ArcelorMittal, la Fiom: “Azienda riduce produzione. Quale futuro?”

 

Secondo Brigati Rsu Fiom Cgil Arcelor Mittal, la multinazionale tende al risparmio anche sulla manutenzione. Invito al governo a riprendere in mano il dossier
pubblicato il 26 Aprile 2020, 18:13
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“ArcelorMittal sembra andare in controtendenza rispetto ai vari DPCM per il contenimento del contagio da SARS-Cov-2 e, soprattutto, in previsione della cosiddetta fase 2 nella quale si dovrebbe determinare la fine del lockdown con la conseguente ripartenza del sistema produttivo italiano. La stessa ripartenza, infatti, potrà avvenire soltanto con l’attuazione delle misure restrittive previste all’interno del protocollo del 24 aprile 2020 negli ambienti di lavoro”. E’ quanto sostiene Francesco Brigati della segreteria provinciale di Taranto della Fiom Cgil ed Rsu Fiom Cgil Arcelor Mittal.

“Le strategie aziendali della multinazionale, di fatto, vanno nella direzione opposta rispetto alla fase 2 preparandosi, in questi giorni, a nuovi assetti di marcia che prevedono una ulteriore riduzione della capacità produttiva mai raggiunta per gli altiforni. Nella fattispecie, la capacità produttiva in questi giorni ha iniziato una fase di discesa rispetto alla produzione giornaliera di ghisa che passerebbe da 8500 a 7000 tonnellate con AFO/1 e AFO/4. Siamo difronte ad una novità assoluta che potrebbe avere dei risvolti negativi per lo stabilimento siderurgico” afferma Brigati.

“Inoltre, quest’ultima direttiva aziendale stride con quanto sostenuto in più occasioni da ArcelorMittal alle organizzazioni sindacali, al Prefetto di Taranto e al Custode Giudiziario, soprattutto nella fase più critica della pandemia. Infatti, il 26 marzo, a seguito di una richiesta di ArcelorMittal come previsto dal DPCM del 22 marzo per le aziende a ciclo continuo, viene notificato il decreto prefettizio con cui si stabilisce sia la capacità produttiva giornaliera, al di sotto del quale non si poteva scendere per ragioni di salvaguardia impiantistica e ambientali, che il conseguente impiego dei dipendenti per un numero complessivo di 3500 diretti e di 2000 dell’appalto – ricorda il sindacalista -. Il calo della produzione viene utilizzato, di fatto, dalla multinazionale per giustificare l’aumento del personale in cassa integrazione. L’azienda, infatti, vorrebbe scendere a 3000 dipendenti diretti, determinando un beneficio per Arcelor Mittal in termini di abbattimento del costo del lavoro e di attività collegate alle manutenzioni ordinarie e straordinarie”.

“A dimostrazione di questa scelta unilaterale, da parte di Arcelor Mittal, vi è il cambio di pagamento della Cassa integrazione con causale covid-19 che inizialmente prevedeva lo smaltimento delle ferie a 0 ore prima di accedere all’ammortizzatore sociale. Ciò significa che ci sono circa 5000 lavoratori in cassa integrazione – evidenzia la Rsu Fiom Cgil -. Inoltre, si pone un problema in merito alla ripartenza, prevista per il 4 maggio con la fase 2, in quanto non vi è al momento nessun intervento su Afo/2 che lasci sperare ad un riavvio dello stesso impianto. I commissari straordinari dovrebbero verificare lo stato in cui versano gli impianti, così come previsto dal contratto di aggiudicazione, e intervenire per imporre un piano di manutenzione che obblighi l’affittuario ad attuarli. Oggi accade il contrario e, nonostante vi sia una impellente necessità di interventi di manutenzione, la multinazionale taglia del 70% il personale addetto a quel tipo di attività ponendolo in cigo per Covid-19, nonostante il problema di distanziamento sociale in alcuni reparti non sussista”.

“È del tutto evidente che Arcelor Mittal voglia trarne un beneficio e, ancora una volta, vuole dettare l’agenda del governo sul futuro di un sito strategico per il Paese. La difficile fase di emergenza sanitaria e socio economica che sta attraversando il nostro Paese deve farci riflettere affinché non si compiano gli stessi errori del passato, in merito alla mancanza di politiche industriali, che hanno portato alunni settori particolari a non essere autonomi – afferma ancora Brigati -. Pertanto, credo sia necessario che un sito di interesse strategico per l’Italia non debba essere lasciato nelle mani di una multinazionale soprattutto quando è in gioco una sfida importante come il risanamento ambientale e le bonifiche di un territorio martoriato come Taranto”.

“È indispensabile che il governo riprenda in mano le politiche industriali guardando al futuro e programmando un nuovo modello industriale eco compatibile. La programmazione di politiche industriali non può passare tra le mani di una multinazionale intenta, sin dal primo momento, a trarne un beneficio di natura finanziaria ed economica oltre quello di abbattere un concorrente come l’ex ilva. È giunto il momento di agire e dare risposte al futuro ambientale, sanitario e occupazionale del nostro territorio” cnclude il sindacalista della Fiom.

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