Ex Ilva, crisi generale. Indotto in difficoltà

 

ArcelorMittal paga con grande lentezza. Si attende nuova decisione del prefetto su commercializzazione prodotto. Oltre 400 imprese matalmeccaniche si fermano
pubblicato il 31 Marzo 2020, 21:11
5 mins

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha colpito profondamente l’economia nazionale e locale. Basti pensare che soltanto nelle ultime 24 ore, sono arrivate ai sindacati quasi 400 comunicazioni di messa in cassa integrazione da parte di aziende del solo settore metalmeccanico. Tutte imprese costrette a fermarsi dopo il Dpcm dello scorso 22 marzo o entrate in difficoltà per le fermate di altre aziende che operano nella catena della matelmeccanica.

Il blocco ha colpito duramente anche l’ex Ilva. Già in rosso dallo scorso anno, l’attuale stop a livello nazionale non ha di certo aiutato. Adesso però, ArcelorMittal si trova anche ad operare in una situazione paradossale stabilita dal prefetto di Taranto: ovvero produrre acciaio, seppur con gli impianti al minimo, ma non poterlo commerciare. Dunque non poter trarre profitto dalla vendita di un prodotto che però ha libertà di realizzare. Una decisione che, nei fatti, non rientrava nei poteri del prefetto stabiliti dal Dpcm del governo, che concedeva ai prefetti la possibilità di poter eventualmente sospendere le attviità delle aziende che non operassero in totale sicurezza sanitaria per i lavoratori.

Il prefetto invece, pur riconoscendo le attività poste in essere in tal senso da parte di ArcelorMittal, ha deciso di consentire all’azienda di produrre ma non per fini commerciali: una decisione che comporta una produzione in perdita, completamente opposta a qualsivoglia concetto di impresa. E’ chiaro quindi che entro il 3 aprile, quando scadrà il decreto prefettizio a cui dovrà seguirne inevitabilmente un altro visto che la stretta del governo non si allenterà, il prefetto dovrà decidere che strada intraprendere: confermare le 5500 presenze massime giornaliere all’interno del siderurgico ma consentendo la commercializzazione del prodotto, oppure accogliere le tesi dei sindacati e imporre all’azienda una drastica riduzione del personale.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/03/26/il-prefetto-non-ferma-lex-ilva-di-taranto/)

Appare sinceramente difficile, invece, ipotizzare una scelta che, invocata dai più, porti ArcelorMittal a procedere con le sole comandate: come abbiamo avuto modo di spiegare già in diversi articoli nei giorni scorsi, questo sarebbe possibile per non più di 3-4 giorni al massimo. Per delicate questioni impiantistiche.

A meno che il prefetto non decida che gli impianti del siderurgico debbano fermarsi del tutto. Soluzione attuabile, certo, ma non è dato sapere come sarebbe accolta dall’azienda (visto che il Dpcm consente la produzione alle attività a ciclo continuo come l’ex Ilva) che potrebbe anche ricorrere al Tar se dovesse essere confermato lo stop alla commercializzaizone dei prodotti, e che comunque comporterebbe una ripartenza del siderurgico molto più lenta rispetto a quella delle altre imprese che potrebbe avvenire nella seconda metà di aprile.

Per effetto domino, questa situazione si riflette ulteriormente sulle imprese dell’indotto. L’azienda infatti ha rallentato nuovamente i pagamenti nelle ultime settimane. Saranno infatti saldati solo i bonifici rimasti in sospeso per quanto riguarda i lavori e le forniture di aziende esterne. Mentre i pagamenti delle ditte dell’indotto sono di fatto quasi bloccati: i pagamenti infatti procedono a ritmo molto ridotto.

In queste ore sono continue le interlocuzioni, seppur a distanza, tra Confindustria Taranto e l’azienda. Il rischio è che molte aziende possano decidere di fermarsi, creando non pochi problemi ad ArcelorMittal. E’ chiaro però che non siamo nella stessa situazione dello scorso novembre: da un lato perché il blocco totale dell’economia italiana, oltre che europea e mondiale nel settore dell’acciaio e non solo è sotto gli occhi di tutti e certamente non è colpa di ArcelorMittal. Allo stesso tempo però, si sta cercando di capire come gestire questa situazione, parlandosi e provando a venirsi incontro. Soprattutto si sta cercando di capire tutti i motivi che hanno portato alla fermata nei pagamenti. Staremo a vedere.

(leggi tutti gli articoli sull’indotto dell’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=indotto&submit=Go)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

2 Commenti a: Ex Ilva, crisi generale. Indotto in difficoltà

  1. Umberto

    Marzo 31st, 2020

    non ci vuole tanto a trascinare questa agonia ancora per anni,nel frattempo la citta’ diventera’ piu’ inquinata e gli operai saranno sempre di meno. ma a Taranto invece di cantare dai balconi non possiamo fare chiasso dai balconi?e chiedere la chiusura definitiva. sta fabbrica di veleno ce l’abbiamo in citta’. ma a numeri quanti Tarantini ci lavorano? val a spes pa’ mbres? possibile che dopo 60 anni non abbiamo il diritto di respirare aria pulita. cominciamo con l’ex ILVA, poi penseremo pure alla raffineria.. basta con le chiacchiere.

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    • Giovanni

      Aprile 3rd, 2020

      Io purtroppo ci lavoro in questo contesto ma personalmente se chiudo battente non ci resto male, anzi spero che chiude se hai voglia di lavorare trovi altro da fare abbiamo il mare e la terra, quindi detto questo si può vivere d’altro

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