Ex Ilva, le motivazioni del Riesame sulla facoltà d’uso di Afo 2

 

Nelle 21 pagine dell'ordinanza diverse critiche alle interpretazioni del giudice Maccagnano. Ridimensionato il contrasto con la Valenzano
pubblicato il 07 Gennaio 2020, 18:04
28 mins

E’ giunta come atteso quest’oggi la decisione del Tribunale del Riesame di Taranto sulla vicenda dell’altoforno 2. Dopo l’udienza dello scorso 30 dicembre, che ha esaminato l’appello presentato dai legali di Ilva in amministrazione straordinaria contro la decisione del giudice monocratico, Francesco Maccagnano, di respingere la richiesta di proroga della facoltà d’uso per un anno dell’altoforno 2 del siderurugico, è quindi arrivato l’importante verdetto.

Il collegio di giudici (presidente della prima sezione Giuseppe Licci, Caroli relatore, Lotito a latere) con un’ordinanza di 21 pagine ha quindi accolto in toto l’appello legali di Ilva in AS, Angelo Loreto e Filippo Dinacci.

Anche questa volta facciamo totale affidamento alle carte ufficiali, scrivendo dopo aver preso visione dell’ordinanza (che trovate in allegato in fondo all’articolo). Invitiamo pertanto tutti a leggere l’articolo, indubbiamente lungo e complesso, o quanto meno l’ordinanza del Riesame che chiarisce molti aspetti di questa vicenda.

Anch’essa troppe volte usata a sproposito da più parti per i propri tornaconti personali. Come risulta già in queste ore leggendo le dichiarazioni di molti che, cosa del tutto evidente, parlano senza conoscere. O, cosa ancora più grave, parlano nella presunzione di possedere una verità che nella realtà non esiste.

Buona lettura.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2020/01/06/22ex-ilva-domani-il-riesame-decide-sullaltoforno-2/)

LE RAGIONI DELL’ACCOGLIMENTO DELL’ISTANZA DI PROROGA DELLA FACOLTA’ D’USO DELL’ALTOFORNO N.2

Il Tribunale del Riesame non ha condiviso le valutazioni del Giudice monocratico Maccagnano, “nonostante l’indubbia consistenza dell’impianto motivazionale della relativa ordinanza”, ritiene invece fondati “i termini essenziali dell’appello proposto da Ilva in as”.

Secondo il collegio giudciante, Maccagnano “non ha tenuto conto che il termine da ultimo concesso ad Ilva è stato effettivamente sfruttato per adempiere pienamente a quella valutazione del rischio (Prescrizione n.1), già ritenuta dal medesimo Giudice la parte essenziale delle prescrizioni originarie (nel rigetto del 31.7.2019. Il Riesame infatti ricorda come proprio il Giudice monocratico scriveva in merito: “è evidente che il rispetto di tale precetto rappresenta tutt’altro che un vuoto formalismo, bensì il “cuore” del complesso delle prescrizioni originariamente dettate dalla Procura”. Pertanto, “nel valutare l’istanza difensiva, occorreva mettere in risalto che il suddetto elemento era stato acquisito e doveva conseguentemente essergli attribuita altrettanta valenza, ma di segno contrario, molto utile cioè, se non ancora autosufficiente, per l’accoglimento delle richieste di Ilva”.

Più in generale, secondo il Riesame “nell’ordinanza impugnata mancano i riferimenti alla relazione tecnica del Custode del 5.12.2019, nonostante fosse stato il medesimo Giudice a sollecitarla prima di decidere“.

Il Riesame evidenzia come bene abbia fatto il custode giudiziario Barbara Valenzano a distingure l’adempimento della prescrizione (di cui dava atto nella sua relazione) ed il proprio giudizio sui risultati della medesima analisi del rischio (su quali esprimeva alcune riserve, auspicandone una revisione). Fattore non di poco conto: perché per il Riesame “l’adempimento delle prescrizioni originariamente dettate dal Custode rappresenta la condizione per ottenere il dissequestro dell’altoforno, ciò per effetto del giudicato cautelare formatosi sulla concessione del termine ad Ilva perché adempia a quelle prescrizioni; diversamente le valutazioni del medesimo organo ausiliario sugli esiti, soddisfacenti o meno, di quegli adempimenti devono essere prese in considerazione dal Giudice della cautela, unitamente però a tutte le altre valutazioni tecniche (anche di segno contrario) riversate in atti”.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/10/ex-ilva-giudice-nega-proroga-afo-2-ultima-parola-al-riesame/)

Quello che Ilva in AS e ArcelorMittal hanno realizzato sino ad ora

Come vedremo in seguito, la disputa tra le società consulenti di Ilva in AS (ovvero la RSM e la R.i.n.a. spa) e il custode giudiziario sull’analisi di rischio, verte soprattutto su un calcolo matematico in base al quale un evento come quello del giugno 2015 possa ripetersi nell’arco di tot anni.

Inoltre la sollecitazione rivolta ad Ilva per la revisione dell’analisi del rischio non è rimasta inascoltata: nel “commento alla relazione del Custode giudiziaria del 15.12.2019”, R.i.n.a. spa aveva infatti affermato come fosse già in corso la redazione di una versione aggiornata dell’Analisi del rischio, integrata secondo le richieste del Custode giudiziario” evidenzia il Riesame.

Che evidenzia anche come Ilva in AS “ha parzialmente attuato la prescrizione n.5 (relativa all’aggiomamento delle pratiche operative), prima completamente inottemperata”. Inoltre le prescrizioni n.4 e 5, entrambe allo stato “parzialmente attuate” ed entrambe attinenti alle pratiche operative dettate agli operatori dell’altofomo n.2, rientrano nei compiti non di Ilva ma di Arcelor Mittal, in qualità di gestore dell’impianto ex D.lgs 105/2015.

Secondo quanto si legge nella relazione della Valenzano del 15.12.2019, ArcelorMittal ha “comunque dato impulso all’implementazione di specifiche procedure di sicurezza avendo aggiornato ed emesso nuove pratiche operative per una regolamentazione delle attività sul campo di colata, sulla scorta di quanto rappresentato dal Custode giudiziario il 13 novembre 2019”, dunque in epoca recentissima.

Infine Ilva ha commissionato a Rina S.p.a. una consulenza tecnica depositata in data 12.11.2019 secondo la quale la nuova analisi del rischio comporta la conferma delle pratiche operative esistenti, già aggiornate dopo l’infortunio mortale. In particolare a pag.6 della consulenza si evidenzia che il punto 2 della pratica operativa già contiene la seguente fondamentale istruzione: “assicurarsi che lungo la direttrice del [oro di colata non ci sia gersonale e/o materiali e/o mezzi”. Altre pratiche operative ancora relative all’altoforno 2 hanno comunque epoca di aggiornamento recentissima, tra l’agosto 2016 ed l’ottobre 2019.

Per questo il Riesame afferma che “altri elementi soprawenuti, ulteriori rispetto all’adempimento della prescrizione n.1 ed al parziale adempimento della prescrizione n.5, hanno riscontrato la fattiva e “concreta volontà” di Ilva (su cui si confidava nel provvedimento dell’appello cautelare) di adempiere nel più breve tempo possibile alle prescrizioni residue“.

Come l’aver commissionato il progetto ed aver ordinato la realizzazione (pagando circa un terzo del costo) delle opere necessarie per la completa automazione delle operazioni del foro di colata. Sin dalla data del 13.9.2019 (finanche prima dell’ordinanza dell’appello cautelare) Ilva ha commissionato al prezzo di 208.900 euro a Paul Wurth S.p.a. le attività di ispezione presso l’altoforno n.2 e di “completamento della ingegneria concettuale” per l’installazione delle opere automatiche di caricamento della massa a tappare, di caricamento fioretti ed aste con nuova macchina a forare, di prelievo di campioni di ghisa.

In data 20.11.2019 Ilva ha poi versato 3.573.075 euro in favore del medesimo fornitore, pari al 25% della somma di 11.715.000 euro prevista per la fornitura e per il collaudo delle suddette opere di automazione. Ne è prova la copia dell’estratto del conto di Ilva S.p.a. presso Banca Intesa San Paolo.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/12/ex-ilva-arriva-lordine-di-esecuzione-per-spegnere-laltoforno-2/)

La disputa sui logaritmi e l’errata interpretazione del giudice Maccagnano

Come detto, oltre a tutto ciò che può valere sempre fino ad un certo punto, alla base della questione vi sarebbe, per il Riesame, un non corretta valutazione da parte del giudice Maccagnano della consulenza di parte, redatta da RMS in data 12.11.2019. Che consisterebbe nel “non aver contrapposto alla stessa una perizia alternativa, oltre al non aver argomentato l’erroneità dei calcoli di RMS”. Questo avrebbe portato il giudice ad una “non corretta interpretazione delle nozioni di “frequenza”, “probabilità”, “alta possibilità” delle sequenze incidentali prese in esame, con i logaritmi associati a quelle nozioni, con l’effetto di sopravvalutare il rischio della marcia dell’altoforno 2, la cui esatta dimensione poteva essere colta solo in termini matematici, riferiti appunto alla probabilità di verificazione di analoghi incidenti sul lavoro nel tempo a venire”.

Il Collegio cita la nota di RMS del 14.12.2019 (non disponibile per il giudice Maccagnano mentre lo era già i chiarimenti di Rina S.p.a. del 7.12.2019).

Alla luce della “migliore scienza ed esperienza del momento storico” in cui si scrive, il rischio per i lavoratori dell’altofomo 2 deve considerarsi assai ridotto.

Il C.t.r. Puglia (il Comitato Tecnico Regionale, organo deputato ex art. 17 co.3 del D.lgs 105/2015 alla valutazione del Rapporto di sicurezza sui Top event e scenari incidentali, titolare non solo del potere di disporre prescrizioni integrative, ma anche in ipotesi di netta insufficienza delle misure di imporre la limitazione o il divieto di esercizio dell’attività produttiva) aveva espresso parere (con nota 106/2019 del 22 febbraio 2019) validando la stima delle “frequenze di accadimento” dei Top event contenuta nel rapporto del 2017 e limitandosi a prescrivere “il censimento completo delle apparecchiature soggette ad invecchiamento” e la formulazione di un successivo cronoprogramma di implementazione dei sistemi di controllo entro il 9.9.2020.

I consulenti RMS di Ilva hanno quantificato in 6 eventi x10-4 anni (si legga “sei per dieci alla meno quattro”, ossia sei eventi in 10.000 anni) il rischio che, in presenza di un operatore, si verifichi nell’altofomo n.2 una fiammata analoga a quella che uccise Alessandro Morricella (top event 7.7.1), precisando che le conseguenze varierebbero in funzione della posizione assunta dall’operatore, non preventivabile (il calcolo è dunque “affitto da ignoranza”). Vale a dire che i suddetti sei eventi in 10.000 anni potrebbero anche risultare completamente inoffensivi ove l’operatore non stazioni nella ridottissima area (meno di un mq) ove la temperatura raggiunge i 700 gradi (area comunque interdetta dalle vigenti pratiche operative), oppure ove si trovi -pur privo di d.p.i.- nell’area ove la temperatura è di 50 gradi, oppure si trovi nelle aree di temperatura intermedia ma indossi i d.p.i.

Il Custode Barbara Valenzano invece ha stimato in 6×10-3 (ossia 6 eventi in 1000 anni) l’analogo rischio: a pag.5 della relazione del 5.12.2019 ha ritenuto che la stima non dovesse avvalersi della positiva esperienza degli altri altofomi Ilva ove tale evento non si era mai verificato negli ultimi 50 anni, bensi dovesse attenere al solo altoforno n.2, ove si era verificato una volta in 50 anni (dunque per il futuro potrebbe verificarsi 2 volte in 100 anni= 2×10-2).

La stessa Valenzano ha però convenutoin ordine al fatto che la fiammata in questione avrebbe anche potuto risultare completamente inoffensiva per l’operatore ivi presente, a seconda della posizione assunta, dell’utilizzo dei d.p.i. e del rispetto delle pratiche operative“.

“Può dunque concludersi che nel prossimo annosecondo la più pessimistica previsione, quella cioè del Custode – il rischio per un operatore presente a ridosso del foro di colata di essere interessato da una fiammata (non necessariamente lesiva) è pari a 0,006 (moltiplicando per mille volte la cifra di 0,006 si arriva infatti ad annoverare 6 eventi). Aggiunge il Custode che: “tale probabilità sicuramente diminuirà nel futuro quando saranno installate le macchine automatizzate per le operazioni di foratura e tappatura”, quelle cioè per cui Ilva chiede la concessione di termine.

Gli “altri rischi (diversi da quello che ha attinto Alessandro Morrice11a) sono stimati nella consulenza di parte in termini di frequenza pari o minore rispetto a quello indicato sub 7.7.1, né risultano controdeduzioni matematiche del Custode sul punto”.

Il bilanciamento tra la prima cifra (rischio pari a 0,006 nel prossimo anno) e quella derivante con certezza per Ilva S.p.a. dall’anticipazione del fine vita dell’altoforno (algennaio 2020 anziché a fine 2023), cui sommare gli ulteriori danni della perdita di quote di mercato e delle ampie ricadute occupazionali, “può dunque risolversi, allo stato degli atti, in termini favorevoli all’accoglimento dell’istanza di proroga della facoltà d’uso dell’altoforno n.2” secondo il Riesame. Che specifica come “ciò non implica la subordinazione dell’integrità dei lavoratori all’interesse aziendale, ma anzi riconosce alla vita umana un valore superiore di cento volte rispetto alla produzione annuale di Ilva a.s., come può evincersi dal raffronto dei termini matematici innanzi illustrati (il valore attribuito ai due beni antagonisti sarebbe invece equivalente se si autorizzasse la continuazione dell’attività in presenza di una stima di rischio di l evento in 1 anno)“.

Il richiamo alle pronunce della Corte Costituzionale

Il Riesame ricorda che la pronuncia n. 85 del 2013 la Corte Costituzionale “non prevede, infatti, la continuazione pura e semplice dell’attività, alle medesime condizioni che avevano reso necessario l’intervento repressiva dell’autorità giudiziaria, ma impone nuove condizioni, la cui osservanza deve essere contin uamente controllata, con tutte le conseguenze giuridiche previste in generale dalle leggi vigenti per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell’ambiente. Essa è pertanto ispirata alla finalità di attuare un non irragionevole bilanciamento tra i principi della tutela della salute e dell’occupazione, e non al totale annientamento del primo [.]”.

L’intera sentenza della Corte Costituzionale del 2018 n.58, pronunciata proprio in riferimento al sequestro seguito alla morte di Alessandro Morricella, “muove costantemente dal presupposto che la sicurezza sul lavoro sia un interesse bilanciabile (purchè in modo ragionevole) con quello alla produzione industriale“.

Nel dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 3 del decreto-legge 4 luglio 2015 n. 92, la Corte ha affermato infatti: “Per essere tale, il bilanciamento deve essere condotto senza consentire “l’illimitata espansione di uno dei diritti, che diverrebbe tiranno nei confronti delle altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute e protette, che costituiscono, nel loro insieme, espressione della dignità della persona” (sent. n. 85 del 2013). Il bilanciamento deve, perciò, rispondere a criteri di proporzionalità e di ragionevolezza, in modo tale da non consentire né la prevalenza assoluta di uno dei valori coinvolti, né il sacrificio totale di alcuno di loro, in modo che sia sempre garantita una tutela unitaria, sistemica e non frammentata di tutti gli interessi costituzionali implicati (sentenze n. 63 del 2016 e n. 264 del 2012).

Il legislatorenon aveva rispettato l’esigenza di bilanciare in modo ragionevole e proporzionato tutti gli interessi costituzionali rilevanti, incorrendo in un vizio di illegittimità costituzionale per non aver tenuto in adeguata considerazione le esigenze di tutela della salute, sicurezza e incolumità dei lavoratori, a fronte di situazioni che espongono questi ultimi a rischio della stessa vita”.

Le pronunce citate sono utili ai fini dell’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art.85 disp. att. c.p.p. e della relativa corretta applicazione al caso di specie. Può dunque concludersi “(argomentando “a contrario ”rispetto alla pronuncia di incostituzionalità appena citata) che ove il Giudice non rimetta ad Ilva la definizione delle opere necessarie alla messa in sicurezza dell’altoforno, ove affidi tale definizione ad autorità pubbliche (nel caso di specie, il giudicato cautelare rinvia alle prescrizioni dettate dalla Procura), ove imponga tempestività nell’adempimento (riconoscendo solo termini strettamente necessari) e definisca con precisione quali misure debbano essere adottate (l’automazione delle operazioni del campo di colata), stia operando un ragionevole bilanciamento di interessi confliggenti”.

Le tempistiche per attuare tutte le prescrizioni

Ritenuto dunque di prorogare la facoltà d’uso, occorre stabilire l’entità della proroga, tenuto conto che – come osserva il Giudice monocratico – il giudicato cautelare aveva ritenuto di protrarla di soli 84 giorni.

Al riguardo il Collegio rileva “inconfutabili dati tecnici” sopravvenuti tra i mesi di settembre e dicembre.

“Il termine di tre mesi per adempiere alla completa automazione delle operazioni da compiersi a ridosso del campo di colata dell’altoforno non è sufficiente” secondo la stima tecnica del fornitore dei macchinari Paul Wurth S.p.a. risalente all’l 1.11.2019.

Siffatta tempistica, oltre a non essere contraddetta da alcuna altra risultanza né argomentazione, appare attendibile per due ordine di ragioni secondo il Riesame. “Innanzitutto è chiaro che Ilva ha interesse al dissequestro dunque a ridurre i tempi di adempimento delle residue prescrizioni, sicchè non può essere sospettata di avere concertato col fornitore una dilazione dei tempi. In secondo luogo – e questo è l’assorbente dato, sopravvenuto anche all’ordinanza impugnata – il Custode giudiziario nella relazione del 15.12.2019 ha riconosciuto che tali sono i tempi tecnici necessari, affermando soltanto, oltretutto in termini ipotetici, che essi appaiono “leggermente sovrastimati”, senza ulteriori specificazioni“.

Dunque “è pressoché pacifica l’entità del tempo necessario per adempiere alla più importante tra le residue prescrizioni“, ovvero l’installazione di macchinari che, finendo per escludere la presenza umana nei luoghi ove trovò la morte Alessandro Morricellaa, porteranno (in concorso con tutte le altre prescrizioni già adempiute) all’ulteriore riduzione del rischio per i lavoratori dell’altoforno n.2, entro i limiti di legge.

Deve dunque ritenersi “che le prescrizioni originarie della Procura nella parte in cui dividevano le opere di adeguamento in due fasce, quella destinata a scadere dopo 84 giorni e quella dopo 54 giorni, non trattavano della effettiva realizzazione dell’automazione ma solo della sua progettazione“.

Discende che “l’emissione di fattura da parte di Paul Wurt S.p.a. per le opere in questione (che si rileva non sono costruite in serie, ma costruite ad hoc per l’altoforno 2), sottintendendo il progetto di cosa si stia vendendo ad Ilva, vale quale prova dell’adempimento della prescrizione relativa alla progettazione delle opere di automazione“.

Le conclusioni del Riesame

Infine, il Collegio del Riesame osserva quanto segue. Il giudice Maccagnano imponendo lo spegnimento dell’altoforno 2 il 14 dicembre, “presenta una viziata deducazione dalla valorizzazione di rischi trascorsi, che ad oggi sono inesistenti e non devono pesare sull’attuale giudizio di bilanciamento”.

Inoltre “non considera che dal 2015 ad oggi sia accaduto alcun ìnfortunio e che la produzione del sito è stata consentita la produzione di un ente che ex DL n. 207 del 2012 è “di importanza strategica nazionale” e che – come già rilevato nel precedente incidente cautelare – non deve scontare in questa sede il disastro ambientale per cui è imputato in altre procedure“.

Finisce altresi per sortire l’effetto paradossale di dichiarare lo spegnimento di quello tra i tre altoforni attivi che ha subito il più intenso processo di messa in sicurezza e di vanificare -proprio a ridosso del raggiungimento del risultato- l’impegno per la messa in sicurezza dell’altofomo sinora profuso da Ilva in A.S.

Secondo il Riesame inoltre “il limite temporale per attuare le prescrizioni esiste ma deve essere ricercato nell’analisi del caso concreto, dunque aggiornando il giudizio alla documentata progressiva riduzione del rischio ed all’altrettanto documentata irriducibile tempistica dell’automazione delle operazioni inerenti il foro di colata (la quale, come detto, esorbita dal fascio delle scadenze originarie).

Inoltre “alla parte (Ilva in AS) è consentito anche ampliare il petitum rispetto a precedenti giudicati cautelari, purchè sulla base di nuove deduzioni, ed a fortìori rispetto ad istanze rigettate dal Giudice monocratico e non confermate nel merito dal Giudice di appello”.

Per il Riesame quindi non si tratta di concedere indulgenti protrazioni della facoltà d’uso dell’altofomo 2, quanto piuttosto dell’avanzato processo di “resa senza condizioni” di Ilva rispetto alle pretese cautelari della Procura, la quale – non a caso – ha espresso per due volte parere favorevole alla protrazione della facoltà anzidetta“.

L’agognato dissequestro dell’altofomo 2 infatti finisce per dipendere  dall’integrale ossequio alle prescrizioni dettate dall’antagonista processuale di Ilva S.p.a., ossia dalla Procura medesima (tramite il Custode giudiziario)”.

Per le ragioni anzidette, “occorre dunque riconoscere ad Ilva in a.s. i termini richiesti – il cui dies a quo deve essere fissato in data già trascorsa, ossia al 19.11.2019, momento dell’ordine Ilva n.722- per portare a compimento la completa automazione delle operazioni del foro di colata, come da relazione tecnica di Paul Wurth S.p.a. dell’l 1.11.2019, ossia: 9 mesi per il caricatore automatico della massa a tappare nella mat; 10 mesi per il campionatore automatico della ghisa; 14 mesi per il caricatore delle aste della maf e sostituzione della maf“.

Tali “termini dovranno essere rispettati rigorosamente, anche perché proposti dalla stessa parte richiedente, salvo documentati casi di forza maggiore“.

Ilva dovrà inoltre “curare l’applicazione di D.p.i. attivi, entro sei settimane (a decorrere – deve intendersi – dalla data di deposito del dispositivo della presente ordinanza) secondo quanto ella stessa propone con relazione di Rina S.p.a. del novembre 2019 (in atti), nonostante il custode abbia riconosciuto che la prescrizione relativa alla fornitura di D.p.i. sia già stata attuata“.

Si tratta di dispositivi indossabili dagli operatori, preposti ad avvisarli per tempo, mediante segnalazioni acustiche e luminose, di anomalie nel processo produttivo in modo da richiedere l’allontanamento immediato dal campo di colata.

Dovrà inoltre fare quanto in suo potere perché il Gestore dell’impianto, Arcelor Mittal, “curi nel minor tempo possibile l’aggiornamento delle pratiche operative“.

Così come la necessità della “perdurante vigilanza del Custode sull’ottemperanza alle prescrizioni residue e sul rispetto della relativa tempistica, di modo che il Giudice della cautela possa confermare o in ipotesi revocare la facoltà d’uso in commento”.

Pertnato il Riesame “accoglie l’appello nell’interesse di Ilva S.p.a. in A.S. concedendo all’appellante la facoltà d’uso dell’altoforno 2 subordinata all’adempimento delle residue prescrizioni“., in tutto o in parte non attuate, in particolare assegnando i seguenti termini:

ilva-taranto

(leggi tutti gli articoli sull’altoforno 2 https://www.corriereditaranto.it/?s=altoforno+2)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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