Ilva, ressa ai cancelli per parlare con Conte

 

Il Presidente ai lavoratori riuniti: «è impensabile che una impresa di queste dimensioni possa mantenersi e competere a livello globale senza essere accettata dalla comunità in cui opera».
pubblicato il 08 Novembre 2019, 21:26
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È un pomeriggio intenso, quello vissuto davanti ai cancelli del centro siderurgico. Alle 16.00 (ora prevista di arrivo del Presidente del Consiglio, che in realtà arriverà alle 17.15) davanti alla portineria D c’è un piccolo drappello di rappresentanti delle associazioni ambientaliste della città, oltre all’immancabile capannello di giornalisti.

La location è stata preparata con cura: davanti alle transenne che canalizzano l’ingresso e l’uscita degli operai c’è un ampio “ring” delle interviste; tanto meglio, non bisognerà sgomitare. Di più: la voce del premier Conte sarà amplificata, per poter essere sentita da tutti, non solo dalla stampa, ma anche dai cittadini arrivati sul luogo. Tutto bene, salvo che l’arrivo del Presidente del Consiglio viene di poco preceduto da un fastidiosissimo “rompete le righe” (avviato, forse, da qualche cameraman particolarmente avido di inquadrature) che la dice lunga su quanto siamo autolesionisti. E sì, perché quella che dovrebbe essere un’ordinata conferenza stampa, magari anche dai toni accesi, si trasforma velocemente in una mischia rugbistica, in cui ciascuno (e tutti con validissimi motivi) vuole avvicinare il premier. Il risultato è una situazione di precario ordine pubblico, in cui il dialogo è di fatto impossibile. Il premier, ad ogni modo, (nonostante la visibile contrarietà delle forze dell’ordine che si occupano della sua sicurezza) decide di rimanere a parlare davanti ai cancelli, e quella che doveva essere una conferenza stampa di quindici minuti si trasforma in un teso incontro-scontro di un’ora e mezza.

Conte (con una fermezza apprezzabile, comunque la si pensi sul personaggio e su questo governo) dialoga con tutti, ascoltando interventi di vivace accusa, tutti volti ad un unico obiettivo: chiedere la chiusura dello stabilimento. Operai, ex-operai, disoccupati, abitanti del rione Tamburi presentano al capo del Governo le proprie storie, chi con garbo e fermezza, chi con toni da stadio forse comprensibili ma sicuramente evitabili, il tutto mentre attorno si rincorrono urla e slogan. Visibilmente provato, il premier ribadisce che la via maestra è quella dell’ambientalizzazione (neologismo che, ribadiamo ad uso dei nostri lettori più critici, è da ritenersi pienamente appartenente alla lingua italiana). La dichiarazione (che giunge poco prima delle 19.00) viene accolta da prevedibili urla di disapprovazione. Subito dopo, incalzato da una tabella di marcia che a quest’ora lo vorrebbe già fuori dallo stabilimento, Conte varca i cancelli e si reca all’interno, dove prende parte al consiglio di fabbrica riunito permanentemente dopo l’annuncio di Mittal di volersi disimpegnare.

«Non è una questione di scudo o non scudo penale, ma di avere un progetto per questo stabilimento, per questa città, per questa comunità. Come ho detto a Genova per la ricostruzione del ponte Morandi, da questa tragedia può ripartire il rilancio di un’intera comunità», ha affermato Conte all’interno dello stabilimento, come riportato dall’agenzia ANSA. «Voi – ha aggiunto – qui siete dilaniati dal fatto di dover lavorare in queste condizioni e litigate con i tecnici ogni giorno e poi tornate in famiglia e litigate con parenti che vogliono la chiusura. E voi dite che avete bisogno di lavorare. Avete diritto al lavoro e alla salute, garantiti dalla Costituzione. Qui c’è una frattura drammatica alimentata nel corso degli anni». «Non faccio polemiche, non faccio nomi di chi mi ha preceduto, è tutto un sistema che non ha funzionato. Non c’è stata sensibilità, oggi è impensabile che una impresa di queste dimensioni possa mantenersi e competere a livello globale e a livelli produttivi accettabili senza essere accettata dalla comunità in cui opera».

Clima a parte, era difficile per oggi attendersi qualcosa di diverso: nessun impegno specifico poteva essere assunto e nessuna promessa formulata. Resta, però, un fatto significativo: il Presidente del Consiglio è venuto a Taranto ed è venuto in fabbrica, ma soprattutto si è prestato ad un dialogo aperto con la cittadinanza. Assurdo ma vero, è il primo a farlo, da quando il caso Ilva è esploso, nell’ormai lontanissimo 2012…

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