Ex Ilva, le verità negate di una vicenda schizofrenica

 

Breve sintesi degli ultimi due anni dell'infinita vicenda del siderurgico in attesa della scadenza del 28 febbraio
pubblicato il 21 Febbraio 2020, 21:45
13 mins

La trattativa tra il governo, ArcerloMittal Italia e i Commissari Straordinari di Ilva in Amministrazione Straordinaria si concluderà entro venerdì prossimo 28 febbraio. Quello a cui giungeranno le parti, non sarà un accordo definitivo. Ma un’intesa che servirà a raggiungere l’obiettivo che al momento appare il più dirimente per rimodulare l’accordo sottoscritto nel settembre 2018: far decadere la causa civile presso il tribunale di Milano, con la revoca dell’atto di recesso da parte della multinazionale e il conseguente ritiro del ricorso d’urgenza ex art. 700 avanzato a suo tempo dalla struttura commissariale.

Dunque, la famosa ‘causa del secolo’ minacciata dal governo lo scorso novembre altro non ha prodotto che centinaia di pagine di memorie difensive, redatte dagli avvocati degli studi legali delle due controparti (che hanno avuto di che gioire viste le parcelle tutt’altro che economiche), che a nulla serviranno. E a nulla sono servite se non per rinfacciarsi i rispettivi errori commessi negli ultimi mesi.

E’ chiaro che per arrivare al ritiro dell’atto di recesso e del ricorso d’urgenza le controparti abbiano preso degli impegni di massima, sui quali negli ultimi giorni tanti sono stati i rumors e di cui ci occupiamo in un altro articolo. Ciò che ci preme evidenziare, ancora una volta, è l’assurdità in cui è precipitata l’intera vicenda riguardante l’ex Ilva. Sulla quale oramai ogni giorno si fa a gara a chi la spara più grossa, senza che alla base vi sia un ragionamento logico che abbia un inizio e una fine.

Una strada che è stata scientemente intrapresa, almeno per quel che concerne il segmento di storia che riguarda l’arrivo ArcerloMittal, sin dalla tarda primavera del 2018, quando i sindacati decisero di ‘sfiduciare‘ l’allora ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda nel pieno delle trattative che duravano da quasi un anno, reo di appartenere ad un governo oramai giunto alla fine del suo mandato politico. Si scelse di attendere l’avvento del governo giallo-verde, che vide arrivare al MiSE l’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Il quale, all’inizio del suo mandato, non ebbe di meglio che sostenere la tesi secondo la quale la gara con cui ArcelorMittal si era aggiudicata gli asset industriali del gruppo Ilva fosse per lui irregolare. Minando di fatto qualunque tipo di rapporto di fiducia tra il governo appena nato e la multinazionale. Teoria che fu in gran parte smontata sia dall’ANAC che dallAvvocatura di Stato a cui l’ex ministro si rivolse, con scarso successo, tra luglio e agosto 2018. Tanto da portarlo a firmare il 6 settembre 2018 l’accordo sindacale da lui stesso definito ‘il migliore possibile‘. Otto giorni dopo, il 14 settembre, fu firmato un addendum allo stesso contratto, che di lì a breve si sarebbe rivelato un vero e proprio boomerang per l’esecutivo.

Come non bastasse, ad aprile dello scorso anno, sempre il governo giallo-verde decise imspiegabilmente di cambiare la norma sull’esimente penale in vigore dal 2015. Una norma di cui sin troppo spesso si è parlato a sproposito, parlando di un’immunità penale mai esistita così come di una libertà di inquinare impunemente e di ‘uccidere’ senza conseguenze i tarantini. Come abbiamo scritto decine di volte, quella norma riguardava l’attuazione delle prescrizioni del Piano Ambientale riguardanti gli impianti dell’area a caldo attualmente ancora sotto sequestro dal luglio 2012. Una norma di cui si sono avvalsi in precedenza i commissari straordinari, oltre tutti coloro i quali prendono quotidianamente decisioni e intervengono su quegli impianti, oltre alle ditte impiegate per i lavori previsti dal Piano Ambientale stesso. Va da sè che senza quella norma nessuno abbia voglia di prendersi alcuna responsabilità decisionale.

Come non bastasse, a fine maggio scorso il Comune ha avanzato richiesta di riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale, di cui il Piano Ambientale è un’evoluzione. Richiesta concessa dal ministero dell’Ambiente guidata dal ministro Costa. Riesame che ha alla base un’idea giusta ma tardiva rispetto all’accordo del 2018: ovvero valutare l’impatto ambientale della produzione dell’ex Ilva attraverso la Valutazione del Danno Sanitario, tarandola su una produzione di 6 e 8 milioni di tonnellate.

Dunque da un lato si chiede ad ArcelorMittal di attuare le prescrizioni del Piano Ambientale nel più breve tempo possibile, magari anticipando tutti quegli interventi su cui è possibile andare più veloci, mentre dall’altro le si toglie la norma che tutela chi effettua quegli interventi e le si chiede di accettare una revisione dell’AIA che potrebbe portare a modificare, in maniera più stringente, quelle stesse prescrizioni che nel frattempo la stessa azienda è andata ad effettuare. Alzi la mano chi trova una logica in tutto questo.

Inoltre si vuole imporre ad ArcelorMittal di produrre acciaio attraverso un ciclo ibrido e non più integrale, come invece le era stato garantito all’atto della sottoscrizione dell’accordo. Si vuole dotare l’ex Ilva di forni elettrici che andrebbero ad affiancare due soli altiforni. Nessuno sino ad oggi ha spiegato come si andrebbero ad esempio ad alimentare quei due forni elettrici, o meglio con quale energia e quale quantità, visto che le centrali termoelettriche presenti all’interno del siderurgico alimentano gli impianti recuperando i gas degli altiforni metà dei quali si vogliono chiudere. Centrali che non sarebbero mai in grado di alimentare da soli i forni elettrici.

Per non parlare dei presunti casi sollevati in questo anno e mezzo di inquinamento ambientale e danno sanitario, descritti addirittura come ‘mai visti prima‘, che ARPA Puglia, ISPRA ed ASL di Taranto hanno puntualmente smentito con dati certificati scientificamente.

Procedendo su queste stessa linea, si ignora volutamente come sia stato ceduto ad ArcelorMittal un impianto gravato da anni di mancata manutenzione. Oltre ad averle garantito la risoluzione della problematica inerente il sequestro dell’altoforno 2, vicenda sulla quale è bene stendere un velo pietoso. Lo stesso dicasi sulle gru del IV sporgente del porto di Taranto, che negli anni hanno ricevuto le certificazioni di lavori svolti e soprattutto attestati di sicurezza anti-uragano: è bastata una folata di vento a 100 km/h per abbatterne tre e causare l’ennesima giovanissima morte bianca. Costringendo l’azienda a spendere decine di milioni di euro per far proseguire l’approvvigionamento di materie prime, appoggiandosi ad aziende terze ed addirittura usufruendo del porto di Brindisi.

È fin troppo evidente quindi che ArcelorMittal abbia di fatto ringraziato una gestione politica allucinante della vicenda Ilva, per gestire a proprio piacimento ogni eventuale decisione di sopravvivenza del siderurgico tarantino. Diventato la testa d’ariete di una politica locale e regionale anch’essa tutt’altro che lineare. Da mesi e mesi la multinazionale riceve attacchi dialettici di ogni tipo da parte del sindaco Melucci e dal governatore Emiliano, scesi addirittura in strada per affiancare le ditte dell’indotto in una serrata che ha visto come uniche vittime i lavoratori, minacciando la chiusura dell’ex Ilva, per poi ritrovarsi i due esponendi politici seduti sorridenti al tavolo con l’ad Morselli.

Si afferma, inoltre, che si sia sbagliato nel 2018 a far valere come predominante l’aspetto economico nella gara di assegnazione degli asset dell’ex Ilva. Non si dice però che l’aspetto economico aveva tale importanza perché i soldi offerti per l’acquisto del gruppo, servono a ripagare i crediti prioriatari di cui ha goduto l’ex Ilva per anni. Tra i creditori figurano lo Stato attraverso il Mef e la Cassa Depositi e Prestiti. E poi le banche. Proprio quelle banche a cui però oggi si chiede, una volta ottenuti i crediti vantati, di riconveritire in quota capitale quelle stesse risorse economiche per affiancare lo Stato nell’ingresso del capitale sociale di AM InvestCO Italy spa, la società attraverso cui la multinazionale controlla gli asset del gruppo Ilva.

Allo stesso modo si continua a ripetere, senza corrobarare tale tesi di prove concrete, che fosse migliore l’offerta dell’altra cordata, quell’AcciaiItalia guidata dal gruppo indiano Jindal. Multinazionale che nel 2018 ha aquistato gli impianti di Piombino ma che a distanza di due anni non è stata in grado nemmeno di presentare un Piano Industriale degno di questo nome. Ed anche per Piombino il governo starebbe pensando ad un ingresso dello Stato in società con Jindal.

Per non parlare del mantra ripetuto sino allo sfinimento, di dara a Taranto la possibilità di ottenere un accordo di programma come quello che fu firmato a Genova nel 2005. Anche in questo caso non si dice però che quell’accordo riguardava la chisura di un solo altoforno (peraltro posto a pochi metri dai palazzi del quartiere Cornigliano), e la tutela di 2mila operai. Non la chiusura di 5 altiforni e il futuro di oltre 10mila lavoratori. A Genova da 15 anni si va avanti con ammortizzatori sociali e lavoratori impiegati nei lavori socialmente utili. Mentre tutta la parte riguardante la bonifica ambientale delle aree ex Ilva e la riconversione delle aree lasciate libere è ancora oggi rimasta lettera morta. Anzi. È notizia di questi giorni che lì dove doveva nascere un parco il Comune ha deciso di realizzare un’autoparco per container.

Sorvoliamo sulla favola delle bonifiche che dovrebbero essere realizzate dagli stessi lavoratori del siderurgico (sarebbe troppo semplice citare il trentennale caso dell’ex Italsider di Bagnoli dove ancora adesso stanno decidendo cosa fare di quei terreni ancora da bonificare), che il sottoscritto già durante il dibattito del 1 Maggio del 2013 sostenne fosse infattibile: riteniamo i lavoratori troppo intelligenti per credere ad un qualcosa loro non potrebbero mai essere portati a fare.

Potremmo continuare a lungo. Ma questa sintesi, lungi dal voler essere una difesa di una multinazionale che come tale si comporta (forse più di qualcuno dovrebbe andarsi a ristudiare la Storia, tornando alle origini del capitalismo, detto protocapitalismo, tra 1500 e 1600, quando nacquero le prime grandi compagnie economiche che tutto fecero tranne che curarsi degli interessi altrui: la storia ancora oggi è sempre la stessa e non cambierà), è doverosa se davvero si vuol parlare seriamente di Ilva e di un futuro con o senza di essa. Se si vuol davvero ragione di riconversione economica del territorio, liberandolo almeno in parte dalla monocultura della grande industria.

Un dibattito serio, realistico, scevro da una demagogia che ancora oggi la fa da padrona. E che non porterà mai nulla di buono. Contenti voi…

Condividi:
Share
Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

Commenta

  • (non verrà pubblicata)