Truffa allo Stato, Cassazione dà ragione a figli Fabio Riva

 

In merito alle societa' semplici da loro possedute al 99% delle quote e proprietarie degli immobili a Milano sottoposti a confisca
pubblicato il 26 Febbraio 2020, 20:02
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Ai figli di Fabio Arturo Riva – o meglio alle societa’ semplici da loro possedute al 99% delle quote e proprietarie degli immobili a Milano sottoposti a confisca – la Cassazione con la sentenza n. 7433 depositata oggi, ha dato ragione annullando la misura cautelare reale legata alla condanna del padre per la truffa ai danni dello Stato per circa 100 milioni di euro di contributi pubblici all’esportazione.

La Cassazione, sia per i tempi sia per i modi, ha infatti ritenuto giustificatain base a quanto normalmente accade nelle famiglie tra padri e figli – la creazione di due persone giuridiche possedute dal padre solo all’1% e ognuna con un patrimonio di un immobile intestato ai figli solo in nuda proprieta’. Per la Cassazione, Riva mantenendo l’usufrutto a vita su tali beni non avrebbe creato un’intestazione fittizia a favore dei figli, ma avrebbe fatto un’operazione di gestione del patrimonio immobiliare familiare totalmente legittima, almeno in punta di diritto.

I giudici della confisca dovranno ora nuovamente valutare la possibilita’ o meno di rinnovare la misura cautelare mirata al sequestro dei beni dell’ex imprenditore Ilva. Infatti, secondo il ricorso in Cassazione, “la finalita’ di occultare il patrimonio non si poteva raggiungere con l’operazione realizzata, la quale infatti non ha impedito la facile individuazione di tali immobili come riferibili al Riva padre“.

Spetta percio’ ai giudici – a cui la Cassazione ha rinviato la questione – dimostrare l’esistenza di indizi gravi e concordanti sulla fittizieta’ della nuda proprieta’ intestata ai figli. E nel farlo dovranno rispondere compiutamente ai plausibili rilievi della difesa sulla non strumentalita’ di un’operazione avvenuta a poco meno di un decennio dalla vicenda penale del padre. O vagliare se al limite non sia ravvisabile una donazione, lecita o meno.

Il nuovo giudizio dovra’ smentire o confermare le affermazioni difensive secondo cui a Riva erano gia’ riferibili altri beni per circa 30 milioni, di valore superiore a quello dei beni confiscati e che se lui ha mantenuto la disponibilita’, cioe’ il possesso di quest’ultimi e’ solo in base al legittimo titolo giuridico di usufruttuario. Invece, e’ stato ritenuto totalmente inconferente il rilievo negativo, posto a base della confisca per equivalente, secondo cui tali societa’ non avrebbero svolto alcuna attivita’ commerciale. La Cassazione conferma, infatti, che si tratta di attivita’ precluse dalla legge alle societa’ semplici.

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