Vince Pastano: Io, Vasco e Grottaglie

 

Intervista al talentuoso chitarrista e produttore artistico della rockstar più importante della storia della musica italiana, partito alcuni anni fa dalla città delle ceramiche per realizzare il suo sogno di musicista
pubblicato il 06 Febbraio 2020, 09:09
9 mins

Parte da Grottaglie la storia che oggi vogliamo raccontare. Una storia che porta dritti al palco di un mostro sacro della musica italiana : Vasco Rossi. Non tutti sanno, forse, che uno dei chitarristi di Vasco nonché produttore artistico dei suoi ultimi lavori, sia in studio che live, è Vincenzo Pastano, per tutti Vince, nato a Grottaglie 41 anni fa e trapiantato ormai da anni a Bologna. Personaggio schivo, che non ama la luce dei riflettori se non on stage, Vince nel 2014 ha sostituito un certo Maurizio Solieri (storico chitarrista, fondatore della Steve Rogers Band) all’interno della band di Vasco, grazie alla conoscenza di Guido Elmi, storico produttore discografico del rocker di Zocca.

Nel 2011 Stef Burns (lead guitar di Vasco, ndc), che conosco dal ’99, mi presentò Guido Elmi. Eravamo in centro a Bologna per una rassegna musicale e casualmente poco dopo avremmo suonato sullo stesso palco – racconta Vince Pastano che in precedenza aveva suonato con Luca Carboni – “Guido era  un tipo sulle sue, carismatico ma riservato e malgrado anche io sia molto introverso, nacque una grande intesa. Iniziò un lungo scambio artistico durato ben tre anni prima di suonare con Vasco del quale sono anche produttore. Tutto il suo staff mi ha conosciuto sin da subito in questo duplice ruolo e credo sia questo il motivo per cui mi abbiano accolto con loro”.

Vasco, da quel si vede e si legge, ha molta considerazione nei tuoi riguardi, ritagliandoti un ruolo di grande responsabilità sia sul palco ma soprattutto in studio, visto che sei anche suo produttore artistico. Trovi difficoltà a esporgli le tue idee sugli arrangiamenti, ad esempio?

“Assolutamente no perché c’è tanta fiducia. Conosco molto bene il suo repertorio sin da piccolo e questo credo sia stato un enorme vantaggio. Credo anche di aver capito alcune sue preferenze musicali ma comunque mi sento sempre sotto esame ed è ciò che mi fa dare il meglio. E’ lui a decidere cosa ‘mangiare’, io gli ‘apparecchio’ solo la tavola”.

 Ricordi la prima volta sul palco con Vasco? Quale data, di quale tour e in che città? Cosa hai provato a suonare di fronte a quella marea di gente che va a i concerti?

“Era l’Olimpico a Roma (25 giugno 2014, ndc), i primi venti minuti ero in apnea ma poi durante il concerto ho preso le giuste misure per acquisire un po’ di lucidità”.

 Ci racconti qualcosa di inedito di Vasco, tipo qualcosa del dietro le quinte?

“Non so se sia inedito ma in studio mi è capitato spesso di dover smettere di suonare per le risate durante i suoi racconti di aneddoti del passato. Per il resto è un gran lavoratore, molto metodico e pensa sempre ai suoi obbiettivi. Non si concede inutili distrazioni ed infatti sul palco i risultati si vedono e si sentono”.

 Secondo te nella storia dei live in Italia, si può dire che c’è un prima e un dopo Modena Park del 2017?

“Domanda complessa per me perché la vedo sotto una prospettiva molto intima. Per Vasco sicuramente c’è e l’ha più volte detto. Per me esiste un prima e dopo Guido Elmi. Nel 2018 ho dovuto prendere decisioni ‘forti’ che prima spettavano a lui, la mia vita è cambiata e non sono più il Vince di Modena Park. Non voglio fare discorsi esoterici ma sicuramente qualcosa del carattere e vita di Guido mi è rimasto dentro. Quel primo tour da Produttore (2018) lo vedo conseguenziale al discorso musicale che Elmi portava avanti. Credo di aver raggiunto un mio personale equilibrio artistico solo nel 2019 durante i sei live San Siro che vedete nell’ultimo DVD edito (Vasco Non Stop Live, ndc)”.

 In che modo ti sei approcciato alla musica per la prima volta e chi o cosa ha influito sulla tua formazione musicale adolescenziale?

“E’ grazie all’ascolto dei 33 giri di mio padre – ad esempio Pink Floyd e Deep Purple- che mi sono avvicinato alla musica. Lui ha sempre amato la chitarra e credo che questo mi abbia influenzato”.

Che ricordi hai dei tuoi inizi a Grottaglie?

“Era più o meno la metà degli anni novanta e ricordo l’atmosfera di sana competizione che c’era fra le tante band grottagliesi e le fazioni musicali interne che ci davano un senso di appartenenza. Eravamo fieri di credere a ‘qualcosa’ di astratto, di avere un sogno e di non esserci persi nel vuoto del disagio adolescenziale. Lo sviluppo musicale più interessante è avvenuto quando ci siamo miscelati, contaminati gli uni con gli altri ed iniziammo ad essere un’unica famiglia. C’erano talenti veri e propri che sinceramente ho fatto fatica a rivedere in tutti questi anni a Bologna. Io che ero un rockettaro iniziai a collaborare con diversi musicisti, ognuno con un bagaglio musicale differente: il polistrumentista Massimo Coppola,  i D’Amicis – fratelli e cugini – tutti con la musica nel sangue, il cantante Giovanni Blasi, l’ingegnere del suono Marc Urselli – icona a livello mondiale – (ha collaborato con grandi nome come U2, Lou Reed, Sting, tra gli altri – ndc),  Lucio Elia, chitarrista coetaneo, anni luce avanti a tutti noi e col sogno di diventare un turnista e tanti altri ragazzi a cui piaceva suonare uno strumento”.

La tua storia è un esempio di lungimiranza, hai sempre voluto fare musica; hai passato interi giorni, mesi, anni, ad inseguire il tuo sogno in compagnia della tua amica di sempre: la chitarra. Cosa consigli ai tanti giovani che fanno musica e che vorrebbero vivere di musica?

“Qualsiasi cosa io dica, rischia di farmi passare per ‘anziano’. Non ho tante cosa da dire, però, devono spegnere il cellulare che è solo una perdita di tempo, studiare tanto ed ascoltare vari stili musicali (non dal cellulare), sognare, che è ciò che manca in questa società cosi ‘fredda’. Inoltre devono dimenticarsi dei Talent perché è tutta una finzione; fidatevi di me che son stato in tv.  Si sgretola tutto in pochi mesi”.

Pensi di essere profeta in patria? Grottaglie, nel senso anche delle Istituzioni, ti ha rivolto la giusta attenzione, un riconoscimento, un premio, una menzione particolare, per quello che stai facendo nel mondo della musica? E’ qualcosa a cui pensi?

“Nessun attenzione a livello istituzionale. Mi fa piacere quando avverto orgoglio e simpatia dai sorrisi della gente per strada, anche di chi non conosco. E’ un paese che ha esportato statisticamente tanti talenti in vari ambiti ma mai valorizzati se non al di fuori. E’ sempre stato un paese artisticamente morto, figuriamoci oggi, periodo storico a livello globale ‘freddo’ e vuoto. Ho molti amici rimasti lì che mi descrivono di quel tepore fatto di noia e di non collaborazione a livello Istituzionale che ammazza qualsiasi forma di entusiasmo. Io la vedo peggiorata. Penso a Grottaglie? No! Però penso ai più giovani e alla storia che si ripete, cioè ai nuovi talenti che son costretti ad andare via. Sono davvero dispiaciuto per questo. Per il resto il mio paese di origine per me rappresenta solo la famiglia e i bei ricordi dell’infanzia.”

 

 * credit foto: Nino Saetti e www.vincepastano.com

 

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