Storie: Francesca Cavallo, da Lizzano a Los Angeles per diventare una scrittrice di successo

 

Dopo "Storie della buonanotte per bambine ribelli" è uscito il primo libro scritto da sola "Elfi al quinto piano". La scrittrice lizzanese si racconta a cuore aperto e punta al nuovo decennio per realizzare il sogno di vedere realizzato un film ad Hollywood tratto da una sua storia.
pubblicato il 03 Gennaio 2020, 08:36
10 mins

Partita nel 2012 da un paesino della nostra provincia – Lizzano – per raggiungere la California, Francesca Cavallo, 37 anni, scrittrice, laureata in scienze umanistiche e della comunicazione a Milano e alla scuola d’arte drammatica a Bologna, è riuscita ad ottenere un clamoroso successo editoriale, vendendo  4 milioni di copie nel mondo di cui 800 mila in Italia, con  “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, libro scritto con Elena Favilli e tradotto in 30 lingue, finanziato attraverso il crowndfounding – forma di finanziamento collettivo attraverso la quale nell’aprile 2016 furono chiesti 40 mila dollari per stampare le prime 1000 copie del libro e che dopo meno di un mese di dollari ne furono raccolti 678 mila, grazie a 13 mila sostenitori provenienti da 75 paesi del mondo, stabilendo il record come campagna di raccolta fondi di maggiore successo nella storia dell’editoria, record battuto dal volume 2 che di dollari ne ha raccolti quasi 900 mila.

La strada verso il successo, ottenuto con grande tenacia, lungimiranza e credendo fermamente in se stessa ed in quello che faceva, Francesca l’ha intrapresa all’inizio della scorsa decade partecipando nel 2010 al bando della Regione Puglia, denominato “Principi attivi” e realizzando poco dopo il primo grosso progetto: il festival di immaginazione sostenibile Sferracavalli. Nel 2012 il trasferimento a San Francisco alla ricerca di finanziamenti per Tibuktu Labs, laboratorio di innovazione dei media per l’infanzia ( 2 milioni di utenti in 70 paesi diversi, 12 applicazioni per I Pad create e 8 libri editi). Poi lo spostamento a Los Angeles dal 2016 ed il, già citato, successo con le ”Storie della buonanotte per bambine ribelli”– volume 1 e 2.Francesca non ha dimenticato le sue origini e ha conservato nei confronti di Lizzano un amore così “cieco”….. da portarla a paragonarla addirittura, per certi versi, a Los Angeles, nonostante siano divise da un continente, un oceano e differenti stili di vita: “Una delle ragioni per cui a me piace molto Los Angeles è il tipo di luce che avvolge la città, il colore della luce è molto simile a quello di Lizzano – afferma la scrittrice  – che proprio il 27 dicembre scorso ha ricevuto il caloroso abbraccio dei suoi concittadini nell’affollato incontro organizzato presso la scuola media “Chionna”, la scuola da lei frequentata in quell’adolescenza turbata che successivamente ci racconterà.

“L.A. è una città con case molto basse, diversa da altre metropoli americane; mi piace molto proprio perchè ci sono queste costruzioni che non superano i due piani, come nel mio paese, che fanno filtrare questa particolare luce” – prosegue – “E’ una città meravigliosa ma tendenzialmente rappresenta la più grossa delusione per chi la visita in viaggio di nozze;è una città difficile da scoprire in un viaggio in quanto non ha un centro, sfugge a tutte le categorie di appartenenza. E’ di una bellezza così sfuggente che a me ricorda molto il posto dal quale vengo, ti entra sotto la pelle senza che te ne accorgi”.

La tua sembra la classica storia del giovane che deve andare via dall’Italia per potersi realizzare. E’ così?

“Non proprio, in realtà io non sono andata via da Lizzano perché ero un cervello in fuga, bensì ero un cuore in fuga in quanto, la prima volta, sono arrivata sino a San Francisco al seguito di una donna che amavo; poi è ovvio che nella questione vi sono entrati anche dei fattori lavorativi perché  all’epoca ho cercato dei finanziamenti in Italia per i miei progetti ma non li ho trovati e quindi sono andata a cercarli in California dove sono riuscita a realizzare quello che avevo in mente”.

RappresentI, comunque, un modello di tenacia. Sei stata una persona che non si è fermata alle prime difficoltà. Cosa consigli ai tanti giovani, pieni di speranza, che si ritrovano spesso con un porta sbattuta in faccia?

“Quando trovi una porta chiusa vuol dire che semplicemente non hai ancora trovato una porta che si apre. Bisogna insistere e continuare perché  nel vagare alla ricerca di una porta che si apre, in ogni corridoio dove si gira, si scoprono delle cose nuove. Sii cresce anche con i dinieghi e si capiscono delle cose di sé stessi e del mondo che poi ti aiutano a trovare la porta aperta. Bisogna trovare il modo giusto di vivere la propria passione e cercare di non scaricare la propria frustrazione sugli altri. E’ vero anche che ci vuole una buona dose di fortuna ma se il talento e la passione resistono alle porte chiuse, prima o poi il successo arriva. Mai rinunciare, mai darsi per sconfitti. Per poter realizzare qualcosa di ambizioso e grande, qualcosa in cui credi, occorre mettere in conto di poter anche sbagliare. Bisogna poter provare, agire, sperimentare e sbagliare. Solo stando fermi si ha l’illusione di non sbagliare ma stare fermi è il primo errore, quello più grosso che uno può fare; molto spesso si ha paura di iniziare a fare le cose perché non si vuole restare delusi. L’opzione di non provarci nemmeno non l’ho mai presa in considerazione; se uno non prova a cambiare il contesto nel quale vive che senso ha vivere?”.

La parola ribelle ricorre spesso nei tuoi libri, come mai? A cosa ti sei ribellata?

“Biograficamente per me è stata una necessità. Nella mia adolescenza di ragazza lesbica non avevo modelli di riferimento considerato che vivevo in un paese piccolo; per molto tempo mi sono sentita sbagliata, non riuscivo a capire cosa mi stesse accadendo; la cosa più semplice, come vestirsi per andare ad una festa, per me era diventata quasi un incubo, mi sentivo scomoda. Ribellarmi per me è stato resistere a quella sensazione di scomodità per non rinunciare ad esplorare che cosa era che mi faceva sentire così e ad un certo punto scoprirlo e liberarmi è stato un esercizio di protezione della mia unicità. La ribellione è stata anche necessaria per difendermi da una mentalità disfattista alla quale purtroppo molto spesso siamo esposti noi giovani perché sembra che non valga mai la pena di fare niente ed invece difendere questa voglia di scaricare energia positiva nel mondo intorno a me, fregandomene di come potessero giudicarmi, è stato liberatorio.”

La disobbedienza è uno dei temi che ricorre, invece, nell’ultimo libro, uscito a ridosso del periodo natalizio, “Elfi al quinto piano”, dove c’è una bambina che disobbedisce al mondo degli adulti per trovare il modo di compiere la missione di aiutare Babbo Natale ad impacchettare oltre 230.000 regali……

“Il libro è dedicato ai bambini che disobbediscono agli adulti per cambiare il mondo quindi non è mai una ribellione fine a se stessa ma un invito a problematizzare alcuni insegnamenti che ci vengono passati. Ogni generazione è chiamata a superare le generazioni precedenti e certe volte è più facile per le generazioni precedenti accettare questa cosa, mentre altre volte non lo è, ma il mondo deve proseguire, deve evolversi e gli adulti devono imparare ad essere a proprio agio con una certa dose di disobbedienza perché è la benzina del motore del cambiamento del mondo”.

Si è chiuso un ciclo della tua vita professionale in coincidenza con la chiusura del decennio 2010/2019, quali novità riserverà il futuro?

“Intanto Elfi al quinto piano è il mio primo libro scritto da sola. Ho avuto la grandissima fortuna di riuscire ad esercitare sui lettori il potere della narrazione, non come esercizio puramente intellettuale o narcisistico, ma come una specie di bacchetta magica attraverso la quale creare dei mondi possibili, resi così affascinanti da potervi andare ad abitare con la mente. Questa è la cosa per cui mi alzo ogni giorno. Ho recentemente fondato una nuova società che si chiama Undercats ed il mio obiettivo futuro è di sviluppare nuove storie dalle quali si possano trarre delle serie televisive o dei film. Nel prossimo decennio mi piacerebbe riuscire a sperimentare questo tipo narrazione. Mi affascina l’idea che su una mia storia possa lavorarci un gruppo di persone che, partendo da essa, ne faccia una trasposizione cinematografica. Un film prodotto ad Hollywood tratto da una mia storia, sarebbe bellissimo….”.

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