Quarantena, come e quando ne usciremo?

 

Alcune riflessioni basate su ciò che ci dicono gli scienziati, e sul perché dovremmo augurarci di uscirne il più tardi possibile.
pubblicato il 07 Aprile 2020, 08:30
7 mins

ATTENZIONE: in questo articolo non sarà fornita risposta alla domanda che si trova nel titolo. No, non si tratta di becero “clickbait” (pratica quantomai riprovevole, tanto più in un momento come questo). Si tratta, piuttosto, di spiegare soprattutto a chi si pone ogni giorno questa domanda che una risposta esatta non c’è, ma che ci sono alcune cose da comprendere per farsi un’idea di cosa ci riserveranno i prossimi mesi.

Fase 2

Ce lo siamo ripetuti spesso: «Fermiamoci per un paio di settimane per ripartire il prima possibile». Bene, è ora che ci diciamo chiaramente che le cose non stanno così.

Già da qualche giorno, con comprensibile cautela per non suscitare pericolose isterie di massa, chi ha l’onere di gestire questa emergenza sta iniziando a introdurre nel lessico l’espressione “fase 2”, un periodo di transizione in cui le cose non saranno come sono adesso, ma nemmeno com’erano prima. Per essere ancora più chiari, anche quando i contagi saranno in vistoso calo e l’emergenza sarà superata, per un po’, non potremo goderci concerti, spettacoli, aperitivi e così via.

Il motivo è semplice: finché non si sarà trovato un modo efficace per contrastare gli effetti del Covid-19 (che sia un vaccino o una cura, o perfino una naturale perdita di virulenza della malattia), una riapertura totale ci porterebbe, di fatto, a ricominciare da capo, e magari a vedere anche nelle regioni sinora più risparmiate le stesse, drammatiche, scene che ci arrivano ogni giorno da Bergamo e dintorni.

Seduti su una polveriera

A questo proposito, il prof. Pier Luigi Lopalco, responsabile Coordinamento emergenze epidemiologiche della Regione Puglia, è stato estremamente chiaro: «Noi nel sud Italia siamo seduti su una polveriera, perché pochissime persone finora hanno incontrato il virus» (leggi qui). Un’affermazione che adombra un concetto di cui, in questa pandemia, si è alquanto abusato: l’immunità di gregge. Si tratta di quel fenomeno per cui quanto più alto è il numero di persone che hanno sviluppato gli anticorpi contro una malattia infettiva, tanto più tutelati dagli effetti della malattia stessa sono tutti i membri della comunità.

Si tratta del principio in base al quale è necessario che tutti si sottopongano a vaccinazione allo scopo di tutelare non solo sé stessi, ma anche i soggetti più deboli, immunodepressi o che per svariate motivazioni cliniche non possono vaccinarsi. Il punto è che nel caso del Covid-19, la novità della malattia fa sì che gli scienziati non sappiano ancora con quali numeri e secondo quali modalità si sviluppi l’immunità di gregge. Tanto per fare un esempio, non è ancora chiaro se aver contratto il virus generi immunità e quanto a lungo questa possa durare. Ciò è tanto più vero per regioni come la Puglia in cui il numero di coloro che hanno contratto il virus è ancora percentualmente molto basso rispetto alla popolazione totale.

Quindi qual è la soluzione? Restare chiusi in casa ad oltranza? Ovviamente no.

Appiattire la curva

La soluzione viene raccontata nei grafici che fotografano la diffusione del contagio, le cosiddette “curve epidemiologiche”.

Grafico di Esther Kim & Carl T. Bergstrom, licenza CC BY.

In questo grafico (pubblicato su Wikimedia Commons e ripreso da Open) vengono messe a confronto due curve ipotetiche: quella con il picco più alto (una montagna, potremmo dire) rappresenta la diffusione del virus in assenza di restrizioni alla vita sociale; una diffusione rapida, di breve durata e soprattutto dolorosissima. Un così alto numero di contagi in un lasso di tempo così ridotto, infatti, porterebbe a totale saturazione il sistema sanitario, impedendo agli ospedali di curare gli ammalati e causando un enorme numero di morti.

La seconda curva (che potremmo definire una collina) rappresenta, invece, una situazione in cui le restrizioni permettono di rallentare il contagio. Questo garantisce di “diluire” nel tempo il numero degli ammalati, mantenendoli al di sotto della soglia tratteggiata che rappresenta le capacità di cura del sistema sanitario. Ciò consente agli ospedali di garantire a tutti cure adeguate, salvando la vita a molti ammalati.

Salvare vite, però, ha un prezzo, che nel grafico è evidente: una durata dell’epidemia sensibilmente più lunga.

Nello specifico dell’Italia, la curva di alcune regioni del nord rischia di somigliare pericolosamente alla “montagna”, in quanto le restrizioni vi sono intervenute quando il contagio era già avviato (forse addirittura da alcune settimane, come adombrato in questo articolo di Marco Birolini per Avvenire). In regioni come la Puglia, invece, se tutto funzionerà nel modo opportuno la curva potrà somigliare alla “collina”, una situazione in cui il contagio inevitabilmente continua a propagarsi, ma in misura controllata e sufficientemente contenuta da garantire al sistema sanitario di poter curare tutti.

Se (e solo se) si riuscirà a mantenere sempre il picco sotto la linea tratteggiata che rappresenta il livello massimo di contagiati che il sistema riesce a gestire, allora si potrà ragionare di parziale riduzione delle restrizioni a persone e attività produttive, avendo cura di tutelare i soggetti più fragili.

Perché questo possa accadere senza traumi, però, è necessaria disciplina, da parte di tutti. Chi segue ogni giorno le conferenze stampa di Protezione Civile e Istituto Superiore di Sanità avrà notato l’estrema cautela con cui gli esperti parlano di possibili aperture. Siamo certi che questa cautela non dipenda solo dal timore di alimentare false speranze, ma peggio ancora dal timore di innescare un “liberi tutti” che in questo momento, davvero, sarebbe la miccia per una catastrofe.

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