Amarcord rossoblù: Totò De Vitis, il bomber dello spareggio di Napoli ’86

 

Ventinove reti in due stagioni di serie B in riva allo jonio nella metà degli anni ottanta per l'attaccante leccese che ora è responsabile degli osservatori del Sassuolo e che ha un figlio, Alessandro, che gioca nel Pisa.
pubblicato il 16 Gennaio 2020, 21:53
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La coppia Maiellaro-De Vitis, nell’immaginario collettivo dei tifosi del Taranto rappresenta quanto di mai visto, forse, nella storia del club rossoblù, seconda solo a Selvaggi-Iacovone. I due si completavano a vicenda per caratteristiche tecniche e caratteriali: l’uno, giocatore estroso e estroverso dentro e fuori il campo, l’altro un rapace dell’area di rigore (un pò Paolo Rossi, un pò Pippo Inzaghi) dalla grande concretezza, personaggio schivo. L’intesa tra i due ha segnato una sola stagione rossoblù (1986/1987) ma indimenticabile, quella culminata con gli spareggi- salvezza vinti sul campo del San Paolo di Napoli contro Lazio e Campobasso con diecimila tifosi al seguito.

“Con Maiellaro, ma in genere con i giocatori della sua tecnica, mi sono sempre trovato bene e mi hanno permesso di realizzare parecchi gol”– afferma al telefono Totò De Vitis, giocatore che con i suoi 29 gol in maglia rossoblù, in appena due stagioni  di serie B (19 nell’85-86 e 10 nell’87-88), ha lasciato un segno indelebile nella memoria dei tifosi jonici. De Vitis, 55 anni, attualmente responsabile degli osservatori del Sassuolo, ha praticamente passato la prima parte della sua carriera in squadre del sud (giovanili del Napoli, Campania Puteolana, Palermo, Salernitana e Taranto) e la seconda, quella più importante, contraddistinta da ben 4 promozioni dalla A alla B, con le maglie di club del nord: Udinese, Piacenza e Verona.

Qual è il primo ricordo che le viene in mente pensando al Taranto?

“Gli spareggi salvezza di Napoli, il gol segnato alla Lazio, un gol di rapina che probabilmente ci fosse stato il Var sarebbe stato annullato (fuorigioco….diciamo non proprio millimetrico, ndc ,https://www.youtube.com/watch?v=gk7xyB7MXpY ), il più importante in rossoblù..

Ma ricordo anche la doppietta al Genoa sul neutro di Lecce, poco prima degli spareggi. Mi viene in mente quando fummo quasi costretti ad affacciarci dalle finestre dell’albergo nel ritiro pre-partita per evitare problemi di ordine pubblico perché nella strada di fronte c’era una marea di tifosi; credo che ci fossero anche dei tifosi del Lecce che si gemellarono con quelli del Taranto poiché la squadra salentina si stava giocando l’accesso agli spareggi promozione in serie A proprio con il Genoa, nostro avversario, e sperava che noi lo battessimo. Io poi ero leccese di nascita, lascio immaginare quanta pressione”.

Che squadra era quel Taranto?

“Una squadra dalle grandi potenzialità. Se ci fosse stato un programma societario di un certo tipo, secondo me, aveva una base importante per diventare una squadra forte in grado anche di lottare per traguardi più ambiziosi”.

Il giocatore più forte visto in carriera?

“Rispondere Maradona è ovvio ma vorrei ricordare la tecnica e l’eleganza di VanBasten, che non passava certo inosservata, così come la forza fisica di Gullit ed il grande senso della posizione di Franco Baresi”.

Cosa ha rappresentato per lei il calcio?

“La passione di una vita che mi segue da quando ero piccolo; una passione che una volta che la vivi è difficile che ti abbandoni”.

Questa passione l’ha trasferita anche a suo figlio visto che è un calciatore anche lui (Alessandro, classe 1992, mediano, attualmente in forza al Pisa, ndc)?

“Credo che in questi casi la cosa più giusta da fare come genitore sia stato restare fuori dalle scelte di un figlio, non intromettersi. Io credo di esserci riuscito, sono stato il più lontano possibile dal discorso calcistico di mio figlio; ogni tanto con grande piacere lo vado a vedere giocare, ma è stato meglio per lui che io lo abbia fatto correre con le proprie gambe. Oggi, tra le nuove generazioni, la parola passione la si conosce poco, tanti ragazzini alle prime armi hanno già il procuratore e devo dire che, purtroppo, l’ingerenza dei genitori, a livello giovanile, è diventata molto difficile da gestire, lo dico da dirigente di una società di calcio”.

Perchè secondo lei il Taranto non riesce ad emergere di dilettanti?

“Il calcio oggi si fa con la programmazione, l’organizzazione oltre che con i soldi. Vista dal di fuori, la realtà di Taranto, pur essendo difficile esprimere un giudizio, si può dire che probabilmente sia mancata una seria programmazione perché mi sembra che di soldi in questi anni ne siano stati spesi”.

Per terminare quale messaggio vuole lasciare ai suoi tanti nostalgici estimatori tarantini?

“Dico un’ovvietà, che avranno già detto in tanti ma se la dicono in tanti vuol dire che c’è del vero. Piazze calcistiche come Taranto meritano la serie B, per la passione, per il seguito che hanno. Sono certo che se Taranto fosse in B come media spettatori supererebbe la maggior parte dei club che attualmente disputano il torneo. Non posso che augurare un pronto ritorno tra i professionisti, una volta raggiunto questo obiettivo sono sicuro che la gente di Taranto tornerà ad essere numerosa allo stadio. Lo so che, in questo momento, riuscire a scalare questa montagna, la cui vetta non si riesce mai a vedere, è difficile ma bisogna avere anche un po’ di fortuna oltre che la già citata programmazione”.

*foto tratte da archivio web

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