Noi siamo speranza. E ce la faremo

 

Tutti a casa. Ma facciamo il nostro dovere, può diventare un'occasione di rinascita e di riscoperta di cose perdute
pubblicato il 15 Marzo 2020, 08:00
8 mins

In una stanza, quattro candele, bruciando, si consumavano lentamente. Il luogo era talmente silenzioso che si poteva ascoltare la loro conversazione.
La prima diceva. ‘Io sono la pace ma gli uomini non riescono a mantenermi. Penso proprio che non mi resti altro da fare che spegnermi’. E a poco a poco la candela si lasciò spegnere.
La seconda candela disse: ‘Io sono la fede ma purtroppo non servo a nulla. Gli uomini non ne vogliono sapere di me e per questo motivo non ha senso che resti accesa’. Appena ebbe terminato di parlare, una leggera brezza soffiò su di lei e la spense.
Triste triste, la terza candela a sua volta disse: ‘Io sono l’amore e non ho la forza per continuare a rimanere accesa. Gli uomini non mi considerano e non comprendono la mia importanza’. E senza attendere oltre la candela si lasciò spegnere.
In quel momento un bambino entrò nella stanza, vide le tre candele spente e, impaurito per la semioscurità, disse ‘Ma cosa fate? Voi dovete rimanere accese. Io ho paura del buio’. E così dicendo scoppiò in lacrime.
Allora la quarta candela, impietosita, disse ‘Non piangere. Finché io sarò accesa, potremo sempre riaccendere le altre tre candele. Io sono la speranza’. Con gli occhi lucidi di lacrime, il bimbo prese la candela della speranza e accese tutte la altre”.

E’ tornato a girare sul web questo filmato di una trasmissione condotta da Fabrizio Frizzi, conduttore televisivo gentile e garbato, scomparso due anni fa. La storia racconta di quattro candele in una stanza che rappresentano la pace, la fede, l’amore e la speranza. Ciascuna delle prime tre si lascia spegnere perché gli uomini non riescono ad apprezzare nessuno di quei valori, non riuscendo a comprenderne l’importanza. La candela che rimane accesa nella mani del bambino – quella della speranza – riesce a tenere accese anche le altre. Conservare la speranza ai tempi del Coronavirus può essere la “medicina” che dobbiamo assumere e condividere il più possibile per uscirne, forse più forti.

E quanti segnali, parlando delle guarigioni, ci sono. A tutte le latitudini. Di certo sappiamo che il virus è estremamente letale sugli anziani compromessi da pregressi problemi di salute. Come interpretare allora le guarigioni di Hu Hanying 98 anni a Wuhan e A. B., 82 anni, di Pavia.

La paziente Hu Hanyng dimessa dall’ospedale

La prima era stata ricoverata in uno dei due ospedali costruiti a Wuhan per far fronte all’epidemia il 13 febbraio, in preda alla febbre alta e all’insufficienza respiratoria tipiche della fase acuta della polmonite da virus. Ma evidentemente per Hu non era arrivato ancora il momento di salutare. Come un altro anziano che aveva contratto il virus poco dopo il suo 101esimo compleanno ed era stato ricoverato il 25 febbraio presso l’Optics Valley Hospital, a Wuhan, sta bene ed è tornato a casa dalla moglie di 92 anni.
Invece, la signora italiana di 82 anni ha sconfitto il coronavirus in una settimana grazie ai medici dell’ospedale San Matteo di Pavia, dove la donna era ricoverata con un diabete di tipo 2 e reduce da una lunga riabilitazione dopo la frattura del femore.
E se guardiamo la Puglia, sia il paziente uno, il 43enne della provincia di Taranto che il primo paziente della provincia di Bari, un 29enne, sono entrambi guariti e dimessi dall’ospedale.

Come interpretare tutto questo? Allo stesso modo di come potremmo interpretare l’abbraccio musicale che venerdì alle 18 tutto il nostro Paese si è dato sui balconi di tutta Italia suonando uno strumento, cantando una canzone (un video di Napule é girato nella città di Pino Daniele è da brividi) o riproducendo l’Inno di Mameli. Certo qualcuno ha esagerato recitando poesie e improvvisando balli di gruppo latino-americani, ma  tutto sommato si può apprezzarne l’impegno.

Segnali certo, ma segnali di speranza. Quanto valore c’è nel riconoscimento del lavoro degli altri. E quindi sembrano ancora più belli quegli applausi fatti ieri alle 12, sempre sui balconi, per ringraziare il lavoro di medici e infermieri in prima linea. Piccole cose, ma importanti.

E al netto di qualche idiota che in questi giorni si ostina a tenere ancora aperti circoli e ritrovi per “amici”, non riesce a rinunciare al rito della birra o del prosecchino da bere in gruppetti di impavidi sprovveduti e al netto dei webeti che spacciano fake news o diffondono menefreghismo da adolescenti, sostanzialmente, sembra percepibile un pieno rispetto delle regole nella maggior parte d’Italia, o forse bisognerebbe dire degli italiani. Almeno in quelli che non prendono i treni di notte e che non hanno invaso la Sardegna, solitamente disabitata in inverno, mettendo a rischio sistemi sanitari non proprio attrezzati a gestire la cosa come è possibile fare in Lombardia. Ma questo è un altro discorso.

Il punto è questo, ora che siamo – forzatamente – tutti a casa, in questa situazione, abbiamo l’occasione del tutto inaspettata, di guardare da una posizione privilegiata quanto può essere forte l’impatto delle nostre azioni sugli altri. E questo varrà anche quando saremo fuori dall’emergenza.

Ora tutto quello che possiamo fare è restare a casa. Ci stancheremo, non siamo abituati. Ma troveremo del bene anche in questo. Qualcuno scoprirà che in fondo lavorare da casa non è poi così male, altri scopriranno nei propri appartamenti libri mai letti o rimetteranno a posto la cantina, molti altri hanno già cominciato a cucinare neanche fossero alla finale di Masterchef (il lievito di birra ieri era introvabile come l’Amuchina), alcuni papà scopriranno di vivere in una casa con dei figli e una tizia che afferma (abbastanza inutilmente) di essere sua moglie, alcuni bambini si addormenteranno sul divano con il papà e tutti e due si accorgeranno di quanto è bello, in fondo, lo sapevano già. Le coppie non aggrappandosi più al salvagente della fretta, forse ricominceranno a parlare scoprendo di nuovo il piacere di farlo. E inevitabilmente ci si guarderà più negli occhi, quel posto dove, quando non asciughiamo le lacrime, solitamente troviamo l’amore, la verità e la speranza.

Dobbiamo fare solo questo per fare – bene – la nostra parte.  “Sperare appartiene alla vita – scriveva Julio Cortázar – è la vita stessa che si difende”.

#noisiamosperanza

#iorestoacasa

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Nato il 10 Agosto 1976. Laureato in Sociologia nel 2003 anno in cui comincia a collaborare con la casa editrice Ink Line. Dal 2008 iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Ha collaborato con il mensile Ribalta di Puglia, il quotidiano Taranto Oggi, il periodico N.B. Nota Bene e l’agenzia stampa Italia Media per i siti web Sportevai e Basilic. Nel 2009 ha diretto il mensile Pugliamag e dal 2015 il sito web Place2beMag. Nel 2014 ha scritto (Con)testi da incubo, tre monologhi sul tema della violenza di genere e andato in scena anche nel Novembre 2015 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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