Ex Ilva, scontro totale governo, sindacati e azienda

 

L'ad Morselli gela governo e sindacati. Che annunciano atti di insubordinazione per evitare la fermata degli impianti
pubblicato il 15 Novembre 2019, 23:03
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E’ scontro totale tra governo, sindacati e ArcelorMittal sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. E il vertice svoltosi nel pomeriggio al MiSE non ha fatto altro che acuire se possibile le distanze tra le parti. Una giornata che ha visto da un lato la discesa in campo della Procura di Milano che ha aperto un’inchiesta sull’intera vicenda, e dall’altro la deposizione del ricorso d’urgenza ex art. 700 da parte dei commissari straordinari di Ilva in AS contro l’atto di citazione della multinazionale in cui annuncia il recesso dal contratto di affitto dei rami d’azienda. In mattinata il tutto era stato preceduto dalla comunicazione ufficiale di ArcelorMittal, con il programma di fermata e spegnimento impianti sino al prossimo mese di gennaio.

Una delle condizioni che era considerata essenziale, quando abbiamo firmato il contratto d’affitto, era l’immunità penale. Un’altra condizione era lo stato degli impianti che non era quello che ci era stato prospettato“. Così l’ad ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, si è espressa nel corso dell’incontro al Mise con Fim Fiom e Uilm. Con il venir meno dello scudo penale per “è stato rotto il concetto base del piano risanamento dell’ex Ilva“, sottolinea l’ad. Sono venuti meno i presupposti di un un piano “che diceva: ci piacerebbe avere la bacchetta magica ma non l’abbiamo, allora bisogna andare al 2023, quando l’area a caldo sarà accettabile, nel frattempo creiamo le condizioni per arrivarci e una delle condizioni era dare la protezione a chi ci lavora“. “ArcelorMittal ha deciso di andarsene. Il recesso è in corso” ha dichiarato in maniera diretta e sibillina con il suo stile inconfondibile la Morselli, ribadendo ancora una volta la volontà della multinazionale chiudendo l’incontro con Fim Fiom e Uilm che ha avviato ufficialmente la cessione di ramo d’azienda degli impianti dell’ex gruppo Ilva.

Il contratto è un atto formale, legale. E quello che ci ha portato a ritenere che il contratto potesse essere terminato il fatto che non sia stati rispettati i termini del contratto stesso dal punto di vista legale. E i termini principali la possibilità di lavorare nell’area a caldo e fare delle migliorie sotto il profilo ambientale in una situazione di protezione degli aspetti criminali che c’era e ora non c’è più“, ha ancora argomentato la Morselli. “Noi riteniamo che ci siano le condizioni legali per il recesso. Secondo noi il contratto legalmente può essere sciolto e stiamo agendo in coerenza con questa condizione” ha detto ancora più chiaramente. Così l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli ai sindacati nel corso dell’incontro al Mise, da fonti sindacali.

L’area a caldo sta migliorando e il piano ambientale è rispettato nei suoi termini e non accetto il fatto che sia stato detto che il piano ambientale non è stato eseguito: è invece assolutamente rispettoso dei tempi previsti” ha poi ribadito. “L’area a caldo non è ancora nelle condizioni ottimali sotto il profilo ambientale. Ma questo fino a qualche settimana fa, non era un crimine, oggi lo è. Non è una cosa di poco conto“, ha detto ancora.

Sull’Afo 2, inoltre, tutto quello che era stato chiesto dalla magistratura circa interventi di miglioramento, non è stato fatto niente“, affonda ancora la Morselli nei confronti della struttura commissariale. “Stiamo agendo in coerenza con questa nostra convinzione. Una coerenza che si è esplicitata in un paio di azioni molto importanti: la prima sul fatto che i dipendenti potessero avere una destinazione che è quella prevista dal contratto in caso di recesso e questo prevedeva che i dipendenti dovessero essere riconsegnati all’amministrazione straordinaria. Altra cosa è che siccome noi abbiamo una area a caldo in una situazione abbastanza criminale riteniamo che gradualmente, nei tempi tecnici corretti, senza frenare gli appalti maggiori, vada messa nella condizione di non danneggiare l’ambiente, che è un crimine” ha concluso.

Nel mentre era in corso l’incontro, si registravano le dichiarazioni del premier Conte: “È stato depositato il ricorso ex art.700 cpc al fine di fermare il depauperamento di un asset strategico del nostro sistema industriale come lo stabilimento ex Ilva di Taranto – ha detto il premier riferendosi al ricorso dei commissari straordinari -. Il Governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni, il che significherebbe la fine di qualsiasi prospettiva di rilancio di questo investimento produttivo e di salvaguardia dei livelli occupazionali e la definitiva compromissione del piano di risanamento ambientale – proseguito nella sua dichiarazione ufficiale il premier -. Arcelor Mittal si sta assumendo una grandissima responsabilità, in quanto tale decisione prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria sia per ciò che riguarda il risarcimento danni, sia per ciò che riguarda il procedimento d’urgenza. Ben venga l’iniziativa anche della Procura di Milano che ha deciso di intervenire in giudizio e di accendere un faro anche sui possibili risvolti penali della vicenda” ha concluso il premier.

Al termine dell’incontro si è fermato brevemente con i giornalisti il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Che ha dichiarato come “oggi l’azienda ci ha detto che il problemaè lo scudo penale, mentre dal 12 settembre ha dichiarato altro: ovvero che il problema fosse strutturale, che non si può andare oltre i 4 milioni di tonnellate di produzione e che quindi c’erano 5mila esuberi. Forse l’azienda deve mettersi d’accordo con se stessa” ha detto Patuanelli. Dopo di che il miinistro ha confermato che “l’azienda ha dichiarato di voler lasciare Taranto e ha annunciato la fermata degli impianti. Questo per noi è inaccettabile. Il governo ha ben chiaro che la produzione deve andare avanti perché non è immaginabile che il Paese rinunci alla siderurgia. Il piano A, B e C del governo è che ArcelorMittal deve restare a Taranto e deve rispettare gli impegni contrattuali“. Alla domanda se la trattativa tra esecutivo e azienda fosse ancora in corso, Patuanelli ha tagliato corto rispondendo che “il dossier è in mano al premier Conte e su questo aspetto tutte le dichiarazioni arriveranno dal presidente del Consiglio“. Infine, è stato chiesto al ministro cosa abbia fatto il governo dal 12 settembre in poi, a fronte dell’annuncio dell’azienda dei 5 mila esuberi, ed anche lì Patuanelli, prima di andare via, ha tagliato corto: “Abbiamo proposto all’azienda un accompagnamento per i lavoratori interessati, ma che fosse legato ad un momento contingente: l’azienda ci ha invece risposto che il taglio per loro era strutturale“.

Al termine del vertice si sono espressi anche i sindacati. Che hanno annunciato la loro netta opposizione al programma di fermata degli impianti da parte dell’azienda, annunciando che i lavoratori si rifiuteranno di spegnere l’ex Ilva, attuando se necessario anche comportamenti di insubordinazione nei confronti degli ordini che saranno loro eventualmente impartiti. Ma hanno anche incalzato il governo nel farsi garante dell’accordo del 6 settembre e di rispettare anch’esso i patti presi con la multinazionale.

Nel corso dell’incontro al Mise con il Ministro Stefano Patuanelli, l’azienda ha affermato che non è intenzionata a ritirare la procedura. L’accordo firmato il 6 settembre del 2018 è vincolante e va rispettato da parte di ArcelorMittal. L’azienda non può pensare di mandare una comunicazione e andarsene, stracciando l’accordo del 6 settembre 2018 e mettendo sotto scacco la produzione dell’acciaio in Italia. La procedura messa in atto da ArcelorMittal è illegittima e deve essere revocata, come sono inaccettabili i 5mila esuberi annunciati al Governo, come ha dichiarato il Ministro Patuanelli, prima ancora che si ponesse la questione dello scudo penale.  In ogni caso il Governo tolga qualsiasi alibi ad ArcelorMittal e rispetti quello che aveva pattuito con l’azienda. Le organizzazioni sindacali e i lavoratori non sono disponibili ad essere complici della di chiusura di Taranto e si opporranno alle procedure di spegnimento. Diffidiamo l’azienda da qualsiasi azione di spegnimento. Gli impianti devono essere messi in sicurezza e continuare a produrre attraverso l’approvvigionamento dei minerali e delle materie prime. Il Ministero dell’Ambiente si dovrà esprimere sulle procedure che non sono attuabili senza la sua autorizzazione. Chiediamo al Premier Conte di convocare la proprietà al tavolo” dichiara in una nota Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil.

I lavoratori non spegneranno gli impianti dello stabilimento ex Ilva, non celebreranno il loro funerale“, ha tuonato il segretario generale della Uilm, Rocco Paolmbella spiegando che “ci sarà un’insubordinazione verso la proprietà. Signor Ministro, parlo a nome dei lavoratori: non accetteremo mai di spegnere quegli impianti, quindi trovatevi qualcun’altro: noi saremo al fianco dei lavoratori per impedire tutto questo“. “C’è una grande confusione da parte della politica e del governo – dichiara il leader Uilmperché non vanno in un’unica direzione. Tutto il sistema Italia deve obbligare la multinazionale al rispetto dell’accordo del 6 settembre 2018. Se ci sono alibi devono essere eliminati nell’interesse del Paese, della salute dei cittadini e dell’occupazione di 20 mila lavoratori. Non c’è più tempo da perdere! Lo Stato deve essere garante del rispetto degli accordi”. “ArcelorMittal – continua – non può fermare gli impianti, non è titolare di nessun diritto di chiusura degli stabilimenti perché sono di proprietà dello Stato italiano. Non c’è più tempo da perdere, bisogna fare di tutto per non far fermare gli impianti, altrimenti avremo effetti irreversibili sulla continuità produttiva”. “Non possiamo dare una produzione e un settore strategico a eventuali investitori cinesi. L’Italia senza investimenti e crescita nel settore industriale non potrà mai uscire dall’attuale recessione economica” conclude Palombella.

Questa mattina l’AD di Arcelor Mittal, Lucia Morselli, ha incontrato le RSU di Taranto per smentire le notizie emerse dalla Regione Puglia al termine dell’incontro di ieri. La Morselli ha invece comunicato il piano di fermate degli altoforni: Afo2 il 12 dicembre, Afo4 il 30 dicembre e Afo1 il 15 gennaio mentre verrà chiuso il treno nastri2 tra il 26 e il 28 novembre per mancanza di ordini. Inoltre, la RSU ha chiesto in che prospettive ci si muove e se intendono fare dichiarazioni di esuberi, discussione che l’azienda ha rinviato al tavolo ministeriale di oggi confermando le stesse tesi. Questo piano di fermate modifica sostanzialmente le previsioni contenute nell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) pertanto l’azienda si confronterà con il Ministero dell’Ambiente su questo cambio di programma. Se ancora non fosse chiaro, la situazione sta precipitando in un quadro sempre più drammatico che non consente ulteriori tatticismi della politica” ha dichiarato il segretario della Fim Cisl Marco Bentivogli.

Quanto deciso da ArcelorMittal è una scelta insensata, sembra essere un tentativo di demolire e sabotare uno dei settori più produttivi del nostro Paese, arrecando seri danni non solo alla nostra economia, ma ai 20mila lavoratori che sono coinvolti, compreso l’indotto. Spegnere gli impianti vuol dire distruggere l’azienda, cosa che assolutamente va evitata“, commenta il segretario generale dell’Ugl Paolo Capone, dopo il tavolo sull’ex Ilva. “Mi dispiace – aggiunge – che ci sia confusione tra ciò che ha espresso il premier Conte e ArcelorMittal. Il Premier, assente al tavolo, la settimana scorsa ha affermato che l’immunità penale non fosse una difficoltà per l’azienda, secondo cui però il problema principale riguarda proprio il rischio ambientale non più coperto da alcuna garanzia. Insomma, il Presidente del Consiglio dice una cosa e Mittal l’esatto contrario“.

Ora serve un piano B. Occorre programmare un intervento pubblico direttamente nella proprietà dell’ex Ilva“. Così il segretario nazionale di Usb Sergio Bellavita e il coordinatore provinciale di Taranto Francesco Rizzo dopo il vertice al Mise sulla vicenda ex Ilva. “L’obiettivo – osservano – è la programmazione della chiusura delle fonti inquinanti, le bonifiche ed un piano straordinario per la riconversione dello stabilimento, per garantire occupazione, salari e reddito per i dipendenti Arcelormittal, per quelli in cassa integrazione nel bacino di Ilva in AS e per tutti quelli degli appalti. Se necessario, anche entrando in rottura con i divieti dell’Unione Europea“. Secondo Bellavita e Rizzo, “senza una nuova politica industriale fondata sull’intervento diretto dello stato in economia l’Italia continuerà ad essere ostaggio dei tanti, piccoli e grandi, profittatori ed il suo patrimonio industriale continuerà a perdere spessore e ruolo nella divisione internazionale del lavoro. Un Processo di impoverimento che infine scarica tutto sulle lavoratrici ed i lavoratori. Povero quel paese che ha pregato, inutilmente, Arcelormittal di restare“. Usb ha proclamato per il prossimo 29 novembre sciopero generale e manifestazione nazionale a Taranto. “Occorre liberare la città – concludono i due esponenti di Usb – dai veleni dell’acciaieria“.

I segretari generali di Cgil Cisl e Uil, hanno inoltre dichiarato “che non saranno mai complici dello spegnimento della più grande acciaieria europea, vogliamo tentare ogni strada: per questo accanto ad una rinnovata mobilitazione abbiamo chiesto alla multinazionale di ritornare al tavolo e al Governo di lavorare affinché questo sia possibile. Questo perché, solo i sindacati hanno sempre rispettato le regole sottoscritte dall’accord». Non così l’azienda men che meno il governo“, sostengono. 

L’incontro non è andato per nulla bene. La multinazionale ha confermato le ragioni del recesso e quindi ha annunciato nuovamente di voler lasciare la fabbrica. Noi abbiamo detto con chiarezza che non intendiamo assolutamente accettare che una multinazionale di questo livello venga nel nostro paese, partecipi ad una gara internazionale e dopo un anno receda dal contratto“, dichiara il segretario generale dalla Cisl, Furlan . “Non è proprietario solo chi affitta gli stabilimenti o chi li compra ma sono stabilimenti che appartengono al Paese“, prosegue ricordando di aver ribadito al governo la richiesta di reinserimento dello scudo penale. “Ma l’esecutivo non ci ha risposto così come la multinazionale non ha risposto quando Patuanelli ha ricordato alla Morselli di aver chiesto 5.000 esuberi ancora prima che il governo sopprimesse lo scudo“. “Chiederemo a Conte di adoperarsi per farci avere un incontro. Che i Mittal tornino nel nostro paese e incontrino anche noi perché questo accordo è stato siglato tra le parti sociali con il governo da garante. E noi siamo gli unici a non aver cambiato di una virgola l’accordo, a non aver mai avuto un comportamento scorretto e sleale“, conclude Furlan.

Anche la Cgil ribadisce la necessità che il governo tolga ogni alibi dal tavolo e “reintroduca lo scudo penale. Noi abbiamo detto che i sindacati e i lavoratori non saranno mai complici della chiusura dello stabilimento. I lavoratori non lo spegneranno mai” scandisce il leader Maurizio Landini che alla multinazionale ha rinnovato la richiesta “di ritirare il recesso dagli stabilimenti e di venire al tavolo di trattativa con il sindacato“. Una richiesta ribadita con forza anche dal segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo. “Chiunque ha dato ad ArcelorMittal l’alibi per andarse ha sbagliato e noi chiediamo di ripristinare le condizioni dell’accordo“, ha spiegato rinnovando rinnovando la richiesta di incontro alla famiglia Mittal. “Serve un incontro con la proprietà perché l’ad Morselli non era in grado di cambiare neppure una virgola di quello che la società aveva deciso. Non diamo alle multinazionali il segnali che possono scorrazzare impunite nel nostro paese“. 

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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