Ex Ilva, Procura Milano: recesso per crisi finanziaria

 

Nel documento dell tribunale meneghino costituitosi nella causa civile accanto ai commissari straordinari le dichiarazioni dei manager
pubblicato il 22 Novembre 2019, 23:12
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Una crisi finanziaria drammatica che ha travolto ArcelorMittal e stravolto i piani iniziali della multinazionale, tanto da portare i vertici a chiedere il recesso del contratto. La sospensione delle tutele legali sarebbe dunque un problema secondario, se non pretestuoso. Sono queste le conclusioni a cui è arrivata la procura di Milano che si leggono nel documento di dieci pagine, con il quale hanno notificato la costituzione nel procedimento civile dinanzi al giudice Claudio Marangoni, che dovrà valutare l’istanza presentata dalla multinazionale. 

Nel documento che porta la firma del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e dai sostituti Stefano Civardi e Mauro Clerici, sono riportati ampi stralci degli interrogatori di questi ultimi giorni a cui sono stati sottoposti i dirigenti dell’azienda. Che raccontano come la crisi dell’ex Ilva abbia sì origini lontane, ma che la gestione di ArcelorMittal che sperava di raggiungere risultati migliori, nella realtà dei fatti ha portato a perdite economiche inesorabili.

Le testimonianze raccolte dai pm di Milano, descrivono un gruppo in profonda crisi finanziaria: “Il primo trimestre non è andato bene, il secondo doveva segnare il pareggio ed è andato peggio del primo, per motivi di contingenza di mercato, ma anche di risultati operativi in termini di qualità e di volumi”, avrebbe dichiarato un manager pochi giorni fa. “Il terzo trimestre è stato peggiore del secondo e a detta di Jehl dovevamo recuperare 140 milioni, con taglio del personale con la cig. Il quarto trimestre sarà difficilissimo perché a seguito del piano di fermata è tutto fermo, abbiamo disdettato gli ordini dei clienti” si legge nel documento della Procura. 

Il problema centrale è da ricondurre alla fase di produzione. “Parliamo di costi globali che non garantivano marginalità, anzi il trend di perdita appariva inesorabile. In varie riunioni l’ex ad Jehl dispose di ridurre i costi della manodopera (riducendo lo straordinario). I manager stranieri erano molto critici sulla gestione, in quanto ritenevano che i costi industriali fissi (manodopera, manutenzione) e variabili (materie prime) fossero molto alti”. Con riferimento al personale, nella riunione di giugno-luglio, “i manager esteri chiesero espressamente di ricorrere allo strumento della cigo per 1300 persone, perché si stava delineando da qualche mese una evoluzione del mercato sfavorevole”. Ma tutto questo non è bastato tanto che “in più riunioni tenute da settembre ad oggi sia Jehl, sia il nuovo ad Morselli, hanno dichiarato che la società aveva esaurito la finanza dedicata all’operazione”. A sostegno di ciò quanto dichiarato lo scorso 15 novembre al Mise, alla presenza del ministro Patuanelli, dall’ad che parlò “non di crisi di finanza ma di disastrosa crisi economica”.

Altro tasto dolente, il rifornimento delle materie prime. Che ha subito un rallentamento inesorabile dopo il sequestro del IV sporgente del porto di Taranto, dopo l’incidente che costò la vita all’operaio Cosimo Massaro. Prima dell’incidente, solo al IV sporgente si scaricavano tre le 80 e le 90mila tonnellate al giorno. Dopo l’incidente, con una sola macchina al II sporgente, lo scarico appaltato all’Italcave al Molo Polisettoriale e quello nel porto di Brindisi (da un paio di settimane fermatosi) se ne scaricano al massimo 30mila. “I manager esteri sostenevano che per l’attuale marcia degli impianti , la qualità delle materie prime fosse troppo alta e che occorresse utilizzarne di qualità inferiore per abbattere i costi” si legge nelle testimonianze raccolte dai pm. A quel punto è arrivata la decisione di mollare: “il piano prevedeva di lasciare una scorta minima di materie prime solo per un altoforno per un mese”, ha dichiarato un altro dirigente. E nonostante la sospensione del piano di fermatal’azienda non ha tutto quello che serve per proseguire l’attività in quanto l’approvvigionamento delle materie prime è stato cancellato”. Al momento infatti, il piano di arrivo delle navi con il minerale utile ad alimentare l’area a caldo, è calendarizzato sino al prossimo 5 dicembre, ovvero l’ultimo giorno di permanenza della multinazionale a Taranto secondo gli annunci di ArcelorMittal. L’ad Morselliha dichiarato in un incontro ai primi di novembre con dirigenti e quadri che erano stati fermati gli ordini, cessando di vendere ai clienti” ha dichiarato un altro dirigente. 

Steve Wampach, CEO di ArcelorMittal Italia, ha dichiarato ai pm: “Stiamo pagando, ma con ritardo. Ad oggi abbiamo circa 130 milioni bloccati, ma, tra gli altri, ci sono anche problemi nella regolarità della documentazione dei fornitori. L’Ebitda segna 580 milioni di perdita, ammortamenti per ulteriori 70 milioni e per interessi altri 50. Come previsione abbiamo circa 700 milioni di perdita per il 2019”. In tutto questo emerge anche un altro aspetto, confermato da un dirigente dell’Ilva in amministrazione straordinaria, ovvero che in merito al canone di affitto trimestrale anticipato per ratei di 45 milioni di euro, l’ultima scadenza del 5 novembre non è stata onorata e ciò avrebbe portato i commissari ad iniziare il processo di escussione della garanzia. 

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