Ex Ilva, un futuro prossimo alquanto oscuro

 

Quello che potrebbe realmente avvenire per il siderurgico, i lavoratori, la città nei prossimi mesi
pubblicato il 03 Dicembre 2019, 20:14
15 mins

Improvvisamente sulla vicenda dell’ex Ilva è tornato il silenzio. La qualcosa non ci sconvolge affatto, tutt’altro: è così da tantissimi anni oramai. Ogni qual volta il problema riemerge all’improvviso in tutta la sua complessità e drammaticità, con altrettanta velocità ritorna ad immergersi nel limbo dal quale era temporaneamente emerso. E’ uno schema fisso che dura almeno dal 2012: tutti entrano in scena, politici, azienda, sindacati, procure, mass media, associazioni, comitati, singoli cittadini, ognuno con il suo credo, il suo retropensiero, la sua soluzione, la sua verità. Un ginepraio lontano anni luce dalla realtà vera e dalla possibilità, anche solo remota, di trovare una soluzione credibile ad un problema enormemente complesso.

Ciò detto, è chiaro che il momento è alquanto delicato e il silenzio di cui sopra è soltanto apparente. Lo dimostrano le parole del premier Conte di ieri su un prossimo ‘decreto Taranto‘. E la convocazione per domani dei sindacati domani a Roma al MiSE ne è l’ennesima conferma.

Si lavora sottotraccia per un’intesa difficile

 

Le riunioni tecniche si susseguono settimanalmente (ieri al MiSE a Roma era previsto un incontro con l’ad Morselli), per cercare la quadra di quello che dovrebbe essere, eventualmente, un nuovo accordo tra lo Stato italiano e la multinazionale anglo-indiana ArcelorMittal. Intesa che dovrebbe evitare che la questione venga risolta, tra anni, dalla magistratura dopo l’atto di citazione presentato dall’azienda presso il tribunale di Milano, che ha scatenato la controffensiva dei commissari straordinari dell’ex Ilva, ovvero dello Stato, presso la procura meneghina e quella di Taranto. Con la possibilità che il contenzioso si risolva con risarcimenti miliardari: a danno e a vantaggio di chi lo si vedrà soltanto nel tempo.

Quello che ancora oggi nessuno ha però il coraggio di dire, è che l‘eventuale nuova intesa tra i due contendenti, finirà per stravolgere radicalmente quanto faticosamente sottoscritto con l’accordo del 6 settembre 2018. E che questo nuovo accordo sarà, come abbiamo scritto in tempi non sospetti, sicuramente al ribasso: sotto tanti punti di vista.

Senza partecipare al gioco delle ipotesi e delle previsioni tanto caro ai tuttologi sparsi un po’ ovunque, stiamo ai fatti ed alla più stringente realtà.

Che l’accordo del 2018 non stia più in piedi, prima ancora che la vicenda sull’esimente penale, lo dice l’attuale situazione impiantistica del siderurigico: l’affitto del siderurgico tarantino prevedeva infatti che ArcelorMittal potesse utilizzare da qui al 2023, l’attività di tre altiforni che avrebbero dovuto garantire una produzione annua di 6 milioni di tonnellate. Obiettivo che non sarà raggiunto, non solo per “colpa” della crisi del mercato dell’acciaio e dei dazi americani, ma anche a causa del rallentamento dell’altoforno 2 (a causa dell’iniziativa della Procura di Taranto che ne ha richiesto lo spegnimento lo scorso luglio) e dello stop totale del IV sporgente del porto di Taranto, fondamentale per lo scarico delle materie prime utili all’approvvigionamento dei parchi minerali e dell’attività produttiva dell’ex Ilva (che attualmente avviene tramite lo sporgente II, la banchina pubblica del Molo Polisettoriale con Italcave e una ditta presso il porto di Brindisi).

Entrambi eventi, come tutti ben sanno, non ascrivibili ad ArcelorMittal. In aggiunta a questi due eventi, la vicenda dell’esimente penale e il riesame dell’AIA, hanno finito per stravolgere il quadro d’insieme dell’intera vicenda. Che poi la multinazionale anglo-indiana ci abbia marciato sopra, finendo per nascondere dietro questo eventi una situazione molto complessa anche a livello di conduzione industriale, è un dato di fatto altrettanto oggettivo.

Questo quadro d’insieme, che comprende un bilancio di esercizio ad oggi drammatico per un passivo di oltre 700 milioni di euro, rende chiara l’idea di come il punto di non ritorno per il siderurgico tarantino sia stato da tempo abbondantemente superato. Del resto, il ministro Patuanelli è stato costretto ad ammettere che sapeva delle intenzioni di ArcelorMittal in merito ai 5mila esuberi già dallo scorso 12 settembre.

L’ad Morselli, nella sua lettera di accompagnamento all’atto di citazione, faceva risalire i primi carteggi con il governo addirittura allo scorso maggio, ben un mese prima della prima messa in cassa integrazione per oltre 1.300 lavoratori (che si aggiungono agli altri 1.660 in cig confinati in Ilva in AS). Cosa abbiano fatto i governi Conte 1 e Conte 2, è sotto gli occhi di tutti. Hanno fornito un alibi incredibile all’azienda attraverso la sceneggiata sull’esimente penale, non informando nemmeno i sindacati di quanto stesse accadendo e di quali fossero le imminenti intenzioni dell’azienda. Anch’essa profondamente carente per quanto concerne la gestione delle relazioni sindacali. Oltre ad essersi fermata per quanto concerne la gestione manutentiva del sito, a scapito dei tanti incontri e delle intese raggiunte quest’estate con i sindacati.

La revisione del contratto del 2018 e un piano industriale da rifare

 

Le previsioni più realistiche portano direttamente ad una revisione integrale dell’accordo del 2018. Inutile nasconderselo. A prescindere dalla possibilità di reinserire o meno l’esimente penale, si ridiscuterà il prezzo di affitto degli impianti, e soprattutto il futuro degli stessi. Sull’altoforno 2 pende la spada di Damocle della Procura di Taranto e dell’ennesima valutazione che darà il custode giudiziario Barbara Valenzano giovedì 5 dicembre. Dopo di che toccherà al giudice monocratico Maccagnano esprimersi sulla richiesta di proroga dei lavori previsti avanzata dai commissari straordinari, che chiedono tra i 12 e i 14 mesi per operare. Qualora arrivasse l’ennesimo niet, ci si rivolgerà nuovamente al Riesame. Qualora l’impianto restasse acceso, sarà comunque utilizzato a mezzo servizio.

Restano gli altri due, Afo 1 e Afo 4, con quest’ultimo che si dovrà fermare per un paio di mesi per lavori di manutenzione. Entrambi, insieme ad Afo2 il cui spegnimento è previsto entro il 2023, hanno ancora tra i 5 e gli 8 anni di vita. Resta all’orizzonte il mastodontico Afo 5, spento da un paio di anni, che ha bisogno di almeno altri due anni di lavori per tornare in funzione. Da solo contribuisce al 45% della produzione dell’intero siderurgico. E’ chiaro quindi che il piano industriale andrà interamente riscritto e rivisto.

Si potrebbe dunque rispolverare in parte il piano Bondi, commissario straordinario dell’Ilva nel 2013. Una delle ipotesi per il sito di Taranto era quello di avviare un ciclo ibrido con Afo4 e Afo5 affiancato a preriduttori, un sistema che attutiva rischi. In primis si poteva utilizzare i Dri al posto del rottame in convertitore, e l’affiancamento di due forni elettrici per 2,5 milioni di tonnellate. L’impianto di oggi Ilva, da molti tecnici del settore, è ancora considerato  “ottimo ma anacronistico”: serve ammodernarlo, e renderlo maggiormente flessibile grazie al forno elettrico, che ha la capacità di poter seguire in maniera più puntuale l’andamento della domanda.

Per non parlare della situazione degli sporgenti al porto. Nei giorni scorsi si sono rivisti i tecnici dello Spesal e dell’ARPA Puglia. Potrebbe essere infatti dissequestrato lo sporgente IV, il che consentirebbe di poter operare i lavori necessari alle gru e provare a farle ripartire. Ma siamo ancora nel campo delle ipotesi.

Sarà cambiato anche il Piano Ambientale

 

A ruota bisognerà rimettere mani al piano ambientale. Si continua a parlare da tempo di inserire nel processo produttivo ‘innovazioni tecnologiche’ per abbattere l’impatto ambientale delle emissioni degli impianti più inquinanti. In primis le cokerie che fanno un grande uso di coke. Ciò potrebbe portare all’implementazione, nel processo produttivo, di almeno un forno elettrico da alimentare a gas. Che avrebbe un costo tra i 200 e i 300 milioni di euro e potrebbe garantire una produzione di al massimo un paio di milioni di tonnellate d’acciaio. Al resto dovrebbe comunque pensarci il ciclo integrale. Seppur in maniera ridotta. Certo chiudere parte delle batterie delle cokerie sarebbe importantissimo da un punto di vista ambientale e quindi sanitario. Così come eliminare eventualmente tre altiforni in un colpo solo lasciando in piedi soltanto il quinto. A ruota, verrebbero meno anche una delle due acciaierie e probabilmente una linea dell’agglomerato. Allo stesso tempo è chiaro che sull’utilizzo del gas bisognerà capire chi lo fornirà e a quale prezzo. Così come bisognerà valutarne l’impatto ambientale.

Su tutto questo si sta ragionando in queste settimane. In particolar modo bisognerà capire chi metterà le risorse e chi parteciperà ed in che modo a queste innovazioni eventuali. E soprattutto se il limite temporale del 2023 sia ad oggi realmente rispettabile. Il tutto senza ignorare quello che sarà il responso finale del riesame dell’AIA.

Sindacati e lavoratori nel solito limbo

 

In mezzo, restano i sindacati e i lavoratori. Che ovviamente dal canto loro chiedono il rispetto dell’accordo del 2018 e nessun esubero. Sanno bene che non sarà così. Non saranno i 5mila chiesti da Mittal al governo, ma probabilmente supereranno le 2mila unità. Del resto, già l’accordo del 2018 fu tirato per i capelli dopo un anno di incontri. Ciò nonostante rimasero in Ilva in AS in oltre 1660, con criteri che ancora oggi sono molto discussi e oggetto di varie cause legali.

Ma anche su questo fronte il Governo ha già chiarito che interverrà tramite la legge di Bilancio. Ci sarà un fondo destinato ai lavoratori Ilva per attutire le migliaia di lavoratori che resteranno o andranno in cassa integrazione. Così come si sta lavorando ad un scivolo per il prepensionamento, magari capendo come sfruttare la legge sull’amianto. Infine, nel contratto del 2018 è prevista la possibilità di portare sino a 150mila euro lordi l’incentivo all’esodo in caso di crisi dell’azienda.

Questo, ammesso e non concesso si trovasse un accordo.

Una realtà lontana dal sentirsi comunità

 

E’ chiaro dunque, come i due principali interlocutori di questa vicenda infinita, ovvero Governo e azienda, non siano di fatto più credibili. E giocheranno ognuno a scapito dell’altro cercando di portare a casa il miglior risultato possibile, subendo il minor danno possibile per la loro immagine e le loro risorse finanziarie. In mezzo, come sempre e da sempre, migliaia di lavoratori tra Taranto, la sua provincia, e l’Italia intera. Centinaia di aziende che vivono solo e soltanto di Ilva da decenni, qui e in tutto lo Stivale. E migliaia di cittadini che ancora oggi non hanno un’idea chiara di ciò che sarà. Delle loro vite intrinsecamente legate all’inquinamento industriale del passato, del presente e di quello futuro ipotizzato e presunto, a seconda del fatto se la grande fabbrica resterà in piedi oppure chiuderà definitivamente i battenti.

Un caos totale, dove di certo non aiuta una classe politica (locale e regionale, oltre che nazionale) assolutamente impreparata, una classe dirigente inesistente, una classe intellettuale che lucra sulla vicenda in maniera ignobile, ed una società civile sempre più frammentata e poco numerosa, dove non si capisce più chi sta con chi e cosa esattamente propone.

Anni ed anni persi, in cui si è scientificamente negato un approccio serio, documentato, credibile al problema. Con la possibilità di costruire dal basso e in maniera partecipativa un Piano B che fosse in grado, negli anni, di rincorrere prima, affiancare poi e superare eventualmente un domani un sistema economico che comunque è destinato a concludersi.

Qualunque intervento positivo, seppur lento nella sua attuazione anche per colpa della burocrazia di questo paese, viene dipinto come inutile. O peggio ancora inesistente. Come ad esempio i lavori al porto, le bonifiche previste dal commissario Corbelli, i tanti progetti del CIS. O il lavoro della ASL nei controlli delle aziende del territorio o del registro tumori (che in molti sono convinti non esista).

Si è fatto di tutto un’erba un fascio. Si è lasciata passare una narrazione del problema spesso e volentieri artificiosa ed anche su toni da bar dello sport. La competenza, l’approfondimento, i documenti, i ragionamenti, il rispetto dell’altro, le soluzioni complesse, sono state derubricate a mera retorica. E ascritte a presunti nemici della città e venduti ai poteri forti. E’ stata sovvertita la realtà, riscritta la Storia di questa città. Con il rischio concreto di finire tutti capovolti in un abisso dal quale sarà difficile salvarci.

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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