Taranto, l’emergenza sanitaria e le alternative economiche

 

C'è un percorso tracciato per 'staccarsi' quasi del tutto dal peso delle grandi industrie. Ma ci sono anche parecchie incognite...
pubblicato il 19 Aprile 2020, 12:02
13 mins

Non c’è alcun dubbio che l’emergenza sanitaria accentri le attenzioni, distraendoci su altri temi però importanti. Per non dire strategici. Certo, l’occhio vigile non risparmia altri orizzonti, soprattutto perchè prima o poi da questa fase storica e così tragica ne verremo fuori.
Ecco il tema: ma come ne verremo fuori? Sicuramente barcollanti fin quasi a perdere del tutto l’equilibrio e cadere. Ma non è altrettanto vero che dal baratro ci si salva se per tempo reagiamo? Banale ma è così.
Naturale che qui ci concentriamo anche su problemi tutti nostri. Almeno in apparenza. Vuoi che non si parli di ArcelorMittal? No, perchè lo stabilimento siderurgico tarantino – volente o nolente – è al centro di tutta la nostra economia, quindi della nostra quotidianità. E’ così da decenni, resta così oggi, forse lo resterà per altri anni. E’ un destino amaro, che si paga drammaticamente. Ma non può restare questo fino alla fine dei tempi, o sperare solo che prima o poi crolli tutti.

Tracce di futuro da decifrare

Ve ne sarete accorti, magari anche di sfuggita, ma negli ultimi tempi c’è un certo dinamismo intorno alla vicenda Taranto. Da un lato, le scazzottate tra l’attuale gestore ArcelorMittal e le Istituzioni, soprattutto a livello territoriale, che in qualche modo sembrano affievolite dall’ultimo accordo con il governo di cui – come più di qualcuno ricorderà – a novembre dovrebbe conoscersi l’epilogo: dentro o fuori per la multinazionale, dentro o fuori per lo Stato.
Nel frattempo, ci sono battaglie legali che riguardano per esempio l’ordinanza di minacciata chiusura del sindaco Melucci che sarà discussa al Tar: a prescindere dall’esito, è chiara e profonda la frattura tra il Comune di Taranto e l’azienda, al netto di quel che ognuno di noi possa giudicare.
Da tempo, come ben sa chi ci segue, il nostro unico dubbio in questa ‘guerra’ resta lo stesso: è pronto il territorio a restare col ‘cerino’ in mano? E qui si inserisce il percorso intrapreso da alcuni anni dai Governi (il famoso CIS), che indubbiamente procede zoppicando anche se negli ultimi mesi – anzi: da fine 2019 – par pigiare sull’acceleratore. Sarà coincidenza, ma evidentemente da quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è sceso da queste parti l’incarico a Sottosegretario di Stato – nonchè guida del CIPE – del senatore tarantino Mario Turco è diventato strategico al punto che quest’ultimo s’è fatto più intraprendente e s’è dedicato anima e corpo ad alcuni progetti fermi da anni, se non da decenni. Non solo, perchè la filosofia del movimentismo di Turco è quella di sburocratizzare in qualche modo molte idee rimaste sulla carta nonostante fossero dotate pure di risorse finanziarie (ci sarebbe da chiedersi: come mai il collega di partito Di Maio il Cis lo ha quasi trascurato del tutto riunendolo un paio di volte quand’era Ministro dello Sviluppo economico?).
Sarà la strada giusta, o quantomeno la meno tuortuosa? L’idea, se la interpretiamo bene (e come già fatto dal nostro Gianmario Leone nei giorni scorsi), è quella di costruire concretamente l’alternativa economica a questo territorio. Da qui lo rispolverare di vecchi – ma sempre attuali – progetti che, chissà per quali motivi (ma li immaginiamo…), per qualche decennio sono rimasti chiusi nei cassetti delle stanze del potere.

Lo scenario

Come già descritto, è l’Industria pesante a caratterizzare l’economia di questo territorio. Quindi grandi numeri economici (spesso sbandierati a livello nazionale per non cambiare nulla) e quindi grandi problemi occupazionali (totem delle consorterie sindacali, tanto datoriali quanto operaie). Tradotto: non si può prescindere dalle grandi industrie. Più semplicemente: lo stallo che tormenta e che blocca visioni futuristiche più azzardate e pulite e sostenibili. Del resto, il mantra è che senza le grandi industrie qui non si può pensare ad altro. Un mantra che i gattopardi usano affinchè nulla cambi. Ma che viene armeggiato pure da quanti pensano che solo smontando ciminiere possa cominciarsi il dopo.
Un mantra che qui respingiamo da sempre, sia in un senso che nell’altro. Nulla è immortale, sia chiaro. Ma per combattere una ‘guerra’ c’è da vincere molte battaglie. Come nello sport, passatecelo, non esiste solo la finale: per arrivarci devi faticare e vincere molte partite.
E allora, ecco che bisogna far uso di altre ‘armi’. Che sono le economie differenti. Quante volte abbiamo sentito parlare di agricoltura, mare, turismo, cultura, porto, aeroporto etc. etc.? Oggi anche gli scettici cominciano a crederci in qualche modo, forse perchè hanno compreso (non tutti, in verità) che solo preparando il terreno si può seminare e poi raccogliere. Anche se sullo sfondo c’è ancora una ciminiera.

I progetti in campo

Diversi, non del tutto nuovi, ma sicuramente con potenziale efficacia. Com’è noto, proprio in quest’ultima fase sono state tracciate alcune linee-guida tra le possibili economie alternative, se non addiritura sostitutive. Tra queste spiccano i progetti di grande logistica, una grande piattaforma che parta dall’ecomomia della terra per passare a infrastrutture come il porto e l’aeroporto. Insomma, i progetti Agromed e Distripark diventerebbero – se realizzati – simbiotici ad un nuovo sviluppo del porto e quello potenziale dell’aeroporto, sempre in termini commerciali.
Perchè si punterebbe parecchio sull’economia agricola? Perchè più di qualcuno in questi anni, e a tutti i livelli, ha sempre dimenticato che l’agricoltura qui rappresenta circa 14mila aziende (il 23-24% del totale) e circa 15mila lavoratori: numeri che rappresentano, quale produzione lorda vendibile, qualcosa come 470 milioni di euro più o meno. Mica male, vero? Stiamo parlando di un settore primario tra i più produttivi e qualitativamente migliori dell’intera regione: immaginate, perciò, cosa potrebbe diventare se questo comparto fosse degnamente supportato. Pensate se soltanto, come già lo sono, agrumi, uva e vino diventassero il nostro biglietto da visita nel mondo.
Diventeremo tutti agricoltori? Non è questo il punto, ma certamente l’agricoltura con l’indotto potrebbe rappresentare – in un tempo neppure lungo – grossa valvola d’assorbimento occupazionale. Perchè non si tratta solo di braccianti ma anche di lavoratori della logistica, della ricerca, dell’industria agroalimentare e altro ancora. Se oggi in termini di occupazione l’agricoltura occupa qualcosa come 15mila lavoratori, pensate a cosa potrebbe diventare se idee e strategie la sostenessero.

Basta solo puntare sull’agricoltura?

Altre economie si svilupperebbero se soltanto si lavorasse per aiutarle. Pensate all’economia del mare. Qui si inseriscono alcuni progetti messi in campo tanto dalla Regione quanto dal Comune stesso, senza dimenticare che la ricaduta su tutto il territorio provinciale sarebbe naturale.
Intanto, la possibilità che la marineria finalmente s’organizzasse. Quando il Comune parla di Piano delle Coste – ormai in fase di approvazione avanzata – non lo fa a caso: era urgente da anni, oggi può diventare realtà. Il che significa, per esempio, punti sbarco per chi lavora sul mare, ma non va dimenticato un recuperato e valorizzato mercato ittico. Ma non soltanto. Istituendosi – speriamo quanto prima – il Parco regionale del Mar Piccolo, se ne avvantaggiarebbero non solo il Comune capoluogo ma anche i Comuni limitrofi. Il che significa, ancora, pure turismo (non di massa ma di alta qualità), filiera agricola a km.0, rigenerazione ambientale e tutta una serie di vantaggi che è immaginabile soltanto a pensarci.
Certo, la Regione Puglia gioca un ruolo importante in molte scelte sul territorio. A partire dalla certezza e conseguente accelerazione della Regionale 8: quanto aiuterebbe lo sviluppo delle economie locali di questa provincia? Risposta semplice. Senza dimenticare altri settori in cui la parola della Regione Puglia è fondamentale: pensiamo ai fondi europei, per esempio.
Ma pensiamo anche all’Università, che diventasse davvero autonoma, diventerebbe il pensatoio naturale del futuro per il territorio.

L’instabilità politica

Ecco la variabile che potrebbe smantellare tutte le belle idee e i sogni. L’Italia, si sa, non brilla per continuità politica, tutt’altro. A prescindere da quel che ognuno possa pensare dei governi che si susseguono troppo facilmente, l’incognita di non concludere mai un progetto c’è e resta concreta. E’ il male del nostro Paese, fragile sì economicamente ma soprattutto debole sul piano politico in modo pauroso. Con l’ingrediente pericoloso dell’inseguimento del consenso prim’ancora che dell’interesse del popolo.
Sbagliamo? Beh, i fatti degli ultimi dieci-quindici anni ci danno ragione. E qui c’è un altro fattore da considerare, che corrobora questa tesi. L’attuale Governo sta gestendo una emergenza come nessuno mai in passato, se non nel dopoguerra. Come? Sarà la Storia a giudicarlo. I dubbi sul suo futuro prossimo, però, ci sono tutti se già oggi in certi settori politici ed economici – ma anche dell’informazione – si fa largo l’idea di lasciare all’attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte qualche altro mese di governo e poi buttarlo giù dalla torre per far spazio all’ex presidente della BCE, Mario Draghi.
Non entriamo nel merito nè parteggiamo per l’uno o per l’altro. Però è chiaro che ciò potrebbe comportare dubbi sui nostri scenari (una volta tanto facciamo del campanilismo!), specie perchè di sicuro perderemmo un riferimento strategicamente importante quale proprio il Sottosegretario di Stato: e quando ci ricapiterà più, specie se consideriamo quanto debole sia la nostra classe politica?

Morale della favola…

Il discorso è di certo più ampio e l’analisi andrebbe maggiormente approfondita, ci mancherebbe. Così come qualcuno potrebbe accusarci di fare il tifo per questo Governo: lungi da noi questa visione, semmai passatecela solo per – come detto – campanilisimo. Nonostante le sgomitate che giungono dal basso (vedasi i conflitti locali-nazionali).
Ci chiediamo però, semmai la traccia dell’alternativa economica restasse, come, per esempio, vanno a incidere e incideranno le lobbies che da sempre manovrano affinchè questo territorio non cresca ma resti aggrappato ai grandi numeri delle grandi industrie, insomma, perchè il ricatto occupazionale imperi per sempre? O quanto incidono e incideranno i pensatori che premono perchè il nemico resti sempre lo stesso? E cosa farebbero senza di esso?
Ecco dove c’è da lavorare parecchio. Non solo sulla costruzione delle alternative, in attesa che il ‘mostro’ crolli o si ridimensioni del tutto, ma anche nella testa di molti finalmente capaci di guardare ‘oltre le Cheradi’.

p.s.: naturalmente tutto poggia sulla buona fede degli attori protagonisti e il buon esito del percorso d’alternativa intrapreso, of course…

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Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

2 Commenti a: Taranto, l’emergenza sanitaria e le alternative economiche

  1. Umberto

    Aprile 20th, 2020

    non dimentichiamoci che la citta’ deve ancora riprendersi dal saccheggio compiuto qualche anno fa’ da parte di NOSTRI CONCITTADINI che sono diventati politici nel giro di una notte.ed eletti subito naturalmente. questo per dire che ancora oggi ci manca quella malizia,credo che sperare(ironia?) nella buona fede degli attori protagonisti potrebbe essere una ricaduta di buona fede che potrebbe cristallizzare la situazione per i prossimi 10/15 ANNI.
    Se neanche la magistratura e’ riuscita a chiudere il mostro,(sentenza sterilizzata dalla politica. decreto di Napolitano). e’ troppo rischioso fidarsi ancora della politica o di un paio di politici.non ce lo possiamo permettere. malizia ci vuole,un idea,un colpo di teatro. o di scena, fate voi. non si puo’ parlare di agricoltura,pesca,turismo, se Taranto e’ vista come una delle citta’ piu’ tossiche d’Europa. chiudiamo il mostro e poi si pensa..

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  2. Pietro.stefano

    Aprile 20th, 2020

    E gli altri onorevoli della provincia.di taranto i sigg.ri.Cassese De Giorgio ect. dove si sono eclissato.
    Dalla loro elezione sono diventati dei fantasmi, bravi solo alla fine di ogni mese ad incassare il loro stipenduccio di parlamentari
    FATEVI VEDERE ALLA PROSSIMA TORNATA ELETTORALE SARETE PREMIATI PER LA VOSTRA A NEGAZIONE EMERITI……..

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