Storie: l’ultimo mecenate di Taranto

 

Il cavalier Valentino Gennarini, 91 anni, rappresenta l'ultimo esempio di mecenatismo nella nostra città. Un uomo dall'alto senso dello stato che ha trascorso buona parte della sua vita a coltivare il bene comune. "Senza un'alternativa reale e concreta questa città resterà economicamente aggrappata all'ex Ilva", questo il suo pensiero sull'attuale delicato momento vissuto da Taranto
pubblicato il 08 Dicembre 2019, 09:40
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Sono gli uomini che fanno i tempi e non il contrario”, questa è la frase che più è rimasta in mente della chiacchierata fatta con l’ultimo mecenate di Taranto, Valentino Gennarini, 91 anni, imprenditore del settore marittimo con l’omonima agenzia che fu fondata ai primi del novecento dal padre Carlo e che diventò successivamente una delle più importanti del Sud Italia e che ora è guidata, in questo perdurante difficile momento economico, da suo figlio Maurizio.

Un uomo d’altri tempi come forse non ce ne sono più: saggio, lucido, realista, innamorato della sua città, un uomo che nella sua vita ha aiutato tanta gente (ad esempio un bambino che aveva bisogno di una costosa operazione agli occhi che doveva affrontare andando a Houston negli Stati Uniti) e che è stato finanziatore spontaneo di tante iniziative in grado di esaltare quello che per lui è un fondamento importante della società ossia il bene comune (la fontana dei Giardini Virgilio, il corso universitario di diritto della navigazione, la statua di Erasmo Iacovone e tante altre).

Vedendolo parlare, ricordare, argomentare con grande fermezza di questa Taranto, bella e maledetta, ricorda un po’, anche nella fisionomia, Sandro Pertini, uno dei più amati presidenti della Repubblica Italiana trovando in comune il culto del senso dello stato e la partigianeria. Pertini è stato un partigiano attivo, Gennarini con i partigiani ci ha avuto a che fare perché da ragazzino, durante la seconda guerra mondiale, fu sfollato in un paesino in Liguria, sulle cui montagne si erano rifugiati alcuni partigiani della Brigata Garibaldi ai quali di nascosto portava, assieme ad altri ragazzini ,acqua e viveri. E’, inoltre, iscritto all’Associazione Nazionale Partigiani Italiani della quale con fierezza porta sempre una spilla sulla giacca.

Il cavalier Gennarini ci ha parlato con un pizzico di rabbia mista ad emozione della sua attività legata a filo doppio con quella del siderurgico: dal boom dell’Italsider alla crisi della successiva privatizzazione con l’arrivo dei Riva.“Negli anni ottanta gestivamo come agenzia marittima un traffico di circa 1000 navi l’anno, ad oggi siamo vertiginosamente scesi ad una ventina”- racconta con amarezza –“La mia azienda è in perdita da anni ossia da quando lo stabilimento passò nelle mani di Riva che si portò da Savona una società che svolgeva la nostra stessa attività di agenzia marittima togliendoci in pratica quasi tutto il lavoro. Posso dire che Riva mi ha rovinato ma non ho mai voluto licenziare alcun mio dipendente, anzi collaboratore perché io li considero tali, non mi piace la parola dipendente, quel dipendere da qualcosa o qualcuno non mi piace affatto”.   

Ci dica la sua, Taranto può avere un’alternativa all’industria siderurgica?

“La nostra città allo stato attuale non può prescindere dallo stabilimento ex Ilva. A Taranto oltre al siderurgico non c’è niente altro, purtroppo. Si parla di alternative a destra e a manca ma io di concreto non vedo nulla e sin quando non c’è qualcosa di realmente realizzabile purtroppo siamo condannati a restare aggrappati al siderurgico. La nostra è sempre stata una città con una vocazione navalmeccanica. Le alternative erano rappresentate dall’Arsenale e dai Cantieri Navali, che erano dei fiori all’occhiello ma che non si è riusciti a preservare dai momenti di crisi.

Il traffico commerciale e le navi passeggere movimenteranno ben poco: l’import-export è già suddiviso su più porti mentre le crociere per Taranto sono solo un punto di passaggio, i crocieristi stazionano solo alcune ore da noi, non siamo un porto capolinea come Venezia o Bari.

Chiunque sia venuto da noi negli ultimi trent’anni lo ha fatto per prendere e portare via lasciandoci soltanto le briciole. Ricordate gli investimenti di Miroglio o Marcegaglia? Che fine hanno fatto? Sono andati via…

La cruda realtà è che senza un’alternativa al siderurgico reale, concreta, realizzabile in pochi anni, Taranto è destinata economicamente a impoverirsi sempre di più; anche il porto è stato costruito in modo funzionale all’Ilva, basti pensare ad esempio al quarto sporgente che ha un tirante di acqua di 25 metri che non ha nessuno nel mar Mediterraneo ma che è stato costruito in base alle esigenze dell’Ilva e quindi l’attività portuale è destinata a ridimensionarsi ulteriormente.

 Dunque non c’è speranza per questa città?

“Non bisogna mai perdere la speranza, ma bisogna darsi da fare, le cose non piovono dal cielo.  Mi piacerebbe vedere una Taranto più vivibile, una Taranto che sia in grado, ad esempio, di riqualificare con maggiore impegno la città vecchia, che io adoro e che rappresenta la storia ed il cuore di Taranto e merita di essere valorizzata ancora di più, con maggiori interventi economici”.

Ha mai pensato di fare politica?

“No, mai. Ho sempre voluto essere libero da condizionamenti e non scendere mai a compromessi e tutto questo la politica non te lo permette. In un paio di occasioni mi è stato offerto di ricoprire l’incarico di presidente dell’Autorità Portuale con il consenso trasversale sia della destra che della sinistra ma ho cortesemente rifiutato perché avrei avuto a che fare con un conflitto di interessi, data la mia attività. Non ne sono pentito”.

Cosa pensa del sindaco Melucci che tra l’altro proviene dal suo settore?

“Non è facile fare il sindaco di Taranto. Forse dovrebbe stare di più in mezzo alla gente. I cittadini della nostra città hanno bisogno di esporre i propri problemi, di essere rassicurati, hanno bisogno della presenza per le strade dei propri rappresentanti istituzionali”.

Lei è un gran tifoso del Taranto, concorda sul fatto che la squadra di calcio spesso è lo specchio del momento vissuto dalla città che rappresenta?

“Credo proprio di si. Stiamo vivendo anni di sofferenza con scarsi risultati sportivi rilevanti. Non si riesce ad emergere dai dilettanti e sinora non ho visto nessuno capace di stilare un progetto serio per la squadra di calcio; serve gente che investa ingenti somme di denaro, inutile girarci attorno e in questo momento non vedo nessuno con queste caratteristiche.Allo stadio non ci vado più come prima, soffro troppo. Ho scoperto il calcio tardivamente e per caso. Sino a circa 25 anni fa non ero un appassionato. Poi gli amici del Bar Cubana mi coinvolsero in queste riunioni che facevano all’interno della loro sede, mi invitarono al campo, finii con l’appassionarmi. Sentivo parlare sempre di questo Iacovone, era sempre presente in tutti i discorsi ma io non avevo mai visto partite del Taranto né conoscevo bene la storia di questo giocatore simbolo divenuto mito. Ad un certo punto dissi: e facciamogliela una statua a sto Iacovone…..Con grande piacere ho donato la statua in bronzo presente davanti alla curva nord dello stadio, un’opera molto somigliante al compianto giocatore, che però non mi piace sia chiusa in quella specie di gabbia che ha intorno. Non ha senso tenere ingabbiata quella statua, tanto se qualcuno vuole compiere degli atti vandalici può tranquillamente scavalcare. In tal senso ho scritto all’amministrazione comunale aggiungendo che sarebbe bello metterci un faretto sopra in modo che possa essere visibile da lontano anche di notte”.

Un ultima domanda, come le piacerebbe essere ricordato?

“Come un uomo che è stato sempre rispettoso della legalità, che ha avuto un gran senso dello Stato, una persona che ha pensato al bene comune che ritengo debba essere uno dei principi fondanti della nostra società; bisogna condividere la ricchezza, le cose belle, le buone idee con gli altri, invece in giro vedo tanto individualismo. Prenda ad esempio i tarantini, troppo ripiegati su se stessi per mentalità: questa cosa non l’ho fatta io? Allora non serve, non va bene.”

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