Nel pantano afghano

 

Ancora una volta la verità non viene fuori. Lo scenario è complesso
pubblicato il 27 Dicembre 2019, 20:43
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Era il 27 dicembre del 1979, 40 anni fa, nel rigido inverno di Kabul i soldati russi discesero la valle di Termez in Uzbekistan per invadere l’Afghanistan. Inizia così la lunga agonia di un popolo senza pace, un pantano geopolitico che dura ancora oggi.
La storia afghana la conosco bene per esserci stato almeno dieci volte dal 1973, quando percorrevo la Via della Seta che porta in estremo oriente, viaggiando con il minibus. Molte avventure passate lungo l’itinerario via terra, chilometri tra popoli diversi in maggioranza pastori nomadi che vivevano con le loro tradizioni lontani anni luce dall’occidente. Ora penso di essere un privilegiato nell’aver conosciuto questi mondi, mondi molto cambiati o distrutti. Alle dogane nel deserto i soldati non mi chiamavano per nome ma ‘italian nomad’, poi mi salutavano chiedendo da dove venivo. Europa, Italia del sud dicevo, con il dito sulla carta geografica indicando la città di Taranto, un puntino vicino al colore blu; loro mi chiedevano il perchè di quel colore, io rispondevo con l’interprete di lingua farsi, che quel colore indicava la distesa del mare. Mi guardavano stupiti e incuriositi, loro non avevano il mare e non l’avevano mai visto. Di quel periodo lontano noi non abbiamo ricordo, allora inizio un’analisi dei fatti che iniziarono dopo l’attentato alle torri gemelle a New York nel settembre del 2001 e dell’argomento che riguarda le prossime elezioni presidenziali americane.

Dal 2001 a oggi, “sono stati schierati in Afghanistan oltre 775.000 militari statunitensi 2.300 di questi sono morti e 20.589 sono rimasti feriti in azione, secondo i dati del Dipartimento della Difesa”. Una recente inchiesta americana rivela l’inutilità della guerra senza fine scatenata in Afghanistan – ma non tiene in debito conto le sofferenze subite dal popolo afghano, che l’America si è incaricata di difendere dai talebani e altre fazioni estremiste. Quanto sta emergendo, comunque ha un valore storico come una pubblicazione del Washington Post sui Pentagon Papers agli Afghanistan Papers e dall’impeachement di Nixon all’impeachement contro Trump.
Trump prova a fare l’accordo con i talebani, conferma che in realtà è fin dalla campagna elettorale per la sua elezione a presidente che Trump batte sull’inutilità di quel conflitto, tanto che sta cercando in tutti i modi di porvi fine. L’ultimo grande tentativo in tal senso è stato fatto nel settembre scorso, quando l’intenso negoziato con i talebani era arrivato in dirittura di arrivo ed è saltato per un attentato imprevisto, ma soprattutto per il contrasto del Consigliere alla Sicurezza nazionale John Bolton, che deve anche a questo ulteriore “niet” il suo allontanamento dalla Casa Bianca.
A fine novembre, però, il rilancio in pompa magna del negoziato: Trump visita a sorpresa l’Afghanistan e annuncia che i “talebani sono pronti a un cessate il fuoco”. Un annuncio, però, che non ha trovato seguito. In realtà, nonostante la generale consapevolezza dell’inutilità di quella guerra, l’idea di siglare la pace con l’ultradecennale nemico non sta passando. A opporsi sono i neocon, per i quali la guerra è ossigeno e vita, ma anche, sottotraccia, tanti democratici, che non vogliono consegnare a Trump una vittoria diplomatica prima delle presidenziali. Peraltro la guerra pone non poche criticità allo sviluppo della Via della Seta cinese, che tanti ambiti americani spingono per contenere.
Ancora una volta la verità non viene fuori, lo scenario è complesso: i talebani sono divisi sul da farsi, la questione del traffico di eroina e oppio grezzo, i minerali strategici, gli idrocarburi, la figura della coalizione oltre 50 paesi che hanno operato con la Nato e il medioevo afghano peggiorato. Sarà il 2020 l’anno della pace afghano? Nessuno lo sa.

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