Un centenario, un militare e una laureata

 

Tre esempi di volontà e riscatto, ma anche di tenacia e senso del dovere
pubblicato il 05 Aprile 2020, 08:00
6 mins

In fondo, anche quando avevamo la libertà, cercavamo la fuga. E la colpa era quasi sempre della “routine”. Lavorativa, famigliare, sociale. Ne uscivamo prendendo l’auto per una passeggiata, un viaggio, una corsa. Restando a casa, bevendo una birra in compagnia di Paolo Bonolis o Gerry Scotti.

Per staccare. O ancora più impropriamente, per “evadere”.

Anche oggi desideriamo la fuga, ma da un presente da dimenticare in fretta.

La desideriamo in queste interminabili giornate di caos calmo, a parte le meritorie eccezioni di chi deve continuare a lavorare, giornate nelle quali la maggioranza della gente in quarantena, seppur schiacciata dalla noia, sembra avere uno slancio verso il positivo, il buono. I social traboccano di lettere, immagini e video strappalacrime. E li guardiamo perché – dopo – averli visti, sentiti o letti, ci sentiamo un po’ meglio. Ci confortano, come conforta identificarci in esempi positivi che la cronaca ci porta a conoscere, spezzando il discorso a senso unico dei numeri e delle cifre.

E questi esempi ci servono adesso, ma ci serviranno ancor più dopo, quando tutto questo sarà finito, se ritorneremo alla solita quotidianità senza futuro, nella consapevolezza di aver mancato ancora una volta l’occasione per cambiare in meglio.

Oggi prendiamo tre storie simbolo, da un lato della realtà che stiamo vivendo, dall’altro perché rappresentano in qualche modo gli esempi ai quali dovremmo far riferimento e dei quali ci dovremmo servire per ripartire in maniera diversa.

La prima riguarda un signore di Rimini guarito dal covid-19. In questo momento un caso straordinario a prescindere, ma ancora di più se poi si dice che il signore in questione è nato nel 1918, nel mezzo di un’altra pandemia globale, l’influenza spagnola che colpì un terzo della popolazione mondiale e fece dagli 80 ai 100 milioni di morti. In 101 anni aveva già visto tutto il signor P., guerre, fame, dolore, progresso, crisi e resurrezioni. Eppure il destino gli ha messo davanti questa nuova sfida e lui – il 101enne – non si è tirato indietro, ‘diventando la storia’ anche per medici, infermieri e tutto il personale sanitario dell’ospedale in cui è stato curato. La tenacia del signor P. ha battuto la statistica che si accanisce con i nonni ed tornato a casa dalla sua famiglia con una storia in più da raccontare e questa storia ci insegna che neanche a 101 anni il futuro è scritto.

La seconda vicenda, forse potrebbe sembrare banale, ma nasconde fra le pieghe tanta solitudine e l’ancestrale paura di non poter mangiare, la paura di morire di fame. Arriva da Foggia e comincia alcuni giorni fa, quando un’anziana ultraottantenne contatta il 112 per dire che sia lei che il marito, entrambi invalidi, sono rimasti con la dispensa vuota e chiede del pane e del latte. Il carabiniere che riceve la chiamata non può, perché non funziona, chiamare il servizio a domicilio predisposto dal Comune, ma non si perde d’animo e tranquillizza la signora. “Qualcuno” andrà. A quel punto, terminato il proprio turno di servizio va a fare la spesa di persona e si presenta in casa dei due anziani, offrendo di ripagare, fra lo stupore commosso della donna, la spesa acquistata.

E’ un carabiniere, qualcuno può dire, quindi è suo dovere. Ed è proprio questo il punto, il senso del dovere, che non è una qualità solo delle divise, appartiene tutti gli uomini e le donne che semplicemente, non si voltano dall’altra parte. Non delegano, non aspettano, non scaricano il barile da un’altra parte e usano pochi euro per sconfiggere la paura della fame e la solitudine.

La terza storia arriva dall’Università di Udine e questa ha un nome e un cognome che si devono dire, si chiama Maria Chiara Coco ed è una dottoressa in Lettere. La settimana scorsa ha discusso una tesi sull’arte antica e la letteratura latina dal titolo “Piramo e Tisbe in Ovidio: immagini e parole” con 110 e lode, con un po’ di rammarico perché non ha potuto farlo in un’aula condividendo quel momento con parenti e amici, ma in videoconferenza, come prescrivono le regole.

Maria Chiara è la prima studentessa con sindrome di Down a laurearsi in Italia, il culmine di un percorso di  entusiasmo e volontà, di impegno e voglia di conoscenza. Ed è un esempio di riscatto sulla stupidità, sull’ignoranza e pregiudizi secolari.

Non si può fare, non esiste”. E’ quello che ci auguriamo possa dire un giorno la dottoressa Coco ai suoi studenti, quando durante una lezione, spiegherà che nel 2020 l’Umanità, avendo avuto il tempo di rimettere in fila le proprie priorità dopo il covid-19, ebbe l’occasione di unirsi contro le disuguaglianze e l’economia non batté il colpo di grazia come si temeva, perché la paura non fu il collante della società che venne dopo. E le persone tornarono ad essere umane, con dei principi nella testa, sentimenti nel cuore e nuove verità che urlarono con tutta la forza ebbero.

Auguri dottoressa Coco.

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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