Ex Ilva, pacco controppacco e contropaccotto

 

Sul siderurgico si sta giocando una partita su più tavoli. Governo e azienda presunti nemici, il futuro di Taranto resti la priorità
pubblicato il 08 Dicembre 2019, 11:13
15 mins

E’ decisamente poco credibile tutta questa messa in scena finale sulla vicenda Ilva. Anche perché il copione redatto dal governo e da ArcelorMittal è fin troppo banale: dopo settimane di riunioni ‘top secret’, si è deciso di mandare in avanscoperta l’azienda a cui è stato affidato il ruolo del personaggio avido e padre padrone e sfruttatore delle masse. Il governo ha invece optato per il ruolo del potente buono, di colui il quale s’impegna strenuamente per difendere insieme l’economia dello Stato i diritti dei più deboli (rappresentati dai sindacati, dai lavoratori, dal popolo, che come nelle tragedie greche rappresentano il coro) e portare il cattivo a più miti consigli, finendo per abbandonare la malvagità e scegliere ancora una volta il bene.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/06/ex-ilva-il-gioco-sulla-pelle-dei-tarantini/)

E’ fin troppo evidente il fatto che siamo in presenza di due interlocutori che stanno cercando la quadra dopo essere venuti meno, in momenti diversi, a quanto si erano promessi appena poco più di un anno fa. E probabilmente entrambi sono consapevoli di essere andati troppo oltre con le minacce e le ritorsioni e adesso hanno entrambi urgente bisogno di trovare una via d’uscita, prima che ci pensi qualcun’altro al posto loro (la magistratura) con risultati tutt’altro che auspicabili e prevedibili.

Nessuno dei due interlocutori vuole perdere troppo. Ed alla fine entrambi diranno di aver vinto. Probabilmente sarà così per i grandi, enormi interessi economici che sono in ballo in questa vicenda da sempre. Lo stesso però difficilmente si potrà dire per gli altri fondamentali interessi che questa storia racchiude inevitabilmente: i lavoratori e i loro diritti, un impatto ambientale e quindi sanitario che nel tempo dovrebbe diventare molto più che accettabile.

Quello che preoccupa e sgomenta, ma non sorprende, è che ci sia molta più logica dalla parte del male presunto, ovvero nell’azienda. ArcelorMittal ha agito con grande furbizia e sempre di rimessa: ha atteso che un governo nato in seno a tutte le sue contraddizioni, mostrasse le prima ambiguità (vedi tragicomica vicenda legislativa sull’esimente penale) e poi ha colpito. Ha atteso che i nodi più ingarbugliati venissero al pettine (vedi vicenda dell’altoforno 2 con il nuovo ennesimo intervento della magistratura) ed ha approfittato dell’ennesimo incidente mortale per far aumentare di tanti zeri le uscite non previste alla firma del contratto (vedi vicenda dello sporgente IV del porto e la conseguente necessità di sborsare milioni di euro in più per il rifornimento delle materie prime), attraverso operazioni che ora sono al vaglio degli inquirenti.

Con una perdita netta di 531 milioni di euro, che arriva a 700 milioni totale e sfiora il miliardo di euro.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/06/ex-ilva-corriereditaranto-it-su-radio-1-intervista-al-nostro-gianmario-leone-3/)

Nel frattempo, mentre avveniva tutto questo, ha iniziato a gestire il siderurgico con i metodi tradizionali di una multinazionale: senza guardare in faccia niente e nessuno, senza dar conto alcuno alle relazioni sindacali, andando a scardinare un sistema complesso come quello dell’ex Ilva (vedi il caos generato con i tanti interessi che da sempre riguardano il mondo delle ditte dell’indotto, dell’appalto, dell’autotrasporto, delle imprese aderenti a Confindustria, dove avviene di tutto e dove spesso anche i più elementari diritti sono stati calpestati a favore delle tasche dei soliti noti).

Che nella sostanza del diritto ArcelorMittal possa avere ragione o meno, non cambia di molto la sostanza dei fatti. E della realtà. Ed anche nella presentazione del ‘nuovo’ piano industriale, la multinazionale ha centrato il bersaglio. Per anni ha sentito parlare e richiedere da più parti un’Ilva più piccola, che producesse molto meno rispetto alla sua capacità produttiva e che inquinasse il meno possibile. Per anni ha sentito parlare di come l’azienda pensasse solo al profitto e a null’altro. Detto, fatto: nel nuovo piano viene abbattuta drasticamente la produzione (da un futuro di 10 o 8 milioni di tonnellate se ne produrranno massimo 6), vengono dismesse almeno due batterie delle cokerie, un’acciaieria, una linea dell’agglomerato, non verrà più riacceso l’altoforno 5, il più grande d’Europa. Di fatto si sono andati a ridimensionare gli impianti più inquinanti riducendoli nel loro impatto ambientale e sanitario.

Apriti cielo. Si grida allo scandalo, al mancato rispetto dell’accordo del 2018, ci si oppone strenuamente ai quasi 5mila esuberi prospettati. Tutto giusto, tutto vero. Eppure qualcuno dovrebbe ricordare che quando la multinazionale presentò la sua offerta di acquisto nel 2017, prevedeva una riduzione del personale pari a 5.740 lavoratori in tutto il gruppo (all’epoca erano in 14.220 e si parlava di un totale finale pari a 8.480). Oggi non siamo molto lontani da quelle cifre.

Quel piano fu respinto al mittente dal governo Gentiloni e dai sindacati, che dopo una trattativa durata 14 mesi riuscirono a strappare alla multinazionale il mantenimento dei livelli occupazionale con zero esuberi, grazie al fatto che oltre 1.800 lavoratori restarono in capo ad Ilva in AS (attraverso criteri di selezione ancora oggi oggetto di centinaia di cause legali presso il tribunale del Lavoro di Taranto). A questi numeri si aggiunsero gli oltre 800 lavoratori che accettarono l’incentivo all’esodo di 77mila euro netti più due anni di NASPI, abbandonando così per sempre la grande fabbrica.

Ed invece, come controproposta, il governo addirittura alza la posta in palio, e parla di una produzione che non dovrà essere inferiore agli 8 milioni di tonnellate. E che al massimo si accetteranno 1.500 esuberi che saranno assorbiti da società controllate dallo Stato (si parla di Saipem, Terna e Fincantieri) attraverso dei progetti a cui starebbe lavorando il governo. Con i sindacati che ovviamente, pur sapendo che le parti in causa cercheranno in tutti i modi un accordo di sintesi tra le due proposte, sono costretti a recitare il solito mantra: “non accetteremo nemmeno un esubero” pur sapendo benissimo che le cose andranno esattamente così.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/12/03/ex-ilva-un-futuro-prossimo-alquanto-oscuro/)

Diamo un po’ di numeri

 

Ricapitolando. ArcelorMittal ha avanzato la sua nuova proposta: sino al 2024 si produrranno 6 milioni di tonnellate, attraverso l’utilzzo di Afo 1 (capacità produttiva massima di 2 milioni di tonnellate di acciaio annue) e Afo 4 (2,5 milioni), sostenuti dall’implementazione di un forno elettrico ad arco EAF (capacità produttiva 1,5 milioni con un costo pari a 230 milioni di euro), con una soluzione ibrida con caricamento di rottame e ghisa liquida e predisposizione a futuro caricamento con DRI (preridotto).

(per i dettagli del piano industriale di Mittal vi rimandiamo a questo articolo che abbiamo pubblicato in anteprima in Italia https://www.corriereditaranto.it/2019/12/04/2ex-ilva-il-nuovo-piano-industriale-di-arcelormittal/)

Controproposta del governo che dovrebbe arrivare domani da parte del MiSE: produzione ad 8 milioni di tonnellate, grazie al revamping dell’altoforno 5 che dovrebbe durare non meno di un anno (3,84 milioni di tonnellate di capacità produttiva), all’utilizzo dell’altoforno 4 (22,5 milioni) e di un forno elttrico (1,5 milioni). Alcuni ipotizzano anche che i forni elettrici possano diventare due.

Questo comporterebbe l’ingresso dello Stato nel capitale sociale di AM InvestCO Italy Spa: con quale quota e con quali strumenti non è ancora chiaro. Si parla di una percentuale che oscillerebbe tra il l15 e il 18%. I nomi sono sempre gli stessi: Cassa Depositi e Prestiti o Invitalia. Entrambe in realtà per statuto non potrebbero accompagnare un’operazione del genere (non a caso si parla di progetti da inserire attraverso le controllate Terna,  Saipem e Fincantieri che dovrebbero assorbire gran parte degli esuberi).

In entrambi i piani industriali, andrebbero comunque aggiunti i costi della costruzione di un impianto che possa produrre il preridotto in casa, dopo i primi due-tre anni in cui è previsto il rifornimento dall’esterno: costo 500 milioni di euro. La soluzione dunque starebbe nell’utilizzo del minerale di ferro preridotto con il gas grazie alla tecnologia detenuta da Danieli e Techint. Il preridotto sarebbe usato per alimentare almeno in parte l’Afo 5 e l’Afo 4 e totalmente o quasi i forni elettrici. Quello che più o meno pensava di fare l’ex commissario straordinario di Ilva, Enrico Bondi.

Altra prospettiva ancora sarebbe quella che vedrebbe in campo l’utilizzo dei forni a gas (sul cui costo di approvvigionamento non esistono al momento cifre o ipotesi di costo di alcun genere) o la possibilità di utilizzare l’idrogeno (secondo esperti del settore non prima del 2026).

Da questo breve quadro d’insieme dovrebbe uscire il nuovo piano industriale dell’ex Ilva. Non è chiaro come si voglia tutelare la salute e l’ambiente portando ad 8 milioni di tonnellate la produzione. Da un lato abbiamo un governo che riapre la procedura di AIA per renderla più stringente, dall’altro si vuole aumentare la produzione. Parlare di contraddizione, anche in questo caso, sembra un eufemismo.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/11/21/22ex-ilva-presunta-guerra-legale-per-unintesa-finale/)

Il futuro, questo sconosciuto

 

Qualora la trattativa dovesse implodere definitivamente, il ritorno tout court della gestione del siderurgico nelle mani dell’amministrazione straordinaria è già cosa fatta. Con le procure di Milano e Taranto che proseguirebbero sulla strada tracciata in queste settimane e la reale possiblità di un conto finale salatissimo, come risarcimento danni, da pagare probabilmente in parti diseguali per entrambi i concorrenti. Ballano tra uno e tre miliardi di euro secondo le stime di chi segue il dossier molto da vicino.

Nel frattempo che si concluda tutto questo teatrino, il futuro di Taranto si staglia all’orizzonte sempre più nebuloso. La riunione del CIS è stata rimandata a gennaio. Che piaccia o meno, in quel contenitore ci sono progetti finanziari per oltre 1 miliardo di euro, che si dovranno realizzare per iniziare a dare comunque respiro ad un futuro economico diverso per il territorio tarantino (dall’ultimazione dei lavori al porto alle bonifiche, al nuovo ospedale San Cataldo al momento bloccato dal Tar, all’Arsenale e tanto altro). Si vocifera di un ‘Cantiere Taranto‘ che non è chiaro cosa debba essere e contenere, temendo un doppione del CIS (che ha addirittura rispolverato i progetti della retroportualità mai realizzati del Distripark e di Agromed). Idem dicasi per un eventuale ‘Decreto Taranto’.

Purtroppo manca ancora un fare sistema che adesso possa implementare l’uso del porto con l’aeroporto di Grottaglie, che al momento la Regione vede solo come centro per l’aerospazio. Potrebbe e dovrebbe essere utilizzato come cargo in simbiosi con il porto. Perché di voli civili non ne vedremo per ora, inutile far finta di non capirlo: Bari e Brindisi non permetteranno mai perdita di forza lavoro. Si potrebbe provare con nuove tratte, questo sì. Ma quante?

Così come manca ancora il giusto risalto e ruolo alla nostra filiera agroalimentare, che già oggi da lavoro a migliaia di persone, che potrebbe diventare un nuovo volano per l’economia provinciale, viste le sue eccellenze. Servirebbe sviluppare un vero marchio, un brand che possa renderla conoscibile e riconoscibile ovunque. Stessa operazione andrebbe realizzata nel comparto del turismo. Altrimenti rischia di restare per sempre un miraggio. In questo senso, l’esempio del MarTA è illuminante da quanto è gestito dalla direttrice Eva Degli Innocenti: ma non può e non deve restare un caso isolato.

Servono persone esperte, competenti, con la voglia di cimentarsi in un progetto d’insieme realmente fattibile e disegnato su misura sulla città di Taranto. Per livellare verso l’alto le condizioni sociali ed economiche di una città e una provincia ancora troppo in difficoltà e in ritardo su tanti aspetti. Per migliorare la vita di tutti, non solo di una parte del tutto.

(leggi gli articoli sul CIS https://www.corriereditaranto.it/?s=cis)

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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