Torneremo “uguali”, ma ci riconosceremo

 

Nei giorni in cui si combattono battaglie senza che ci sia la guerra tutto si confonde. Chi sono i furbetti? Chi sono gli eroi? C'è un'unica certezza: i gesti d'affetto della gente nei confronti di chi lo merita davvero: il personale sanitario
pubblicato il 22 Marzo 2020, 08:00
9 mins

Diciamolo francamente, questa settimana trovare una good news è difficile quanto trovare una mascherina che costi meno di 5 euro. Difficile, però, non vuol dire impossibile.
Certo, obbligati come siamo ad abbuffarci di informazione, mantenere la calma, dominare il proprio equilibrio (e mai come in questo momento il proprio equilibrio determina anche quello degli altri) senza farsi travolgere dalle isterie e dalle paure collettive – come quella di restare con la dispensa vuota – non è cosa semplice.
Quello che ci sta capitando non è una prova e certamente non è una “selezione” come molti fanatici dell’orrido non hanno vergogna di affermare in deliranti post di stampo eugenetico.
Stiamo solo assistendo a una sorta di polarizzazione delle coscienze civili.
Da una parte quelli che osservano le regole e i divieti (tanti, tantissimi) e dall’altra parte, quasi in un angolo ormai, quelli che se ne fregano.
E quest’ultimi fanno più rumore, in questo periodo, perché siamo tutti fermi e non possiamo fare altro che affacciarci al balcone, quello vero, di casa, ma soprattutto da quello virtuale dei social, cristallizzati in immagini che non vorremmo vedere perché manifestano menefreghismo.
Ed è lì che avviene il corto circuito. Il peggio rimbalza da una tastiera all’altra e lo condividiamo perché ci fa incazzare, perché aumenta le condizioni di rischio per tutti, moltiplicando l’effetto e la portata di questi tristi fenomeni di quotidiana inciviltà ai tempi del Covid 19.
Sembrano tanti, eppure non lo sono. Sono pericolosi? Certo, sicuramente.
Ma i “tanti” che stanno dall’altra parte pronti a rinascere, dopo questa notte oscura delle (in)coscienze, sono già il seme della rinascita che ci sta aspettando.
Perché una cosa è certa. Da questa storia ne usciremo inevitabilmente cambiati. Anche se di guerra non si tratta.
E qui il secondo corto circuito.
“Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”, faceva dire Nanni Moretti a Michele Apicella in Paolombella Rossa, “chi parla male, pensa male e vive male”.
E’ vero e sarà sempre così.
No. Non è una lezione. E’ forse più un mea culpa, perché l’informazione ha una grande responsabilità in tutto questo. Lo possiamo capire dal vocabolario che si usa in questi giorni. Infatti, per descrivere quelli che violano le regole si usa spesso il sostantivo “furbetto”  in origine usato come sinonimo per indicare indifferentemente un furfante, un imbroglione, un ladro o un vagabondo. Oggi lo stesso sostantivo viene usato per indicare qualcuno “accorto nel fare il proprio tornaconto, nell’evitare di cadere in inganni e tranelli e nel cavarsela da situazioni imbrogliate o pericolose; astuto, scaltro”. E tutto questo non lo suppone chi scrive, perché a parlare è il dizionario Treccani.
Oggi in sostanza un “furbetto” è praticamente un paraculo, uno figo.
E questa stratificazione di significati fraintesi confonde anche quando vogliamo indicare qualcosa di positivo.
Per esempio, chi sono veramente gli eroi?

Gennaro Arma, (nella foto a destra) il comandante italiano della Diamond Princess, bloccato un mese e mezzo in Giappone con molti passeggeri positivi al Covid-19 e sbarcato per ultimo dalla nave contagiata, lo ha detto appena sceso dall’aereo che lo ha riportato a casa: “Per favore, non chiamatemi eroe”.
Ecco, di nuovo, il senso della misura, scambiato per virtù, somiglia più a un valore per molti perduto. Eroe, non è chi fa il proprio dovere. E’ più eroe il bagnante che salva una persona, mettendo a repentaglio la propria vita, rispetto a chi si prepara a farlo e lo sceglie come lavoro.
A chiamare indistintamente eroi, camionisti, spazzini, cassieri, giornalai, panettieri, farmacisti, parafarmacisti e affini, quindi più o meno chiunque circoli per strada in questo momento (le celle telefoniche dicono che il quaranta per cento delle persone che si muovevano prima delle restrizioni continuano a farlo) c’è il rischio di svilirne il senso, oltreché il significato.

Se l’eroe è quello che compie un atto straordinario mettendo a rischio la propria vita per quella degli altri, gli eroi, in questa storia sono gli infermieri, i medici (ehm…con qualche eccezione) e chiunque lavori nel “girone” sanitario. Lo dicono le cifre. Ben 17 medici sono già morti dall’inizio dell’epidemia e si calcola un otto per cento di personale sanitario risultati positivi.
Ma non è il caso di farne dei martiri perché persone così non lo vorrebbero. Se avessero scelto l’ignavia, avrebbero presentato un certificato medico infilandosi nel lettone con termometro e borsa di acqua calda, molti lo hanno fatto. Infischiandosene dei colleghi che piangeranno e che santificheranno come “vittime del dovere”. E del menefreghismo quasi sempre lindo del camice bianco.

Questa non è una guerra, anche se stiamo contando i morti. Sarà una silenziosa e lenta rivoluzione che passerà attraverso mutamenti che avranno a che fare più con l’economia che con la sociologia. Tutto il resto resterà uguale per i menefreghisti che tali resteranno anche dopo. Tutti gli altri forse avranno la possibilità di riconoscersi, come oggi ci riconosciamo negli sguardi e nei volti seminascosti dalle mascherine.

Siamo “nascosti”, ma ci riconosciamo. Ed è la prima volta che possiamo farlo coprendoci. Quella mascherina è un messaggio silenzioso che vuol dire “Sto proteggendo me, ma anche te e i tuoi figli, tua moglie o tuo marito e chiunque vive con te”. E indossarla è un grande atto di civiltà, rispetto e amore verso il prossimo.
Non è una guerra, perché non ci sono prigionieri, ma solo traditori.
Non è una guerra, perché di notte nessuno verrà a bussare alle nostre porte, dietro le quali, tutto sommato, ci addormentiamo sereni.
Non è una guerra perché in guerra non si fanno applausi. E in questo periodo sappiamo di applausi bellissimi e inaspettati.
Come quelli che giovedì alcune pattuglie della Polizia hanno fatto al personale sanitario del Santissima Annunziata. Sono entrate nel parcheggio suonando le sirene attirando l’attenzione del personale che subito si è affacciato alla finestra. A quel punto sono usciti gli uomini in divisa ed è partito l’applauso fra lo stupore commosso di medici e infermieri.
Scene così ne stiamo vedendo in tutto il Paese. Esplodono così questi applausi. Al passare di una pattuglia, di un ambulanza, al passaggio di una divisa o di un camice. Spontanei, veri.

Torneremo “uguali”, ma ci riconosceremo.

La bella notizia sta nell’ultimo rigo di questo articolo. Nella fierezza di svolgere il proprio dovere senza sensazionalismi, nel rumore dei bambini che continuano a giocare, nella possibilità che abbiamo ancora di decidere cosa è giusto e cosa e sbagliato e nella possibilità di comportarci di conseguenza.
Nell’assordante silenzio di certi momenti, in questi giorni, la bella notizia sta nell’applauso che parte all’improvviso o nelle note strimpellate da un chitarrista alle prime armi, ma risiede anche negli occhi che ti guardano dietro una mascherina e nella voce di Giorgio Gaber che mi entra in casa dallo stereo di un vicino, proprio ora che non so come chiudere questo articolo: “Sarei certo di cambiare la mia vita, se potessi cominciare a dire NOI”. E’ quello che serve a tutti.
La canzone dell’appartenenza.

Condividi:
Share
Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Commenta

  • (non verrà pubblicata)