‘Ambiente Svenduto’, le verità taciute sul Mar Piccolo

 

Nella deposizione dell'Ispettore del Lavoro Severini, riemerge in tutta la sua drammaticità il ruolo dell'Arsenale della Marina Militare nell'inquinamento decennale del I seno
pubblicato il 24 Febbraio 2020, 11:29
15 mins

A volte ritornano: è proprio il caso di dirlo. E’ quanto abbiamo pensato leggendo i verbali delle due udienze del 12 e 17 febbraio, del processo sul presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva sotto la gestione del gruppo Riva, in corso nell’aula bunker della Procura situata nel quartiere Paolo VI, dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto presieduta dal giudice Stefania D’Errico, e del giudice a latere Fulvia Misserini, che vede ben 47 imputati (44 persone fisiche e tre società, Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni elettrici) alla sbarra.

Sì, le udienze proseguono a ritmo serrato. E non ci siamo dimenticati di seguirlo. Da ottobre però la vicenda Ilva ha finito per fagocitare tutto il resto. Dalla ripresa delle udienze lo scorso settembre, nell’aula bunker sono sfilati testimoni della difesa e dell’accusa, in particolar modo operai, dirigenti del siderurgico, tecnici, esponenti delle forze dell’ordine che hanno svolto le indagini. E sicuramente proseguiremo nel pubblicare articoli sulle udienze più importanti.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/09/17/ambiente-svenduto-sfida-infinita-tra-le-parti/)

Come appunto quelle del 12 e 17 febbraio scorsi, quando è stato audito Fernando Severini, teste a prova contraria della difesa, Ispettore del lavoro, responsabile della Sezione di P.G. dell’Ispettorato, Sezione Tecnica, per quarantatré anni, fino al primo dicembre 2012.

Al centro delle due udienze, l’inquinamento del I seno del Mar Piccolo, quello provocato dall’Arsenale della Marina Militare, che per anni abbiamo denunciato in assoluta solitudine sulle colonne del ‘TarantoOggi‘ (con il grande supporto del sito inchiostroverde.it) e poi del corriereditaranto.it.

Una tesi purtroppo spesso osteggiata anche dalla parte così detta ‘ambientalista‘ della città, che per anni ha sostenuto la simpatica tesi secondo la quale ‘solo il TarantoOggi e Gianmario Leone sostengono che l’Arsenale sia la prima fronte di inquinanemto del Mar Piccolo‘ (perché secondo questi ‘guru’ locali, così facendo, avremmo infuso nella mente dei cittadini che l’Ilva non fosse altrettanto responsabile…).

In realtà, abbiamo soltanto riportato negli anni tutte le notizie in nostro possesso e divulgato i dati degli studi che ISRPA, ICRAM, CRN, ARPA Puglia, Provincia di Taranto e Regione Puglia hanno condotto negli anni, riportando verità inconfutabili.

La testimonianza dell’Ispettore Severini e un’indagine misteriosamente bloccata 

Detto ciò, l’Ispettore Severini ha reso noto durante la sua udienza, di aver partecipato in passato ad una attività di indagine svolta dall’ex pm Petrocelli, relativa a delle attività collegate con l’Arsenale di Taranto. Un’indagine, quella partita nel novembre del 2005, partita inizialmente per verificare le condizioni di lavoro – da un punto di vista dell’ambiente e di attività, sia per la sicurezza che per la salute – del personale della ex area imprese (‘ex area IP’) all’interno dell’Arsenale. E che portò al sequestro dell’intera area, pari a 20.000 metri quadri, di tutti gli insediamenti – circa settanta fra officine, officinette, installazioni – proprio in relazione alle precarie condizioni in cui si trovavano, alla presenza di prodotti, sostanze e materiali altamente tossici e nocivi.

Situazione confermata anche dal Genio Militare della Marina e dal servizio di sicurezza interna dell’Arsenale della Marina Militare. Che informarono il Severini di aver redatto nel 2003 una relazione nella quale era stato riportato “che era assolutamente impossibile portare in avanti l’esercizio del bacino per condizioni strutturali precarissime ed estreme condizioni di pericolosità”.

Attività di indagine andata avanti fino all’estate del 2006 che oltre alle sospensioni delle attività lavorative, portò come ultimo atto eseguito al blocco del bacino Brin nel quale però c’era un sommergibile della classe Sauro in manutenzione (che appena finiti i lavori avrebbe dovuto partecipare ad un’esercitazione della NATO), durato molti mesi. Poi però, l’indagine fu bloccata. Severini fu fermato nelle attività ispettive, con il pm Petrocelli che non potette più consentire l’accesso all’interno dell’area marina. Il giorno dopo sarebbe dovuto toccare al bacino Ferrati che è adiacente al bacino Brin, nel quale c’era una nave da guerra in manutenzione.

Tra l’altro, il teste ha anche dichiarato che gli fu anticipato “dal Comandante del SIOS e da alcuni informatori interni miei, dell’Arsenale che sarei stato bloccato. Cosa che poi in effetti si è verificata, perché ci fu un incontro tra l’allora direttore di Marinarsen e il mio dirigente. Lì mi è stato riferito, dall’informatore presente all’incontro, che avevano concordato che io quell’indagine non avrei dovuto più continuarla. E si è verificato“. Il SIOS era il Servizio informazioni operative e situazione, un’articolazione dei servizi segreti italiani, costituito all’interno di ciascuna delle forze armate italiane.È stato sostituito dal 2001 dal II Reparto Informazioni e Sicurezza dello Stato Maggiore della Difesa, attraverso i suoi uffici, come il Centro intelligence interforze.

Un’indagine dunque molto ‘pesante‘ che creava problemi ad alti livelli. Dopo mesi di indagine e di aree sottoposte a fermo, la mattina in cui sarebbe dovuto avvenire il sequestro, tutto venne bloccato. Dichara Severini: “Procedetti al fermo ai sensi del 55 del C.P.P.. La sera finii tardi. Chiamai il Dottor Petrocelli il quale mi disse però “Va beh, adesso è già tardi. Ci vediamo domani mattina in Procura”. Alle otto ero già lì. Mentre stavo arrivando, il Dottor Petrocelli stava uscendo dalla stanza perché era stato chiamato dal Procuratore. L’ho ho atteso. Mi ha detto: “Aspetta qualche minuto. Facciamo quello che dobbiamo fare”. L’ho atteso per ore. Dopo qualche ora è tornato mortificato e mi ha detto: “Non se ne fa più nulla. Non posso…”.

Un’indagine che per Severini sarebbe comunque andata avanti negli anni, con interventi nel 2007 della Digos, Guardia di Finanza, il NOE, confermando che “è tutto depositato in Procura“. Oltre ad aver egli stesso tutta la documentazione, che a fine udienza è stata messa agli atti con l’ok della difesa, dell’accusa e della Corte d’Assise.

La situazione ambientale dell’Arsenale e delle aree prospicienti il Mar Piccolo

Passando all’aspetto ambientale della deposizione, Severini ha dichiarato che sin dal primo giorno di ispezione, accompagnato dal nucleo del NIL (Nucleo Ispettorato del Lavoro) dei Carabinieri, “mi sono accorto, oltre che della presenza di notevolissime quantità di amianto un po’ ovunque sul terreno sul quale insistevano tutti gli insediamenti delle imprese private dell’“ex area IP” (“Industrie Private”) che per le caratteristiche strutturali e di conservazione dello stato dei luoghi, addirittura veniva denominata “Shangai”, osservai anche terreni crudi contaminati, impregnati di qualsiasi tipo di sostanza nociva, solventi, diluenti, oli sintetici sulla nuda terra. Il problema era quello che, durante le piogge oppure per acque di altra provenienza che dilavavano il terreno, finiva tutto quanto direttamente in mareIn Mar Piccolo – ancora peggio – scoprii per caso durante sempre questi passaggi da un viottolo all’altro, scopri delle canalizzazioni ben mimetizzate – delle tubazioni – che scaricavano direttamente a mare da pozzetti che erano stati realizzati nell’area ex imprese“.

Successivamente Severini chiese ad ARPA Puglia e ad un laboratorio di analisi indicato dalla Marina Militare (se ne occupò un laboratorio di Marconia, in provincia di Matera), di effettuare una caratterizzazione dei contenuti di queste canalizzazioni. “In queste canalizzazioni furono trovati, oltre che quantitativi di solventi, diluenti, oli minerali eccetera, anche quantitativi di PCB (il PCB è il policlorobifenile, un olio dielettrico altamente cancerogeno) che scaricavano a mare“.

A conferma di tutto questo, fu interessato il NOE di Lecce. “I Militari del NOE si immersero. Hanno fatto dei rilievi fotografici e anche dei filmati dai quali è venuto fuori che sul fondale c’era di tutto, compresi trasformatori aperti. Perché questi oli dielettrici erano contenuti nei trasformatori, erano di uso pressocchè esclusivo – quantomeno nel 99,999% – in trasformatori dielettrici che non erano soltanto in uso della Marina Militare ma un po’ dappertutto (l’Enel, l’Ilva, la Cementir, l’Ospedale Civile, un po’ tutti quanti)“. 

Ad ulteriore conferma del gravissimo inquinamento ambientale prodotto, Severini acquisì un documento della Regione Puglia “del quale era in possesso anche sia la Provincia di Taranto e sia il Comune di Taranto (come Amministrazione), che riguardava la avvenuta esecuzione della caratterizzazione delle acque del Mar Piccolo. Dai documenti – che sono molto chiari – si evince che furono fatti dei carotaggi (il carotaggio era praticamente con delle sonde di perforazione del fondale marino). Risultò che nei sedimenti di fondo, per 5/6/7 e 8 metri di profondità, i sedimenti del Mar Piccolo in quella zona lì erano praticamente letteralmente – posso usare un termine forte? – intrisi di sostanze altamente nocive, compreso il PCB“. Il tutto con la superviisone dell’ICRAM, l’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica Applicata al mare, negli anni assorbito dall’ISPRA.

Fu la conferma “che praticamente il PCB che era presente lì in quantità importanti – veramente importanti – era fuoriuscito da questi trasformatori. C’era anche piombo, mercurio nei fondali“.

Inoltre, Severini ricorda come l’indagine avrebbe dovuto prevedere la possiiblità di tracciare lo smaltimento del PCB da parte dell’Arsenale. Anche perché il teste ricorda anche che “per la Marina Militare, al contrario di tutti gli altri detentori dei trasformatori di apirolio, la denominazione commerciale era “Askarel”. Dico questo perché in un documento ufficiale – però del quale non ho copia o nulla – la Marina Militare dichiarò di non aver mai avuto Askarel nell’ambito del suo stabilimento. Io andai a scoprire invece che nell’ottobre del 2005 la Guardia di Finanza sequestrò una vasca, all’interno dello stabilimento militare, che conteneva apirolio“.

Addirittura il teste ha citato un episodio verirficatosi durante i lavori per la realizzazione di condotte fognanti lungo un tratto stradale di un’area confinante con l’area imprese. Lavori interrotti perchè i lavoratori della ditta incaricata si sentirono male riepetutamente. Il motivo fu il riemergere in superficie “di materiali di qualsiasi genere. Per cui, quando sono andato a vedere, ho trovato eternit frammentato in quantità notevoli che era stato utilizzato addirittura, insieme ad altre macerie di qualsiasi natura, come riempimento stradale. Quindi fu fatta la caratterizzazione di tutta l’area e in tutta l’area il terreno risultò contaminato da materiali frammisti di qualsiasi natura, oltre sempre che di oli dielettrici eccetera”. 

Dunque Severini ha reso noto di un vero e proprio impianto di smaltimento diretto in Mar Piccolo composto da diverse canalizzazioni con tombini di scarico direttamente a mare.

Le conclusioni dell’Ispettore Severini sono molto amare. “È successo che io ho tirato le somme su tutto ciò che avevo visto sino ad  allora. Ho fatto l’informativa e l’ho depositata. La 9395. In ufficio non c’è. Ed ho scritto che, all’epoca, i trasformatori che sono stati  trovati a ridosso della banchina dell’ex area imprese della Marina Militare erano esclusivamente della Marina Militare. Stiamo parlando di quantitativi abbastanza considerevoli, veramente considerevoli. Ma non ho più potuto fare questa verifica e non so quanto potesse essere stato il quantitativo di PCB da parte dell’Arsenale. Non lo so, a tutt’oggi io non lo so“. 

Le indagini, ha confermato poi Severini nella seconda udienza, sono prosguite negli anni per diversi segmenti. Indagini che alune volte sono state condotte anche da alcuni pm che hanno portato avanti l’inchiesta sull’Ilva confluita nel processo ‘Ambiente Svenduto‘. E’ chiaro che l’obiettivo della difesa è evidenziare l’eventuale discrasia tra gli interventi della Procura sul siderurgico e quelli mai avvenuti sull’Arsenale in materia di inquinamento ambientale.

(leggi tutti gli articoli sul processo ‘Ambiente Svenduto’ https://www.corriereditaranto.it/?s=ambiente+svenduto&submit=Go)

Ogni altra considerazione appare dunque superflua. Torneremo a breve a parlare del Mar Piccolo, del suo inquinamento, di quello che è stato fatto e di quello che ancora c’è da fare.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/01/10/bonifica-mar-piccolo-ecco-a-che-punto-siamo/)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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