Giovedì Santo, “la mia prima volta sul pendio”

 

Il toccante ricordo di Pino Lippo, a 5 anni
pubblicato il 08 Aprile 2020, 20:00
5 mins

Era il Giovedì Santo dell’11 aprile 1963. Quel giorno Papa Giovanni XXIII pubblicava la sua ultima Enciclica : Pacem in Terris. Ultima poiché il Pontefice era già gravemente segnato dai sintomi della malattia, un cancro allo stomaco che in meno di due mesi, l’avrebbe portato alla morte. Quel giorno, bella coincidenza, io compivo 5 anni. Eravamo a tavola e mio padre Angelo mi disse: “Pinuccio non sono riuscito a farti oggi il regalo, ma se tu vuoi,questa notte, ti porterò a vedere l’uscita dell’Addolorata a Taranto Vecchia”. Mia madre, contrasto di natura, soprattutto quando parlava o decideva qualcosa mio padre, gli rispose senza mezzi termini: “Ma dove lo devi portare a Pinuccio! È appena uscito da uno stato febbrile, prenderà freddo. Lascia stare! Corsi subito da lei e, con le mie insistenze, riuscii a convincerla. Quella sera, tanto ero contento, che non guardai nemmeno Carosello. Difatti fui il primo di noi fratelli ad andare a letto dopo cena. Prima di coricarmi però volli sincerarmi e mi rivolsi a mio padre: “Papà, non sarà mica uno scherzo?”. Papà è sempre stato di poche parole; bastava guardarlo per capire cosa fare e quali fossero le sue risposte. Difatti guardandolo negli occhi mi rassicurai. Venne a svegliarmi alle ore 22,30 circa con una tazza di latte caldo. Mi vestii in fretta poiché infreddolito. All’epoca noi ragazzi indossavamo fino all’età di 12/13 anni i pantaloni corti sulle ginocchia, anche d’inverno. Avvertivo brividi di freddo, ma non dissi nulla. Noi abitavamo in via Regina Elena. Papà non ha mai avuto la macchina. I pullman avevano già terminato le corse, per cui, tutti infreddoliti, ci avviammo a piedi a Taranto Vecchia con passo veloce. Io cercavo di stringermi a mio padre, tutto incuriosito per quello che di lì a poco avrei visto. Per me era la prima volta. Ricordo quella mano robusta e calda di mio padre che mi rassicurava. Oltrepassammo finalmente il ponte girevole e iniziammo a vedere della gente che si muoveva nella nostra stessa direzione. Iniziò a piovigginare, si bagnarono le strade e così anche noi ,tanto che mio padre mi disse: “Pinuccio, torniamo a casa, penso che non smetterà per adesso di piovere. Chi la sente tua madre ?”. Non volli desistere e riuscii a convincere anche lui di proseguire. Ad un tratto smise di piovere e subito dopo giungemmo al pendio. Stupore! C’era tanta gente raccolta in silenzio, nonostante la nottata fredda e bagnata. Di lì a poco la banda iniziò a suonare ed io ,quasi impaurito da quelle note , mi strinsi di più a mio padre. Era arrivata l’ora stabilita e sul ballatoio di San Domenico comparve il simulacro dell’Addolorata. Non capivo il significato di quel cuore rosso in una mano e del fazzoletto di pizzo nell’altra. Ma mi prese un senso di commozione nel vedere quella immagine muoversi lentamente. Mio padre mi disse che quel muoversi era un “nazzicare”, un dondolare come quando si muove la culla di un neonato per farlo calmare, acquietare, per farlo rassicurare. Ammiravo con grande stupore la gente accorsa numerosa su quel pendio che pregava, rivolgendosi alla Vergine Addolorata come se fosse una di famiglia. Tutti avevano gli occhi lucidi e pieni di lacrime. Seguimmo la processione fino a piazza Fontana vicino alla Torre dell’Orologio. Erano le tre del mattino e c’incamminammo, dopo aver salutato la Madonna, verso casa. Non sentivo più il freddo. Guardavo mio padre e sorridevo. Mi buttai fra le sue braccia e lui mi sollevò. Ricordo bene, lo ringraziai: “Grazie papà per questo bel regalo!”. Arrivammo a casa intorno alle quattro. Mia madre era sveglia e sull’uscio. In silenzio mi svestii e corsi subito a letto, tutto contento.

di Pino Lippo

foto Sara Bastianelli

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