ha detto, parlando della riapertura e rivolgendosi al Governo che sostiene: “Pensiamo di onorare le persone di Bergamo e di Brescia che non ci sono più, che se potessero parlare ci direbbero di ripartire anche per loro”. Critiche che gli sono arrivate da tutte le parti. Da Matteo Salvini: “Renzi lasci stare i morti”, al sindaco di Bergamo Giorgio Gori, (più renziano di Renzi fin dalla prima ora): “Uscita decisamente infelice”, a Vito Crimi reggente del M5S: “Discorso populista e qualunquista”.

Matteo Renzi, presidente di Italia Viva

L’ex premier (e neo medium) si è difeso nel videomessaggio con armi che conosce bene, ma che ha dimostrato più volte di saper usare male, come il pietismo e la sofferenza degli indifesi, e lo ha fatto con queste parole: “Mi dispiace per un passaggio del mio discorso in Senato che ha creato polemiche, ma a me l’idea che una persona possa morire da sola mi fa uscire di testa. Il fatto di poter avere qualcun accanto, per me fa la differenza. Quando ho visto il corteo delle bare a Bergamo sui camion dell’esercito, la cosa sconvolgente era l’anonimato. Ho fatto un passaggio che tutto era tranne un attacco: chi ha voluto fare polemica cerca un appiglio per lo scontro. Ma io non rilancerò polemiche assurde su una cosa su cui si deve avere solo silenzio e rispetto”.
Il tavolo della logica si rovescia in fretta quando, senza contraddittorio, si afferma che “gli altri” hanno fatto polemica cercando “un appiglio per lo scontro” ma solo quando chiede “silenzio e rispetto” si avverte il suono sgradevole di una nota suonata male.
Silenzio e rispetto. Avrebbe potuto ricordarseli prima. Prima di usarli come una mascherina monouso.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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