Una Settimana Santa diversa per i tarantini

 

pubblicato il 06 Aprile 2020, 11:55
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di Gigi Montenegro – In questa settimana santa, così strana e particolare, che ricorderà a chi ha raggiunto gli ottanta anni, momenti più difficili di questi bui che stiamo vivendo, forse potremmo approfittarne per fare qualche riflessione. Fuor di retorica diremo che questo 2020, ha scambiato gli abiti di rito dei confratelli con camici e mascherine di chi vive salvando la vita agli altri, e potremmo anche finire qui. Ma siccome sono profondamente convinto per vissuto personale e per cultura mentale che si deve guardare oltre la siepe, perché noi passiamo ma il mondo, grazie a Dio, resta, vorrei parlare di ciò che non accadrà.
Proprio i più chi ha suo malgrado vissuto l’ultimo momento bellico convenzionale, ricorderà, per averlo vissuto direttamente o per aver ascoltato i racconti degli anziani di quando erano ragazzini, che Taranto, nella settimana santa era un pullulare di ritualità, di alternarsi di mozzette di colori diversi da quelli cui siamo abituati. Di eventi religiosi che avvicinano non solo chi indossa l’abito di rito alla preghiera, ma anche quello che San Giovanni Paolo II ha definito il popolo di Dio. Che non ha Colore di pelle, cittadinanza o linguaggio. Ma solo il dono di voler e saper pregare con quella genuinità che a volte è sembrata smarrita.
Ed allora, atteso che nella Domenica delle Palme, quando non si è in “guerra”, ci sono le assemblee dette “gare”, non sarebbe una cattiva idea, lunedì, martedì e mercoledì santo ripristinare quei riti interrotti e che potrebbero riaggregare quei tarantini che oggi si sentono esclusi. Ed ancora riportare tra le strade della città vecchia quel risuonare di tròccole che una volta chiamavano i confratelli alla processione della Vergine Addolorata, il cui Pellegrinaggio segna in maniera profonda la settimana santa di Taranto, con il segno del dolore scolpito nel legno. In quella immagine che Taranto riconosce come la Madre di Gesù Cristo. Certo, sciocco sarebbe non riflettere e pensare che la città è cambiata, che le abitudini sono cambiate, e che quindi è necessario apportare delle variazioni all’uso di un tempo. Del resto all’inizio della settimana le chiese sono chiuse per l’allestimento dei Sacri Sepolcri. Ma basterebbe che tutti i “penitenti”, il cui pellegrinare, rigorosamente tutti a volto coperto, dopo aver attraversato le strade meno percorse della città vecchia (via Paisiello, via Cava, via Pentite, tanto per fare qualche esempio), sostassero in preghiera davanti all’altare maggiore del Duomo, prima di ritornare nella chiesa dalla quale sono usciti, che potrebbero essere identificate in San Giuseppe, San Domenico, Sant’Agostino, Madonna della Salute, e San Lorenzo, la cappella del castello Aragonese. Proprio nel Duomo potrebbero i confratelli ascoltare un significativo passo del Vangelo e meditare sulla Passione e Morte del Cristo. In fondo si tratta soltanto di dare nuova linfa ad un rito, quello del pellegrinaggio collettivo interrotto per l’ultima guerra mondiale, conservandone lo spirito penitenziale, ed il significato di fede. Ugualmente si potrebbe fare con almeno un paio di troccolànti (un tempo erano quattro), che il giovedì pomeriggio, potrebbero fare un breve giro coprendo ciascuno due di quelli che furono i pittaggi in cui la città era divisa. Anch’essi sostando solo in Duomo per una breve preghiera prima di fare rientro a San Domenico.
Qui si tratta di mettersi d’accordo su un paio di cose: non possiamo fare che le variazioni che ci piacciono sono buone e quelle che sono un po’ più complicate da organizzare, o possono creare concorrenza, se così si può dire, non le dobbiamo fare, accampando mille ed una scusa. Ovvero nessuno ha battuto ciglio per aver aggiunto un quarto complesso bandistico alla processione dei Sacri Misteri, cosa che non appartiene alla cultura ed alla storia della processione, mentre è anacronistico fare il pellegrinaggio collettivo ed il giro dei troccolànti. Oppure destinare al Mysterium Festival, peraltro manifestazione di pregio, il compito di rappresentare ciò che è stato soppresso. In primo luogo perché non v’è fedele, che vuole vivere le ritualità della fede tarantina, in grado di fermarsi per oltre un mese e seguire i diversi concerti. Poi perché questo è spettacolo di musica sacra, e non un rito, non una tradizione: lo diverrà tra una ventina d’anni. Oggi è solo una iniziativa imprenditoriale nello spettacolo di pregio e di tutto rispetto. Punto e basta. La storia non la hanno scritta l’Arcivescovo Santoro, i padri spirituali in carica o gli amministratori attuali delle confraternite. Ma quelli che qualche secolo fa iniziarono questo tipo di rito penitenziale. E questa storia non può essere cancellata da chicchessia, a proprio piacimento o a seconda del gradimento o meno di questa o quella amministrazione.
Questa settimana santa così anomala e straordinaria, che ci chiama tutti alla preghiera ed alla meditazione, senza, purtroppo quelle tradizioni che contraddistinguono la città dei due mari in Puglia ed in Italia, potrebbe avere anche la funzione di farci riflettere e considerare tutte queste cose. Pensando per esempio che bisognerebbe portare nelle scuole, tra i giovani, il significato e l’utilità della confraternita. Fare in modo che un paio di ore all’anno, gli insegnanti di religione, magari affiancato da qualche conoscitore di storia patria religiosa, spiegassero quale era la funzione delle associazioni laiche quando nacquero. Quale era la loro “mission” nel tessuto sociale del tempo. quale era la loro straordinaria utilità sociale. Quale tipo di intervento solidale erano solite attuare. Oggi che gli oratori non esistono praticamente più o quasi, proprio le confraternite potrebbero fare da collante per i giovani, nel ritrovare il senso profondo di appartenenza ad un quartiere. Di essere parte di una parrocchia. Di offrire la propria disponibilità a sapere, a conoscere, a divulgare la fede. Ci sono esempi nel mondo cattolico che potrebbero essere adottati. Quanti sanno che ci sono confraternite che hanno mobilizzato le consorelle per la confezione di camici e mascherine, merce rara di questi tempi. E si sono occupati anche della distribuzione nel quartiere che oggi non si chiamano più pittaggio ed hanno territorio ben più vasto. Anche questa può configurarsi come catechesi per gli adulti. E per farla bisognerebbe cominciare nelle scuole medie superiori, dove si potrebbe reclutare quel materiale umano che qualcuno dice non esserci, cosa che in parte è vera. Ma se creiamo delle opportunità…

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