Taranto vuol cambiare. E la politica ci sguazza

 

Questa terra necessita di una cura draconiana. Ma deve pure lasciar stare le sirene
pubblicato il 01 Marzo 2020, 17:49
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Acciaio sì, acciaio no: per quanto tempo ancora? Meglio sarebbe: inquinamento sì, inquinamento no. Perchè, al netto di ciò che può pensare ognuno di noi, questa è una terra devastata non solo dalla produzione ultradecennale d’acciaio, ma anche dall’odore di gas di tanto in tanto sprigionato dalla raffineria, dalle discariche sparse, dall’impatto tuttora maldigerito dell’industria militare. Dunque: a quando una qualità di vita migliore, sostenibile, accettabile?
La crisi che ci colpisce ormai da troppo tempo ha mille colpevoli, radicati in ogni dove: lo sappiamo tutti, lo sa l’Italia intera. Eppure, il problema non si risolve: qualunque sia la soluzione possibile. E Taranto annaspa, deglutisce a stento. Sopravvive. E, soprattutto, si divide sempre più, si lascia lacerare, s’allontana più che mai da quel che dovrebbe invece essere: una comunità coesa.
Le ultime vicende, con lo scatto del sindaco Melucci verso uno scontro aperto e frontale contro i gestori dello stabilimento siderurgico e il governo, non sono altro che il simbolo territoriale mostrato al mondo di un’incertezza totale del problema. Un problema mai veramente affrontato dai governi che si sono succeduti, abili nel tamponare, inefficienti nel progettare un destino diverso a una città che, diciamolo pure, ha avuto tanto nell’era industriale ma anche sacrificato e sacrifica molto sull’altare del profitto.
E ciò che accade ora non è che la conferma dell’incertezza nel gestire un rapporto conflittuale tra Stato e imprese, in questo caso una multinazionale qual è ArcelorMittal. E la grande incertezza sui tavoli romani genera spasmi sul territorio, diviso com’è naturale da chi vuole la chiusura e chi invece tenta di salvare il salvabile, tra l’altro con evidenze scientifiche che continuano a essere poco chiare o comunque inclini a non assumersi – a prescindere da tutto – alcuna responsabilità. E nell’incertezza ci sguazza la politica, oggi più che mai colma di demagogia e vuota di contenuti.
Di grazia: da quanto tempo sentiamo parlare di ‘legge per Taranto, ‘cantiere Taranto’ e amenità simili? Gli ultimi a propalare Di Maio e lo stesso Conte. Il primo, ricorderete, dopo le stilettate con il predecessore Calenda e la stessa ArcelorMittal, nel novembre del 2018 parlò di ‘legge per Taranto’. L’attuale presidente del Consiglio, all’indomani del primo blitz a Taranto, invitò i suoi ministri a produrre idee per il ‘cantiere Taranto’: a fine 2019. Tra qualche giorno torna a riunirsi il Tavolo istituzionale per Taranto, a Roma, in cui si dovrà proseguire nel compito di coordinare e concertare tutte le azioni in essere, nonché di definire strategie comuni utili per la definizione e l‘attuazione di un programma strategico per la valorizzazione e lo sviluppo per l’area di Taranto, individuando ed attuando le opportune misure di accelerazione. Qualcuno tra le righe scova qualcosa di nuovo rispetto al passato?
Ora, tutto ciò non elimina una riconversione culturale che dalle nostre parti latita inesorabile. Sì, perchè diciamola tutta: ci sono colpe anche nostre. Una su tutte, lo accennavamo prima, l’incapacità di fare squadra. Ci sentiamo depositari della verità e, purtroppo, consideriamo le opinioni altrui come sfide personali anziché contributi alla causa. Insomma, “o sei con me, oppure sei nemico”. Troppo semplicistico? No, Taranto è diventata terreno fertile per profeti ed eroi. Falsi o quantomeno arroganti e presuntuosi, disgregatori di una società che invece necessiterebbe di unione, collaborazione, condivisione.
E la politica, anche qui, ci sguazza. Perchè arde sui consensi e annusa i desiderata del momento, abbracciando tesi anche insulse pur di cavalcare la tigre. S’accomoda sulle esigenze del popolo, ne trae giovamento per riciclarsi e promettere. Proprio come la classe imprenditoriale, che qui da noi ha riposato per decenni sulle mammelle delle grandi stazioni appaltanti senza mai diversificare e redistribuire ricchezza: oggi, l’economia asfittica e la conseguente crisi dei committenti, rende fragili imprenditori non abituati alla concorrenza, a guardare oltre le Cheradi e misurarsi con il mercato.
Ecco perchè la politica ci sguazza: conosce bene i propri sudditi e utilizza i burattini per rendere innocuo il popolo. Ecco perchè non ci convincono gli annunci cattura consensi, blitz che servono a ‘far rumore’ (non ce ne voglia il buon Diodato: non ci riferiamo a lui!) e appendersi la classica ma del tutto inutile medaglia al petto.
Qui non abbiamo ampolle da cui abbeverarsi di pozione magica. Taranto ha di certo bisogno di una cura draconiana, fatta di interventi coordinati a tutti i livelli. Interventi seri, di contenuti, di risorse. Ma ha anche necessità di cambiare se stessa, come da tanto ripetiamo diventare una comunità, accantonando slogan e falsi eroi: insomma, basta farsi ammaliare, e si scelga una strada da percorrere fino in fondo. Perchè in questa fase delicatissima della sua storia, il rischio è perdersi nel canto delle sirene.

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Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

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