Panificio ‘Trieste’: il dramma delle piccole attività ai tempi del Coronavirus

 

pubblicato il 05 Aprile 2020, 10:49
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Sugli scaffali e sul banco vendita i cesti di taralli, scarcelle e altri dolci pasquali sono colmi. Ma ben pochi giungono per acquistarli. “Negli altri anni, invece, in questi giorni c’era la fila e venivano anche dagli altri quartieri per farne provvista in vista delle feste, spesso prenotando con largo anticipo. Ora però per la crisi imperversante e poi per le restrizioni a causa del Coronavirus che limita le uscite, le vendite stanno andando molto male. Nel frattempo bisogna pur pagare le bollette varie e le materie prime; se continua così presto potremmo chiudere l’attività. E assieme a noi tanti altri, che sono nelle stesse condizioni”. Così confessa Gianfranco Perrone, titolare del panificio ‘Trieste’, in via Regina Elena vicino alla chiesa di Sant’Antonio.

Gianfranco Perrone, titolare del panificio

L’attività iniziò negli anni 40 in via Garibaldi con il nonno, Giuseppe, poi trasferita al di là del ponte girevole. Nell’attuale sede (chiamata così dal fondatore in memoria della moglie, deceduta prematuramente in quella città) il nipote Gianfranco ha fatto della riscoperta degli antichi sapori dolciari della Pasqua la sua missione. Egli ricorda i tempi d’oro, quando la clientela si contendeva le scarcelle a sei e persino a dodici uova, prodotte in grandi quantità. Poi, il netto calo, con la produzione ridotta a quelle di piccole dimensioni e a un solo uovo. ”La richiesta giunge soprattutto da persone di una certa età, spinte dal desiderio di far conoscere ai più piccoli le nostre tradizioni culinarie, tra cui un nostro cliente di 91 anni, che ogni anno ne regala ai nipotini”. Gianfranco rammenta ancora le pecorelle di marzapane, con i più piccoli che si divertivano un mondo a dare il primo morso alla testa e poi ai piedi della ghiotta rappresentazione: “Ne preparavamo di grandi dimensioni, fino a tre chili, impreziosite da ovetti pasquali e ‘anesine’ tutt’attorno, poggiate su vassoio ricco di decorazioni: veri capolavori da ammirare e, poi, da gustare”.
Andava senz’altro meglio la vendita dei taralli, dolci e al pepe, la cui produzione, di questi tempi, si aggirava sui dieci chili al giorno: ora è calata fortemente, anche perché, per le restrizioni, la gente che non esce più li prepara a casa. “La Settimana Santa – conclude – era il periodo in cui, grazie alla cospicua vendita dei dolci tradizionali, conseguivamo congrui guadagni in vista di periodi meno redditizi, come l’estate. Ma ora che ciò non accade più, la chiusura, ribadisco, sarà inevitabile”.

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