Ex Ilva, le posizione di ISDE Italia e Medicina Democratica

 

pubblicato il 13 Novembre 2019, 18:03
7 mins

La prosecuzione della produzione di acciaio a Taranto non è l’unica scelta possibile per l’associazione medici per l’ambiente rilanciano la propria proposta di non sottostare al ricatto occupazionale. “In cima alla lista di priorità del Governo ci dovrebbero essere le vere necessità dell’area di Taranto e dei tarantini: l’affrancamento dal ricatto occupazionale e uno sviluppo sostenibile. La responsabilità della grave crisi sanitaria, economica e sociale di Taranto non è unicamente attribuibile ai privati che si sono succeduti nella gestione del siderurgico” si legge nella nota dell’associazione.

Come ripetutamente denunciato da ISDE in tutte le sedi Istituzionali, “la costante trasgressione dell’articolo 41 della Costituzione, perpetrata per decenni, si è legata sino ad ora alla precisa scelta politica della prosecuzione dell’attività del siderurgico come unica strada percorribile. Questo ha permesso la tirannia dei privati, concentrata solo sulla produzione di acciaio, che ha completamente prevaricato il diritto alla salute e il diritto a vivere in un ambiente salubre. La popolazione di Taranto per questo è stata discriminata sotto il profilo sanitario e continua a pagare costi altissimi in termini di qualità di vita e di salute. Considerato che la fascia maggiormente a rischio risulta essere quella infantile, continua ad essere costantemente ignorato anche l’art. 6 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia che definisce dovere prioritario garantire la sopravvivenza e lo sviluppo dei bambini“.

Uno studio recente, pubblicato da autorevoli ricercatori su “Epidemiologia e Prevenzione”, la rivista dell’Associazione Italiana di Epidemiologia, ha dimostrato ancora una volta, confermando precedenti evidenze, un rischio inaccettabile” per i cittadini di Taranto, in particolare del quartiere Tamburi, nonostante uno scenario “caratterizzato da una produzione pari a poco più della metà rispetto a quella autorizzata dall’AIA”.

Per ISDE “si continua in maniera ingiustificabile ad ignorare esperienze internazionali come quella della Ruhr in Germania o della ex Bethlehem Steel a Sparrow Point (USA), che hanno dimostrato come il lavoro precedentemente speso in attività inquinanti e insalubri può essere non perso ma riconvertito con successo in lavoro per la bonifica e per la realizzazione di attività più sostenibili, con guadagni non solo per i privati ma per tutta la comunità,  che verrebbe finalmente liberata dall’ignobile ricatto occupazionale. Nonostante il colpevole ritardo accumulato e i costi altissimi che questo ha comportato, inclusi i danni alla salute, si potrebbe ancora decidere di impiegare tempo e risorse non per perseverare in un vicolo cieco ma per guardare al futuro creando, come si è fatto altrove, uno sbocco dignitoso e duraturo per i lavoratori e un futuro sostenibile alla città di Taranto” concludono i medici per l’ambiente.

“Ex ILVA di Taranto: un altro futuro è possibile, con l’alleanza fra lavoratori e cittadini per scelte strategiche nel segno di un radicale cambiamento dei processi produttivi”

Solo l’alleanza di lavoratori e cittadini può determinare una soluzione condivisa per il futuro della produzione di acciaio nella ex Ilva di Taranto, basata sul cambiamento radicale dei processi produttivi”, ha dichiarato Marco Caldiroli, presidente nazionale di Medicina Democratica, richiamando le conclusioni della Conferenza Nazionale di Taranto “Salute e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro” del 13 aprile scorso, a cui hanno partecipato le associazioni locali ed esperti di livello nazionale.

L’obiettivo fondamentale – ha aggiunto – deve essere una riconversione produttiva che garantisca i livelli occupazionali, la tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini e un ambiente salubre”.

La riduzione produttiva, richiesta da Arcelor, infatti, non solo taglierebbe 5.000 posti di lavoro, mettendo in ginocchio migliaia di famiglie e un intero sistema economico e sociale, ma non garantirebbe nemmeno una riduzione dell’inquinamento, in quanto non accompagnata da interventi di bonifica dei luoghi di lavoro e del territorio, indispensabili e indifferibili, le cui gravissime conseguenze sono sotto gli occhi di tutti” affermano da Medicina Democratica. Lo attesta anche la recentissima vicenda dell’operaio licenziato per aver denunciato la presenza di amianto in fabbrica, evidentemente mai smaltito, secondo quanto invece prescrive la Legge 257 del ’92, che ha sancito la cessazione dell’utilizzo dell’amianto sotto qualsiasi forma. Questa vicenda ha riportato in primo piano la tragedia dei morti causati dall’amianto all’ex ILVA, per cui sia attende ancora la sentenza definitiva, una storia processuale iniziata quasi dieci anni fa e per cui nessuno ha ancora pagato. “Quella dei morti a causa dell’amianto all’ex ILVA di Taranto – ha aggiunto Caldiroli, è infatti un aspetto drammatico e specifico di una situazione generale che vede la provincia di Taranto detenere un ben triste primato con il primo posto fra tutte le 107 provincie italiane per decessi causati da malattie professionali: 548, per l’esattezza fra il 2013 e il 2017, come abbiamo denunciato nel Convegno dello scorso aprile”.

Riteniamo – ha concluso Caldiroli – che la riconversione produttiva debba utilizzare le migliori tecnologie disponibili, eliminando il carbone dal processo e introducendo cicli di produzione avanzati e a basso impatto, che garantiscano innanzitutto la sicurezza sul lavoro, che sarebbe invece gravemente compromessa con il mantenimento della “immunità penale”. Contestualmente va attuata una seria bonifica del territorio e sostenute scelte produttive, con l’obiettivo di svincolare l’economia locale dalla “monocultura” dell’acciaio. Se per questo passaggio necessita un intervento dello Stato, per indirizzare il cambiamento e garantire il reddito dei lavoratori, ben venga, anche per saldare il debito pregresso con la comunità locale, che ha già pagato abbastanza, purchè gli obiettivi siano chiari, rigorosi e condivisi. Non può esistere un posto di lavoro “garantito” dall’essere nocivo per i lavoratori e inquinante per i residenti. L’esigenza e il diritto costituzionale a un ambiente di lavoro sicuro e una ambiente di vita salubre vanno di pari passo e sono nell’interesse della intera popolazione“.

Condividi:
Share
Il Corriere di Taranto, i fatti del giorno. Contatta la nostra redazione: [email protected]

Commenta

  • (non verrà pubblicata)