Rosy Bindi ricorda Bachelet: «Non possiamo permetterci il disimpegno»

 

A quarant’anni dall’uccisione del vicepresidente del CSM, l’allora sua assistente universitaria ne rinnova il ricordo in un incontro organizzato dall’Azione Cattolica.
pubblicato il 06 Febbraio 2020, 15:07
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«Usciamo dalla lezione, ci incamminiamo sulle scale che portano agli istituti. La prima rampa di scale portava anche alla porta a vetri dalla quale si usciva, uno degli ingressi della facoltà di Scienze Politiche. Appena passata la prima rampa di scale, intrapresa la seconda, al terzo scalino lui si ferma e mi dice: “Cosa fai, ti fermi? Perché io quasi quasi andrei”. Ecco, queste sono state le sue ultime parole. Ho visto apparire dietro le spalle del professore il volto di una donna. Io pensavo fosse una studentessa, una giovane donna, con un berretto di quelli di lana a coste che portavano gli studenti. Ho capito che non era una studente perché improvvisamente il professore ha cambiato espressione. Ho letto il terrore nel suo volto, che era un volto normalmente sereno e sorridente anche quando era preoccupato. Allora ho capito che stava succedendo qualcosa. Me lo ha allontanato, lo ha portato sul pianerottolo e ho visto puntare la pistola al petto e ho capito che non c’era più niente da fare. Lui ha emesso un grande urlo, è crollato, ha battuto la testa nella parete. Come è andato a terra, il Seghetti (la donna era Annalaura Braghetti) gli ha sparato un colpo alla nuca».

Quarant’anni dopo quel 12 febbraio 1980 continua a lasciare sgomenti il racconto della morte di Vittorio Bachelet. La voce di Rosy Bindi, all’epoca giovane assistente del professore di Diritto Pubblico dell’Economia (nonché, soprattutto, vicepresidente del CSM), ricrea l’atroce atmosfera di uno scenario surreale, una facoltà completamente deserta. «Abbiamo capito dopo che mentre facevamo lezione avevano sparso la voce che c’era una bomba in facoltà e che tutti dovevamo allontanarci […]. Io ricordo benissimo che la lezione di quella mattina veniva continuamente interrotta da porte che si aprivano e si chiudevano, si aprivano e si chiudevano. Mi sono chiesta se fossi uscita a chiedere che cosa stava succedendo, forse…».

«Cercare il consenso sulle soluzioni giuste»

Dopo un periodo così lungo impressiona avvertire ancora, nelle parole dell’ex-parlamentare e più volte ministro, la deferenza dell’allieva verso il maestro. Nel racconto emergono i tratti distintivi dell’impegno di Bachelet nella società, dall’importanza di non lamentarsi mai del tempo in cui si vive alla necessità di non inseguire il consenso né denigrarlo, ma, invece, lavorare per trovarlo sulle soluzioni giuste. Un’arte, raccontava il maestro all’allieva, imparata negli anni dell’Azione Cattolica, di cui Bachelet fu presidente nazionale negli anni più importanti per la vita della più grande associazione del laicato cattolico italiano. Anni in cui, proprio sotto la guida del giurista, l’associazione visse un profondo rinnovamento per meglio rispondere ai dettami del Concilio Vaticano II. Mentre commenta questi eventi, di cui Bachelet fu protagonista a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, la Bindi tiene a fare una precisazione: «Non sono stata una testimone della sua vita; io sono stata una testimone della sua morte, e ho imparato a conoscere meglio Vittorio Bachelet dopo che era morto […]. Mi sono sempre riconosciuta in quel centurione che, nei Vangeli sinottici, al momento della morte di Gesù dice “Questo era un uomo giusto”».

Nei ricordi di chi li ha vissuti, gli anni di piombo hanno il sapore dell’occasione mancata: «Ci hanno privato degli uomini migliori che avevamo. Diciamo pure che dopo non ne abbiamo più avuti […]. Queste erano le persone che a loro [ai brigatisti, ndr] davano fastidio. Nelle loro farneticanti teorie bisognava abbattere lo Stato, sovvertire lo Stato, e per avere consenso nel fare questo dovevano essere eliminati quelli che, invece, rendevano lo Stato accettabile, non lontano ma vicino ai cittadini». E proprio in questo, spiega l’ex presidente della commissione parlamentare antimafia, sta la vera differenza fra terrorismo e mafia, il motivo per cui il primo è stato sconfitto («senza mai sospendere le garanzie costituzionali») mentre la seconda continua a proliferare nelle maglie del tessuto sociale. «Un ladro viene in casa e vi porta via l’argenteria. Il mafioso si fa invitare e se la fa consegnare». Il terrorismo, cioè, per propria natura si oppone allo Stato, la mafia no, ma costruisce, invece, una rete di relazioni che le ha consentito di sopravvivere alle mille trasformazioni della società.

«I DICO pagina più dolorosa della mia carriera politica»

Il racconto, ovviamente non può non toccare alcuni punti salienti della carriera politica dell’ormai ex-deputata. La presidenza della commissione antimafia, dunque, ma soprattutto la travagliata vicenda dei DICO, la proposta di legge sui “Diritti e doveri delle persone stabilmente Conviventi” di cui la Bindi fu promotrice quando era Ministro della Famiglia. «Rimasi in piedi – scherza – perché prendevo pugni da destra e da sinistra». E tuttavia è un’ironia amara, quella dell’ex-ministro, che rivendica il dovere del legislatore a regolamentare le situazioni di fatto, oltre al difficile lavoro di mediazione fatto per mettere d’accordo su un testo anime molto diverse del centrosinistra di allora. «Per me quella è stata una pagina dolorosa, perché non essere stata capita dalla mia Chiesa per me è stata una grande sofferenza, forse la sofferenza più alta nel mio percorso politico, perché io tra l’altro ho portato pezzi del governo che volevano ben altro ad accettare quella soluzione lì, e infatti dopo è venuta fuori qualche cosa che, insomma… Io poi ne ho trovati diversi di vescovi che mi hanno detto: “Eh, avessimo ascoltato lei”».

L’appello all’Azione Cattolica: «Sia in prima linea»

Messe da parte le amarezze del recente passato, però, il messaggio finale dell’incontro è per l’Azione Cattolica, di cui la Bindi fu anche vicepresidente nazionale: «Se lui [il Papa, ndr] ci dice che dobbiamo aprire la Chiesa, che dobbiamo andare nelle periferie del mondo, che dobbiamo custodire la Terra, che dobbiamo accogliere gli immigrati, io penso che l’Azione Cattolica debba essere in prima fila. A costruire la Chiesa, eh, in questo modo, perché sia ben chiaro che la nostra missione resta quella. Come laici abbiamo il vasto e complicato mondo, come Azione Cattolica dobbiamo portare la nostra esperienza di laici perché la Chiesa sia quella che sa andare alle periferie del mondo. A volte mi dispiace, perché vedo che dovremmo crederci di più». Un programma per evitare il disimpegno, insomma, un lusso che, secondo la Bindi, i laici cristiani non possono permettersi.

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