Il Muro, quando la politica alzò bandiera bianca

 

Ezio Mauro presenta a Taranto il suo libro in cui racconta cosa accadde a cavallo dell’evento che segnò la fine di un’epoca.
pubblicato il 20 Gennaio 2020, 21:56
6 mins

Dopo oltre tre decenni è un evento che continua ad influenzare l’immaginario collettivo e, forse, il corso della nostra vita. Stiamo parlando della caduta del Muro di Berlino e di quei ventotto anni (dal 1961 al 1989) in cui la capitale tedesca fu il baricentro del mondo, luogo in cui due blocchi, due ideologie, due modi di vivere si fronteggiavano simbolicamente e anche fisicamente a distanza di pochi metri l’uno dall’altro. A ripercorrere gli avvenimenti di quei giorni («Non certo da storico, ma da giornalista», tiene a precisare il diretto interessato) Ezio Mauro.

Un reportage dal 1989

Nato per i giornali, poi divenuto un volume e, infine, un documentario Rai (1989 – Cronache dal Muro di Berlino), quello dell’ex direttore di Repubblica si presenta come reportage, un racconto di quegli anni condotto come se i fatti si stessero svolgendo ai giorni nostri, visitando i luoghi e intervistando i testimoni diretti, coloro che portano ancora impressi i segni di quegli anni. «Quando incontrai Lech Wałęsa mi disse “Fai bene a studiare questi fatti, ma non riuscirai mai a capire il muro. Ogni mattina io mi alzavo e sapevo che quel muro era lì”». Qualcosa di più, dunque, anche dei non meno cruenti muri che attraversano il mondo di oggi.

La più temibile polizia al mondo

Il racconto di Ezio Mauro ripercorre nel dettaglio la vita di quegli anni, con una particolare attenzione al ruolo della Stasi, la famigerata polizia segreta della Germania orientale. «Noi pensiamo sempre che il KGB sia la polizia più intrusiva del mondo, e certamente è stata una polizia che ha fatto sentire la sua presenza sui sudditi sovietici. Però il KGB poteva contare su un agente segreto ogni 1600 abitanti delle Russie […] La Stasi aveva un agente segreto ogni 50 persone». Una realtà sconcertante, probabilmente quanto di più prossimo all’orwelliano Grande Fratello l’umanità abbia mai sperimentato. Una realtà le cui proporzioni sono emerse sotto forma di un’impressionante mole di fascicoli all’indomani del crollo del muro, facendo emergere fratture profonde nella società tedesca: amici che spiavano amici, figli che spiavano genitori, perfino mariti che spiavano mogli e viceversa, senza contare la massiccia presenza di “spie spiate”, presenti nei registri della Stasi sia come agenti che come persone osservate.

Paragoni da evitare…

Il racconto di Mauro non si ferma, però, ai doviziosi quanto inquietanti spaccati di vita quotidiana nella DDR, ma si apre anche a riflessioni profondamente autocritiche: «Dopo la lezione del Muro, le sofferenze che questo muro ha provocato, oggi non possiamo dire che non conosciamo. La nostra generazione ha una colpa, di non aver fatto questa riflessione allora, di non averla fatta in tempo. Abbiamo manifestato per qualsiasi cosa, avremmo dovuto manifestare per un anno intero sedendoci davanti al Muro di Berlino […] e testimoniare che la nostra generazione affermava la libertà come valore universale e non accettava quella mostruosità. Non l’abbiamo fatto». Riflettere sulla mostruosità di quanto avvenne allora può senz’altro essere utile anche per rimettere nella giusta prospettiva i problemi (innegabili, sia chiaro) del qui e ora. Rispondendo alla provocazione del moderatore Fulvio Colucci («Il pensiero della fuga era costante per i cittadini dell’Est, non vedevano futuro nel Paese. Sembra il ritratto dell’Italia di oggi, soprattutto per i più giovani») Mauro è molto fermo. No, non è comparabile la vita in un regime oppressivo come quello comunista con «la vita in un paese libero, con una democrazia ballerina e incerta e a tratti infedele come la nostra, però una democrazia che ci ha garantito libertà e benessere». Parole che meritano una profonda riflessione nell’era in cui la tradizionale tendenza all’autocommiserazione ha assunto i tratti di un costante lamento collettivo, amplificato dalla condivisione della rabbia via social.

Il Muro, fallimento della politica

Altrettanta attenzione meritano le considerazioni sulla natura stessa del Muro: «È la politica che alza bandiera bianca, allarga le braccia e dice: “Io non ce la faccio a governare i fenomeni”. […] Nell’era dell’immaterialità, dove tutto è ubiquo, dove tutto è contemporaneo con la rete noi costruiamo qualcosa fatto di pietra, di sabbia e di cemento per tenere la gente dentro o fuori, noi dentro, gli altri fuori. E un altro da tenere fuori si trova sempre». Parole che, chiaramente, non si riferiscono solo a quanto accadde nel 1961, ma a tentazioni di chiusura che nel dibattito politico sono da sempre presenti, ma a cui è necessario creare degli anticorpi. La Storia, sicuramente, può contribuire allo scopo.

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