Come continuare ad affrontare la quarantena dopo la clausura?

 

"Dovremo mettere in discussione il concetto stesso di normalità, il cambiamento è già in atto ed il bisogno di normalità riguarda la necessità umana di costruire certezze", afferma la psicologa Tina Quaranta
pubblicato il 05 Aprile 2020, 18:17
7 mins

Stiamo per affrontare la quinta settimana di quarantena, consci, più o meno tutti quanti, che essa sia lo strumento indispensabile per contenere il contagio da Coronavirus.

Ma se le prime due-tre settimane sono trascorse all’insegna della scoperta di nuovi ritmi di vita che spesso ci ha restituito dei feedback positivi (più tempo per sé stessi, per la cura degli affetti, per la conoscenza dei propri spazi abitativi, più tempo per i propri hobby, ad esempio), in questi ultimi giorni è palpabile il rischio che ansia, confusione mentale, cattivo umore, insonnia e irritabilità possano prendere il sopravvento sulla nostra psiche. I messaggi che ci giungono dall’esterno: “Niente sarà più come prima”, “l’unica certezza è l’ammissione dell’incertezza che ci aspetta”, suonano nelle nostre orecchie come solenni ammonimenti che altro non fanno che appesantirci.

La vulnerabilità che sperimentiamo, in questo periodo di quarantena, è dovuta al senso di precarietà riguardo alla salute, al nostro lavoro, ai nostri progetti, ma è una percezione condivisa, riguarda tutti e può essere oggetto di dialogo e di confronto” – spiega- in linea con i suggerimenti per gestire lo stress al tempo del Coronavirus contenuti nella guida diramata dal Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi – la Dottoressa Tina Quaranta, psicologa, psicoterapeuta e psicodrammatista di Grottaglie, consulente per alcune comunità educative del territorio jonico-salentino.

La paura è un’emozione adattiva perché consente di proteggerci dai pericoli e di affrontarli con le energie e risorse disponibili. Restare in casa, in questo momento storico, è un atto di responsabilità per sé e per gli altri e la paura può divenire uno strumento utile a tenere una posizione solidale e, collettivamente, funzionale. Sicuramente, può essere significativo ritagliarsi, nell’arco della giornata, dei momenti dedicati ad attività piacevoli, al rilassamento mediante la respirazione, all’ascolto introspettivo ed al discorso con l’altro. Riconoscere le nostre emozioni ed accoglierle, anche quelle “scomode” che generalmente releghiamo nei meandri della nostra coscienza, è importante”.

Quali effetti sulla nostra psiche dobbiamo attenderci quando la nostra vita tornerà a quella che era considerata normalità?

“Credo che dovremo mettere in discussione il concetto stesso di normalità, poiché il cambiamento è già in atto ed il bisogno di normalità riguarda la necessità umana di costruire certezze ma questo è un tempo sospeso, tra un passato scandito dalla memoria ed un futuro incerto, su cui è difficile fare proiezioni.

La paura che stiamo sperimentando, in modo collettivo, insegna… e noi tutti abbiamo l’occasione di imparare. Forse costruiremo una “nuova normalità” ma partendo da una consapevolezza rinnovata, poiché questo “grande lutto collettivo”, per citare Freud, può avere un forte potere trasformativo. Basti pensare alla solidarietà attuale, per cui sperimentiamo di essere ancora capaci di emergere da una dimensione, ormai scontata nella nostra società, di autosufficienza e di autodeterminazione. 

Anche il temuto scontro sociale, successivo al periodo di quarantena ed alla profonda crisi economica che sta colpendo l’intera umanità, sarà motivo di riflessione e di cambiamento, non solo a livello macro-economico ma nelle nostre abitudini quotidiane.”

Come gestire al meglio, dal punto di vista psicologico, le fasce cosiddette deboli come i bambini e gli anziani?

“I bambini hanno bisogno di informazioni chiare e veritiere, espresse con un linguaggio semplice e comprensibile. La fiducia nell’adulto rappresenta lo strumento per rassicurarsi ma è giusto che il bambino partecipi a quanto accade nella realtà e possa esprimere le proprie emozioni, in forma scritta o dialogica. Ciò che può essere condiviso, come la paura della malattia e della morte propria e dei cari, riceve, nell’ascolto, un contenimento. Gli adolescenti vanno coinvolti in una logica di responsabilità, in quanto riconosciuti come soggetti che possono affrontare le avversità, in un processo di “umanizzazione della vita”, in cui è possibile tenere insieme apertura, scoperta e desiderio di identità e protezione, così come affermava Francoise Dolto, una pediatra e psicoanalista francese.

Il gioco, per i bambini, può essere un ulteriore spazio di elaborazione di quanto sta accadendo nel mondo. Mentre, per gli adolescenti, è importante garantire un contesto, ove possibile, ed un tempo di riservatezza, poichè la crescita passa attraverso il processo di separazione.

Infine, per gli anziani, è importante coltivare il legame, anche in una distanza che, in fondo, sta nella natura delle cose: i figli crescono e vanno via, il nido si svuota ma i legami permangono. Anche fare appello alla memoria condivisa, nel racconto di eventi familiari o amicali, può rappresentare un filo che tiene uniti”.

Come possiamo attutire il flusso continuo di informazioni nel quale ci imbattiamo per tutto il giorno?

“Credo che saturare la maggior parte del proprio tempo con informazioni ridondanti, rappresenti un modo illusorio e disfunzionale di garantirsi il controllo di ciò che accade fuori. Sapere serve ad essere consapevoli e ad operare scelte responsabili; per questo sarebbe auspicabile assumere un atteggiamento assertivo riguardo all’informazione, poiché il rischio è di restare coinvolti in un meccanismo passivo che alimenta il senso di angoscia di ognuno.E’ sufficiente limitare a due momenti, nell’arco della giornata, la visione e/o l’ascolto di fonti informative ufficiali, come i siti del Ministero della Salute o dell’Istituto Superiore della Sanità o i notiziari principali, può rappresentare una scelta responsabile e funzionale”.

*come illustrazione fotografica del nostro articolo abbiamo scelto un collage di opere del pittore statunitense Edward Hopper, esponente del realismo americano, famoso soprattutto per i suoi ritratti della solitudine nell’American way contemporanea.

 

 

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