Ex-Ilva, il discorso di Patuanelli al Parlamento

 

Il Ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha illustrato al Parlamento i dettagli sulla vicenda ex-Ilva
pubblicato il 07 Novembre 2019, 18:25
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Ecco di seguito il testo dell’informativa del Ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli alla Camera dei Deputati sull’ex Ilva

“Grazie Presidente, onorevoli Colleghi,

ho ovviamente ritenuto doveroso riferire immediatamente attraverso una informativa in quest’aula riguardo al tema emerso in questi giorni sulla situazione relativa all’ex Ilva di Taranto.

Come sapete, il 4 novembre 2019 la società ArcelorMittal ha notificato ufficialmente ai commissari straordinari la volontà di recedere dal contratto stipulato in data 28 giugno 2017 e divenuto successivamente efficace il 1° novembre 2018.

Il recesso di ArcelorMittal dai propri impegni contrattuali è soltanto l’ultimo tassello di una serie di eventi risalenti nel tempo e che hanno visto il coinvolgimento, a vario titolo, di molti Governi e di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.

Intendo quindi iniziare da una cronologia degli eventi che si sono succeduti in questi anni, a partire dal 2012. Non per mero interesse di elenco ma perché ritengo che conoscere alcuni elementi, per quest’Aula così come farò dopo al Senato, sia indispensabile per comprendere la situazione di oggi, valutarne la portata e valutare anche tutte le azioni che saranno necessarie per dare garanzia di continuità produttiva allo stabilimento.

CRONOLOGIA DELLA PROCEDURA DI GARA

Come noto, il 26 novembre 2012 la magistratura tarantina disponeva il sequestro dell’acciaieria per gravi violazioni ambientali, con conseguente sequestro dei prodotti finiti e semilavorati dello stabilimento.

A seguito del sequestro, l’allora Governo Monti interveniva con il decreto-legge 3 dicembre 2012, n. 207, dichiarando Ilva “stabilimento di interesse strategico nazionale” e dettando specifiche misure per garantire la continuità produttiva aziendale e la commercializzazione dei prodotti, anche di quelli realizzati antecedentemente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto.

Considerata la natura di società esercente uno stabilimento di interesse strategico nazionale, il Governo Letta assoggettava poi lo stabilimento ad una speciale disciplina (ai sensi degli articoli 1 e 2 del decreto-legge 4 giugno 2013, n. 61, convertito con modificazioni dalla legge 3 agosto 2013, n. 89) disponendo il commissariamento dell’Ilva S.p.A. e prevedendo, al contempo, la prosecuzione dell’attività produttiva funzionale alla conservazione della continuità aziendale ed alla destinazione prioritaria delle risorse aziendali alla copertura dei costi necessari.

Fu inoltre stabilita la predisposizione di un piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria disciplinante le azioni ed i tempi necessari per garantire il rispetto delle prescrizioni di legge e dell’autorizzazione integrata ambientale (il piano ambientale sarebbe poi stato formalmente adottato con il DPCM 14 marzo 2014).

In ragione dei requisiti dimensionali, occupazionali e di indebitamento della società, con Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico 21 gennaio 2015 (siamo al Governo Renzi), l’acciaieria veniva ammessa alla procedura di amministrazione straordinaria ai sensi dell’articolo 2, comma 2, della c.d. Legge Marzano (decreto legislativo 347/2003), e dichiarata insolvente con sentenza del Tribunale di Milano.

Il 5 gennaio 2016, a seguito dell’autorizzazione all’esecuzione del programma di cessione dei complessi aziendali di Ilva predisposto dall’organo commissariale, veniva pubblicato l’invito a manifestare interesse.

Pochi mesi dopo, con il decreto-legge 9 giugno 2016, n. 98, la procedura di gara veniva modificata introducendo un sub-procedimento di valutazione delle proposte di modifica al piano ambientale del 2014 contenute nelle offerte. In questo modo, si voleva dare massima rilevanza alla tematica ambientale, che si inseriva nella procedura di vendita divenendo presupposto della stessa.

Entro la scadenza per la presentazione delle manifestazioni di interesse (fissata al 30 giugno 2016) pervenivano due offerte da parte di società di nuova costituzione:

(1) AM Investco Italy S.r.l. – cordata formata da ArcelorMittal Italy Holding S.r.l. (51%), ArcelorMittal S.A. (34%) e Marcegaglia Carbon Steel S.p.A. (15%);

(2) AcciaItalia S.p.A. – cordata formata da Acciaieria Arvedi S.p.A. (10%), Cassa Depositi e Prestiti S.p.A, (27,5%), Delfin S.a.r.l. (27,5%) e JSW Steel Limited (vale a dire il Gruppo Jindal) (35%).

Durante lo svolgimento della gara e la valutazione delle offerte, con lettera del 10 aprile 2017, la Direzione Generale per la Concorrenza della Commissione europea segnalava alle Autorità italiane che per una delle due offerte presentate (quella di ArcelorMittal) sarebbe stato necessario l’espletamento da parte della Commissione medesima della procedura di controllo delle concentrazioni e che ciò avrebbe comportato il possibile allungamento dei tempi della procedura di vendita, anche oltre il 2017 e la imposizione di possibili prescrizioni. La lettera suggeriva pertanto di tener conto, nell’ambito della valutazione delle offerte, del possibile “rischio di natura regolatoria”.

Al fine di superare i rilievi della Commissione europea, i Commissari straordinari di Ilva, supportati da un parere dell’Avvocatura dello Stato richiesto dall’allora Ministro Calenda, inoltravano ai due concorrenti una comunicazione volta ad acquisire dai medesimi la disponibilità a:

prorogare la validità ed efficacia delle offerte presentate onde coprire il prevedibile maggior tempo per l’autorizzazione all’operazione di concentrazione di dimensione comunitaria;

non modificare in ogni caso il piano industriale proposto – e i connessi livelli occupazionali – ove l’autorizzazione all’operazione di concentrazione di dimensione comunitaria avesse richiesto all’aggiudicatario la dismissione di asset relativi a mercati interessati;

negoziare, a valle della eventuale aggiudicazione, la durata delle garanzie previste in contratto sino al completamento degli investimenti previsti nel piano industriale – con i connessi livelli occupazionali – ove questi si collocassero temporalmente in un periodo successivo alla durata delle garanzie previste dal contratto posto a base di gara.

Soltanto ArcelorMittal forniva risposta positiva a tutte le richieste di disponibilità formulate dai Commissari straordinari, confermando altresì l’impegno ad individuare e perseguire per Ilva le soluzioni tecnologiche più sostenibili ed efficienti e con il minor impatto ambientale (compresa la tecnologia DRI).

Diversamente, la cordata AcciaItalia forniva riscontro solo parzialmente positivo alla richiesta dei Commissari, dichiarandosi non disponibile a prorogare il termine di validità della propria offerta vincolante oltre il 30 giugno 2017.

La procedura si concludeva con l’attribuzione dei relativi punteggi, così assegnati:

Piano industriale. AM InvestCo: 25,5. AcciaItalia: 30.

Piano ambientale. AM InvestCo: 12. AcciaItalia: 15.

Minori risorse finanziarie da reperirsi tramite finanziamenti con intervento statale a beneficio di Ilva in AS: AM InvestCo: 5. AcciaItalia: 5.

Canone e prezzo di acquisto: AM InvestCo: 50. AcciaItalia: 30,8.

Conseguentemente, il punteggio complessivo risultava essere il seguente:

alla cordata capitanata da ArcelorMittal: 92,5 punti su 100;

ad AcciaItalia: 80,8 punti su 100.

Una semplice notazione: nonostante AcciaItalia avesse conseguito una valutazione migliore sia relativamente al piano industriale che relativamente al piano ambientale (come può constatarsi dalla attribuzione dei relativi punteggi), ArcelorMittal risultava vincitrice, di fatto, in ragione del parametro economico legato al canone e, più in generale, al prezzo di acquisto (1,8 miliardi contro 1,2 miliardi offerti da AcciaItalia), la valutazione del quale, evidentemente, superava, da sola, la sommatoria degli altri parametri di gara.

Pertanto, in data 29 maggio 2017, i Commissari straordinari formalizzavano al Ministero dello Sviluppo Economico la proposta di aggiudicazione della gara alla prima classificata ArcelorMittal.

A valle dell’istanza di aggiudicazione, la cordata AcciaItalia (il cui amministratore delegato era la dott.ssa Lucia Morselli, che da qualche giorno ricopre il ruolo di Presidente e Amministratore Delegato di ArcelorMittal Italia) presentava espressa richiesta al Ministro di riaprire la procedura di gara indicendo una seconda fase finalizzata ad ottenere offerte migliorative, mediante l’esperimento di una procedura di rilanci.

Al riguardo, l’allora Ministro Calenda, considerato che il bando di gara non prevedeva espressamente una ulteriore fase negoziale né una successiva fase di rilanci e che la suddetta richiesta era intervenuta, peraltro, nella fase finale della gara stessa, e cioè non solo dopo l’apertura delle buste ma anche dopo la valutazione delle offerte da parte dei Commissari, chiedeva, in data 31 maggio 2017, un parere all’Avvocatura Generale dello Stato sulla legittimità, stante la disciplina normativa e negoziale di riferimento, di una eventuale decisione dell’Amministrazione di soprassedere dall’immediata aggiudicazione per esperire detta fase di rilanci.

Sul punto i legali di ArcelorMittal, con una propria nota indirizzata ai Commissari, auspicavano la sollecita conclusione della procedura di gara nel rispetto delle relative regole, segnalando da subito che un’eventuale decisione di segno opposto, ivi inclusa l’apertura di una fase di rilanci, si sarebbe posta in contrasto con le regole di gara nonché con i principi di trasparenza, par condicio e non discriminazione ai quali, secondo il diritto italiano, tali procedure devono conformarsi, riservandosi pertanto la tutela dei propri interessi nelle competenti sedi.

In data 1° giugno 2017, appena un giorno dopo che il medesimo parere era stato richiesto, l’Avvocatura dello Stato, seppur rilevando un generale principio di flessibilità che informa la procedura di cessione nell’ambito delle procedure di amministrazione straordinaria, evidenziava le criticità, sia per ragioni di diritto che di merito, di una eventuale apertura della seconda fase di selezione delle offerte.

Sicché, alla luce del parere dell’Avvocatura, il Ministro pro tempore riteneva di non potere accogliere la richiesta di AcciaItalia e, con decreto del 5 giugno 2017, autorizzava i Commissari straordinari del Gruppo Ilva in amministrazione straordinaria a procedere alla aggiudicazione dei complessi aziendali del citato Gruppo ad AM Investco Italy S.r.l., vale a dire alla cordata guidata da ArcelorMittal.

In data 28 giugno 2017 i Commissari straordinari del Gruppo Ilva e ArcelorMittal sottoscrivevano il contratto di affitto con obbligo di acquisto dei rami di azienda.

ArcelorMittal presentava quindi, in data 5 luglio 2017, apposita domanda di autorizzazione dei nuovi interventi e di modifica del Piano ambientale, che venivano autorizzati, su proposta del Ministro dell’ambiente e del Ministro dello sviluppo economico, previa delibera del Consiglio dei ministri, con DPCM in data 29 settembre 2017.

In data 7 maggio 2018 si concludeva anche la citata procedura Antitrust con la decisione della Commissione Europea che approvava, ai sensi del regolamento UE sulle concentrazioni, l’acquisizione di Ilva da parte di ArcelorMittal.

La decisione veniva subordinata alla realizzazione di alcuni “remedies” al fine di mantenere una concorrenza effettiva sui mercati siderurgici europei, a vantaggio dei consumatori e delle imprese, tra cui, nel caso specifico, l’eliminazione del gruppo Marcegaglia dal consorzio acquirente e numerose cessioni a carico del Gruppo ArcelorMittal, tra cui gli impianti di Piombino, Liegi (Belgio), Dudelange (Lussemburgo), Skopje (Macedonia), Ostrava (Repubblica ceca) e Galati (Romania).

In data 10 luglio 2018, perveniva al Ministero dello sviluppo economico una lettera a firma del Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, indirizzata al neo nominato (in data 2 giugno 2018) Ministro Di Maio, nella quale, in relazione alla procedura di cessione del Gruppo Ilva alla cordata capitanata da ArcelorMittal, venivano segnalate “zone d’ombra che andrebbero chiarite al fine di accertare se effettivamente tale aggiudicazione sia avvenuta in favore della migliore offerta”.

L’11 luglio 2018, il Ministro Di Maio sottoponeva la questione all’attenzione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), invocandone il “competente giudizio tecnico-giuridico” e trasmettendo il relativo incartamento.

In data 19 luglio 2018 l’ANAC rispondeva evidenziando tre profili di criticità in relazione alla procedura di gara esperita, e segnatamente:

la decisione, pur a fronte di un consistente ampliamento del margine temporale per l’attuazione degli interventi previsti nel piano ambientale, di non riaprire la procedura di gara nell’interesse di tutti gli altri soggetti invitati a manifestare il proprio interesse, conseguentemente precludendo la partecipazione di un maggior numero di partecipanti nonché la presentazione di offerte, qualitativamente, migliori;

il presunto mancato rispetto, da parte della cordata aggiudicataria, di alcuni termini intermedi relativi a prescrizioni di carattere ambientale posti con decreto del Ministero dell’ambiente; e

la decisione di non dare luogo ad una o più fasi di rilancio delle offerte, contrariamente alla più consolidata prassi di mercato ed in assenza di ragioni ostative di carattere normativo, con ciò rinunciando all’opportunità di poter soddisfare al meglio l’interesse pubblico, in termini tanto economici quanto ambientali ed occupazionali.

Alla luce di quanto ravvisato dall’ANAC, venivano dunque ritenuti sussistenti i presupposti per dare luogo, in data 24 luglio 2018, ad un procedimento per l’eventuale annullamento, in autotutela, della procedura di gara, al fine di verificare l’effettiva sussistenza degli ipotizzati vizi di legittimità e delle ragioni di interesse pubblico.

Nell’ambito di detto procedimento, in data 7 agosto 2018, veniva richiesto un apposito parere all’Avvocatura Generale dello Stato che, il successivo 21 agosto, nel condividere sostanzialmente l’avviso espresso dall’ANAC in merito alla decisione di non dare luogo alla fase di rilanci (auspicata da parte di una delle cordate concorrenti), faceva presente che la mancata valutazione della nuova offerta in rilancio formulata da AcciaItalia potesse assumere rilievo quale elemento sintomatico della figura di eccesso di potere (sotto il profilo del non corretto perseguimento del fine pubblico e dello sviamento), integrante uno dei presupposti per l’eventuale esercizio del potere di autotutela ai sensi della legge n. 241/1990.

In particolare, l’Avvocatura:

escludeva che una eventuale deroga alla lettera di procedura (che non disciplinava la fase dei rilanci) avrebbe potuto configurare una violazione della par condicio dei partecipanti (come invece sostenuto da ArcelorMittal nelle proprie deduzioni);

riteneva che l’eventuale decisione di aprire a rilanci avrebbe potuto trovare ragione nella clausola 9.2 della lettera di procedura medesima, che rimetteva ai Commissari un amplissimo potere discrezionale, sia pure finalizzato agli obiettivi pubblicistici della procedura.

L’Avvocatura faceva quindi presente che “nel caso di specie, la possibilità di addivenire ad un legittimo esercizio del potere di annullamento deve ancorarsi ad un interesse pubblico concreto ed attuale particolarmente corroborato”.

Tuttavia, tale interesse pubblico concreto e attuale all’annullamento non veniva più ritenuto sussistente in quel momento, considerato, tra l’altro, che:

si erano medio tempore tenuti incontri con ArcelorMittal al fine di sollecitare la società stessa a formulare proposte migliorative in termini ambientali ed occupazionali, incontri poi protrattisi anche durante la vigenza del procedimento medesimo;

ArcelorMittal si era impegnata ad assumere una serie di iniziative tese al miglior soddisfacimento dell’interesse pubblico al mantenimento di più elevati livelli occupazionali e alla maggior tutela della salute dei lavoratori dell’Ilva e dei cittadini di Taranto e dei comuni limitrofi, oltreché dei profili ambientali;

detti impegni, infine, si erano tradotti, in data 6 settembre 2018, nella sottoscrizione di uno specifico accordo sindacale tra Ilva, AM, FIM-CISL, FIOM-CGIL, UILM-UIL, USB, UGL-Metalmeccanici, FILT-CGIL, FIT-CISL, UILT-UIL, FILCTEM-CGIL, FLAEI-CISL, UILTEC-UIL, UGL-Chimici, Federmanager, nonché una rappresentanza delle RR.SS.UU., che prevede, inter alia:

(i) l’assunzione da parte di ArcelorMittal, sin da subito, di 10.700 lavoratori (vale a dire 2.200 persone in più del numero offerto da ArcelorMittal all’epoca della presentazione della propria offerta vincolante e 700 persone in più di quanto contrattualmente previsto);

(ii) la garanzia che, al termine dell’amministrazione straordinaria, tutti coloro che risultino ancora alle dipendenze della medesima riceveranno, da parte di ArcelorMittal, una proposta di assunzione a tempo indeterminato e pertanto, di fatto, l’assenza di esuberi;

(iii) la garanzia del regime di tutela previsto dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, in favore di tutti gli assunti da Ilva antecedentemente al 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del c.d. Jobs Act;

(iv) l’impegno, da parte di ArcelorMittal, alla erogazione di premi di produttività ai dipendenti, indipendentemente dall’andamento della società, già a partire dagli anni 2019 e 2020;

nella sottoscrizione, tra le parti, di un addendum al contratto (il c.d. “Addendum ambientale”) mediante il quale, in estrema sintesi, ArcelorMittal assumeva impegni rafforzativi, integrativi e ampliativi delle obbligazioni già contratte, prevalentemente tesi ad integrare e a migliorare i profili di tutela ambientale e della salute dei cittadini (a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo, anticipando le scadenze fissate per l’ultimazione dei relativi lavori, ponendo delle scadenze intermedie per la realizzazione di alcuni interventi e misure, impegnandosi a mantenere le emissioni di polveri entro i limiti consentiti anche a fronte di futuri, eventuali aumenti della produzione, etc.).

Veniva anche considerato che:

pur sussistendo i sopra evidenziati profili di illegittimità, non residuavano più interessi concreti ed attuali all’annullamento degli atti che, in autotutela, non poteva e non può fondarsi sul mero riscontro di una pregressa illegittimità;

i risultati conseguiti con la sottoscrizione della sopra citata documentazione, in termini di impatto sociale, economico, occupazionale, ambientale e di tutela della salute, non potevano, nell’esercizio di bilanciamento dei diversi interessi che la legge impone di effettuare, non ritenersi prevalenti, nel caso di specie, rispetto alla esigenza, sia pur meritevole di tutela, di ripristino della legalità violata, nonché, in buona parte, idonei a soddisfare l’interesse pubblico cui era finalizzata la (non avvenuta) fase dei rilanci;

AcciaItalia S.p.A., nelle more, era stata posta in liquidazione e successivamente cancellata dal Registro delle Imprese e di conseguenza un eventuale annullamento degli atti con retrocessione del procedimento alla fase dei rilanci non avrebbe avuto, a quel punto, alcun effetto utile.

Per queste ragioni, si disponeva dunque di non procedere all’annullamento degli atti di gara.

Intercorso dunque, come detto, l’accordo sindacale, il contratto diveniva efficace tra le parti con decorrenza dal 1° novembre 2018.

Effettuata, sia pur sommariamente, una ricognizione dei principali eventi relativi alla procedura di gara, vorrei dedicare una parte sostanziale della presente informativa alla questione relativa alla c.d. “immunità (o esimente) penale”.

LA QUESTIONE RELATIVA ALLA C.D. “IMMUNITÀ PENALE”

Con riferimento alla questione dell’immunità penale ed al suo impatto su Ilva, occorre in primo luogo ripercorrere il susseguirsi delle varie norme.

Il decreto-legge 5 gennaio 2015, n. 1, “Disposizioni urgenti per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale in crisi e per lo sviluppo della città e dell’area di Taranto” (poi convertito, con modificazioni, dalla legge 4 marzo 2015, n. 20), ha previsto, all’articolo 2 (“Disciplina applicabile ad Ilva S.p.A.”), comma 6, che l’osservanza del Piano Ambientale, anzi tutto, non potesse dar luogo alla responsabilità amministrativa dell’ente ex d.lgs. 231/2001 e, in secondo luogo, non integrasse responsabilità penale o amministrativa dei commissari straordinari o/e dei soggetti da questi funzionalmente delegati, in quanto conforme alle migliori regole in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro.

Successivamente, il decreto-legge 9 giugno 2016, n. 98, “Disposizioni urgenti per il completamento della procedura di cessione dei complessi aziendali del Gruppo Ilva” ha esteso la predetta disciplina anche all’affittuario o acquirente sino al 30 giugno 2017; termine poi prorogato – con successivo decreto-legge 30 dicembre 2016, n. 244 (Milleproroghe 2017) – fino a 18 mesi decorrenti dalla data di adozione del DPCM modificativo del Piano Ambientale.

Con riferimento al profilo temporale, permettetemi di fare un po’ di chiarezza.

La disposizione, letteralmente, prevedeva che il regime di tutela trovasse applicazione con riferimento alle condotte poste in essere in attuazione del Piano:

“fino alla scadenza del 30 giugno”, ovvero

“per un periodo ulteriore non superiore ai diciotto mesi decorrenti dalla data di entrata in vigore del [DPCM del 29 settembre 2017]. In tale secondo caso, dunque, si sarebbe arrivati al 29 marzo 2019.

Focalizzando l’attenzione solo sul primo dei due possibili termini (quello, cioè, del 30 giugno 2017), occorre tuttavia ricordare che il d.l. 244/2016 aveva “ancorato” alla scadenza dell’A.I.A. in corso di validità (vale a dire al 23 agosto 2023) il termine ultimo per l’esecuzione dei lavori previsti dal Piano Ambientale.

Quindi, nella sostanza, il termine ultimo per l’ultimazione del Piano Ambientale era stato posticipato al 23 agosto 2023 e così anche il perimetro temporale di operatività della norma relativa alla c.d. “immunità penale” e dello stesso avviso era anche il parere reso in data 14 settembre 2017 dall’Avvocatura Generale dello Stato.

Anche sulla scorta di alcuni accadimenti dei primi mesi del 2019 (il riferimento è, in primo luogo, alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 24 gennaio 2019 e, in secondo luogo, alla decisione del Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale ordinario di Taranto di sollevare, in data 8 febbraio 2019, questione di legittimità costituzionale in via incidentale con riferimento, inter alia, alla esimente del d.l. 1/2015), il Governo ha deciso di intervenire ancora una volta, a livello normativo, sull’impianto dell’articolo 2, comma 6, del citato decreto-legge.

Ed infatti, con il decreto-legge 30 aprile 2019, n. 34 (Decreto Crescita) è stato circoscritto l’esonero da responsabilità amministrativa dell’ente derivante da reato (ex d.lgs. n. 231 del 2001) alle condotte connesse all’attuazione dell’AIA nell’osservanza del Piano ambientale e, soprattutto, è stato stabilito che l’esonero da responsabilità penale e amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario e dell’acquirente di Ilva (o dei loro delegati) operasse esclusivamente per le condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale solo fino al 6 settembre 2019, non oltre.

ArcelorMittal ha fatto presente che tali modifiche normative avrebbero potuto avere un effetto dirompente sull’operazione e sul contratto, non mancando di rappresentare altresì che la citata esimente penale aveva rappresentato un elemento fondamentale nella determinazione a contrarre, una condicio sine qua non in assenza della quale non vi sarebbe stato alcun accordo giuridicamente vincolante.

Anche su quest’ultimo punto è opportuno fare chiarezza.

Al momento della presentazione della propria offerta vincolante, irrevocabile e incondizionata (6 marzo 2017), ArcelorMittal aveva accluso al materiale presentato all’attenzione dei Commissari straordinari, quale Allegato n. 15, una “nota su una questione normativa che intendiamo portare alla vostra attenzione”.

Con tale documento, ArcelorMittal si soffermava sulla modifica normativa che, in quel momento, aveva interessato l’articolo 2 del d.l. 1/2015 e, a questo riguardo, notava che “[il Milleproroghe] avrebbe dovuto prevedere altresì che il periodo di non punibilità fosse esteso a tale nuovo termine [cioè il 23 agosto 2023]. La modifica introdotta prevede, invece, che la durata del periodo di non punibilità applicabile ad acquirenti e affittuari non sia più allineata al termine ultimo per l’attuazione del Piano Ambientale e che possa terminare al più tardi entro il 31 marzo 2019, cioè ben prima di tale termine. Ciò appare in contrasto con la ratio della norma e della sua piena estensione (in precedenza prevista) ad acquirenti e affittuari”, concludendo che “la mancata estensione del periodo di non punibilità al 23 agosto 2023 rappresenta una criticità rilevante per acquirenti e affittuari che si auspica venga risolta quanto prima tramite un ulteriore intervento legislativo”.

Dal documento sopra citato era dunque possibile evincere che:

(a) al momento della presentazione della propria offerta vincolante, irrevocabile e, cosa più importante, incondizionata, ArcelorMittal palesava di aderire ad una interpretazione c.d. “restrittiva” della novella normativa appena apportata alla norma in questione dal Milleproroghe, lamentando cioè che la durata dell’esimente penale non fosse stata estesa sino al 23 agosto 2023, analogamente a quanto fatto con il termine per l’esecuzione dei lavori del Piano Ambientale.

Cioè ArcelorMittal nella sua nota dice: per noi l’esimente termina il 31 marzo del 2019. Questa cosa potrebbe essere un problema e auspichiamo che venga prorogata. Nonostante questo hanno fatto l’offerta vincolante.

(b) pur criticando l’atteggiamento del legislatore (“la mancata estensione del periodo di non punibilità al 23 agosto 2023 rappresenta una criticità rilevante per acquirenti e affittuari”) e augurandosi un intervento normativo correttivo (“si auspica venga risolta quanto prima tramite un ulteriore intervento legislativo”), palesava la chiara intenzione di non voler condizionare la propria offerta a tale, auspicato, intervento normativo, la miglior prova di ciò rinvenendosi, anzi tutto, nella qualificazione della offerta medesima come “incondizionata” e, in seconda battuta, alcuni mesi dopo, con la sottoscrizione di un contratto che non disciplinava minimamente la questione – sottoscrizione, peraltro, avvenuta ben prima che, sul profilo della durata temporale della esimente penale, l’Avvocatura Generale dello Stato fornisse interpretazione di diverso avviso (il parere, come detto, sarebbe arrivato al Ministero dello sviluppo economico nel settembre 2017).

Dalle considerazioni che precedono, pareva emergere come ArcelorMittal non fosse nella condizione di poter legittimamente invocare la risoluzione del contratto e, con essa, lo scioglimento del vincolo giuridico.

Fermo restando quanto precede, occorreva in ogni caso prendere in considerazione la possibilità che ArcelorMittal, a fronte di detto intervento normativo, potesse, ipso facto, preferire sciogliersi, unilateralmente e arbitrariamente, dal negozio contrattuale.

Il decreto-legge 3 settembre 2019, n. 101, ha anzi tutto previsto che le condotte poste in essere in attuazione del predetto Piano Ambientale, nel rispetto dei termini e delle modalità ivi stabiliti, non possano dare luogo a responsabilità penale o amministrativa poiché costituiscono adempimento dei doveri imposti dal suddetto Piano Ambientale.

Inoltre, si è previsto che, per il solo affittuario o acquirente (e i soggetti da questi funzionalmente delegati), la disciplina dell’esimente si applichi con riferimento alle condotte poste in essere in esecuzione del Piano Ambientale sino alla scadenza dei termini di attuazione stabiliti dal Piano stesso per ciascuna prescrizione ivi prevista che venga in rilievo con riferimento alle condotte poste in essere da detti soggetti (ovvero dei più brevi termini che l’affittuario o acquirente si sia impegnato a rispettare nei confronti della gestione commissariale di Ilva S.p.A.), mantenendo ferma in ogni caso la responsabilità in sede penale, civile e amministrativa eventualmente derivante dalla violazione di norme poste a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Come noto, il decreto-legge 3 settembre 2019, n. 101 è stato convertito in legge, lo scorso 2 novembre, da parte del Parlamento, senza l’articolo 14, con il che il dispositivo normativo è tornato ad essere quello risultante a valle del decreto-legge “Crescita”.

Conseguentemente, a partire dal momento della conversione in legge del d.l. 101/2019, e cioè dallo scorso 2 di novembre, l’esimente penale non è già più applicabile.

Rammentata l’evoluzione normativa della disposizione in commento, desidererei soffermarmi sugli avvenimenti delle ultime ore.

L’ESERCIZIO DEL DIRITTO DI RECESSO DA PARTE DI ARCELOR-MITTAL IN DATA 4 NOVEMBRE 2019 ED IL CONSEGUENTE ATTO DI CITAZIONE PRESSO IL TRIBUNALE DI MILANO

Con lettera del 4 novembre 2019 destinata ai Commissari straordinari, ArcelorMittal ha comunicato l’esercizio del diritto di recesso dal “Contratto di affitto con obbligo di acquisto di rami d’azienda in data 28 giugno 2017” (come modificato in data 14 settembre 2018 e integrato in data 20 marzo 2019).

Nella missiva, viene evidenziato che la legge 2 novembre 2019 n. 128, ha eliminato la “protezione legale” prevista dall’articolo 2, comma 6, del d.l. 1/2015, che costituiva – a detta della società – un presupposto essenziale su cui l’affittuario aveva fatto esplicito affidamento e in mancanza del quale non avrebbe neppure accettato di partecipare all’Operazione né, tantomeno, di instaurare il rapporto disciplinato dal Contratto. Secondo ArcelorMittal, si applicherebbe quindi l’articolo 27.5 del Contratto, relativo al recesso.

A valle di detta missiva, alle ore 04:00 di lunedì 5 novembre è stato notificato all’organo commissariale di Ilva un atto di citazione presso il Tribunale di Milano con il quale ArcelorMittal domanda, in via principale, di accertare e dichiarare l’efficacia del diritto di recesso esercitato ex art. 27.5 del contratto con comunicazione in data 4 novembre 2019 e, in via di gradato subordine, di pronunciare la risoluzione del Contratto per impossibilità sopravvenuta, ovvero in base ai principi in tema di presupposizione ovvero, in via di ulteriore subordine, di annullare il Contratto per dolo o di risolvere il Contratto per inadempimento di Ilva in A.S., ovvero per eccessiva onerosità sopravvenuta, ovvero ancora in forza delle clausole risolutive espresse contenute nei singoli contratti di affitto “attuativi”.

Questa non è ovviamente un’aula di un Tribunale.

Tuttavia, vorrei solo rappresentarvi, con riguardo alla principale tesi avanzata da parte di ArcelorMittal, quella del recesso, alcune brevissime notazioni, cercando di essere sia schematico che oggettivo.

(1) L’articolo 27.5 del Contratto di affitto con obbligo di acquisto dei Rami d’Azienda di Ilva in AS e delle altre società del Gruppo anch’esse in AS altro non è che la conseguenza diretta della impugnativa effettuata dinanzi al TAR Lecce (e poi trasferita per competenza al Tar Lazio) da parte della Regione Puglia e del Comune di Taranto del DPCM 29 settembre 2017 che ha approvato – ai sensi dell’art. 1, comma 8.1, del DL n. 191/2015 – le modifiche al Piano Ambientale. Posto che il rispetto del Piano Ambientale costituiva e costituisce condizione per la prosecuzione delle attività produttive e che le modifiche richieste da ArcelorMittal (e consentite dalla normativa vigente) erano collegate all’attuazione del Piano Industriale oggetto dell’Offerta, ArcelorMittal ha voluto disciplinare gli effetti contrattuali derivanti dall’eventuale accoglimento, in tutto o in parte, di tali ricorsi.

(2) La disciplina contrattuale regolamenta quindi il caso in cui entro la data di esercizio (cioè entro la data in cui ArcelorMittal avrebbe dovuto esercitare l’obbligo di acquisto) sia intervenuta:

(a) una sentenza definitiva;

(b) una sentenza esecutiva (di primo grado) non sospesa;

(c) un DPR di accoglimento di un ricorso straordinario (proposto dalle Organizzazioni ambientaliste e dalle Organizzazioni di consumatori nonché di singoli cittadini) non sospeso;

(d) un provvedimento amministrativo o legislativo non derivante da obblighi comunitari

con cui venga disposto:

– l’annullamento integrale del DPCM 29.9.2017; ovvero

– l’annullamento parziale “tale da rendere impossibile l’esercizio dello stabilimento di Taranto (anche in conseguenza dell’impossibilità, a quel momento, di adempiere ad una o più delle prescrizioni da attuare ovvero dell’impossibilità di adempiervi nei nuovi termini come risultanti dall’annullamento in parte qua)”.

(3) Entro 15 giorni dal verificarsi di una delle evenienze di cui al precedente punto, ArcelorMittal ha il diritto di recedere dal contratto attraverso una comunicazione scritta alle Società in AS.

(4) Ulteriore previsione contenuta all’art. 27.5 – direttamente connessa alle precedenti – è relativa alla sopravvenienza di “un provvedimento legislativo o amministrativo, non derivante da obblighi comunitari, che comporti modifiche” al DPCM 29.9.2017 “che rendono non più realizzabile, sotto il profilo tecnico e/o economico, il Piano Industriale”.

(5) Dalle previsioni contrattuali sopra richiamate discende dunque che il diritto di recesso disciplinato in Contratto consegue esclusivamente da provvedimenti giudiziari o amministrativi o legislativi che comportino l’annullamento totale o parziale del DPCM 29.9.2017 tale da rendere impossibile l’esercizio dello stabilimento di Taranto ovvero la modifica dello stesso DPCM tale da rendere “non più realizzabile, sotto il profilo tecnico ed economico, il Piano Industriale”. Presupposto necessario per l’applicazione dell’art. 27.5 del Contratto è dunque un intervento sul Piano ambientale, DPCM 29.9.2017, e non un qualsiasi altro intervento – anche normativo – che non impatti su tale DPCM.

(6) Sembrerebbe dunque fuori centro l’affermazione di AMI secondo cui la legge di conversione del d.l. “Crisi”, eliminando la Protezione Legale, “ha un impatto irrimediabilmente dirompente sul Contratto perché, tra l’altro, comporta una modifica del Piano Ambientale che rende non più realizzabile il Piano Industriale” e pertanto dovrebbe applicarsi “l’art. 27.5 del Contratto”. Tale provvedimento legislativo non comporta alcuna modifica al Piano Ambientale, eliminando la tutela legale che è estranea al Piano Ambientale quale atto amministrativo regolante l’esecuzione degli interventi ambientali.

(7) Per quanto sopra schematicamente riportato, anche in una interpretazione sistematica (e non solo letterale), la modifica del DPCM del 2017 è elemento necessario alla fattispecie che determina l’insorgenza del diritto di recesso. Ma, come detto, il DPCM non è stato, neanche minimamente, intaccato.

Certamente questa non è la sede più opportuna per disquisizioni giuridico-legali.

Volevo solo portare alla vostra attenzione, in maniera quanto più possibile asettica, alcuni dati e spunti tratti dal Contratto dal quale, tre giorni fa, ArcelorMittal ha palesato di voler recedere.

LA VICENDA DI AFO2

Altra vicenda che merita un sia pur sintetica ricostruzione è quella relativa all’altoforno n. 2 dello stabilimento produttivo di Taranto, il c.d. “AFO2”.

Lo scorso 17 settembre, la prima sezione penale del Tribunale di Taranto (Riesame delle misure cautelari) si è pronunciata in merito all’appello presentato da Ilva S.p.A. in A.S. avverso l’ordinanza del 31 luglio 2019 del Giudice monocratico del medesimo Tribunale con cui era stata rigettata la concessione della facoltà di uso di AFO2 condizionatamente all’adempimento delle prescrizioni già impartite dalla Procura di Taranto per la messa in sicurezza dell’impianto medesimo, nell’ambito del decreto di sequestro preventivo emesso in data 29 giugno 2015 per gli accadimenti che avevano portato alla scomparsa dell’operaio Alessandro Morricella, avvenuta in data 12 giugno 2015.

Ricordo che la restituzione condizionata dell’Altoforno 2 era stata disposta dalla Procura di Taranto, a seguito della emanazione del decreto-legge 4 luglio 2015, n. 92, che aveva normativamente disposto la facoltà d’uso dell’impianto sottoposto a sequestro, nonostante il sequestro medesimo (decreto-legge poi dichiarato costituzionalmente illegittimo nel febbraio 2018 da parte della Corte costituzionale, con sentenza n. 58/2018).

Va detto che, a seguito del decreto di sequestro del giugno 2015, la Procura aveva emesso, nel settembre dello stesso anno, il decreto di restituzione condizionata all’adempimento di specifiche prescrizioni per la messa in sicurezza.

Successivamente, con nota del 27 giugno 2017 e consulenza tecnica del 1° gennaio 2019, Ilva aveva illustrato le ragioni di carattere tecnico in virtù delle quali alcune prescrizioni erano state ritenute non attuabili, mentre altre erano state eseguite come richiesto.

Il 31 luglio 2019 il Giudice monocratico presso il quale era incardinato il giudizio di cognizione per l’omicidio colposo di Alessandro Morricella aveva rigettato l’istanza di concessione di uso dell’altoforno 2 per una serie di motivi:

Il Giudice riteneva inoltre che nemmeno potrebbe valere il richiamo al principio di proporzionalità tra il pregiudizio alle ragioni di Ilva derivante dallo spegnimento dell’altoforno e le esigenze da tutelare, perchè tale principio non potrebbe in ogni caso condurre ad una sostanziale vanificazione delle finalità e degli effetti della misura applicata. Pertanto, concludeva il Giudice monocratico, l’eventuale concessione di una ulteriore facoltà d’uso si sarebbe tradotto “in un’inammissibile surrogato del decreto c.d. salva Ilva”, parole del Giudice.

Con l’atto di appello la difesa di Ilva ha contestato al Giudice monocratico alcuni profili della ordinanza impugnata.

Il Tribunale, nel decidere in merito all’impugnazione, addebita all’Ilva una colpevole condotta e un colpevole ritardo, non avendo mai impugnato il provvedimento della Procura del 7 settembre 2015 ma nemmeno avendo mai posto pienamente in essere le prescrizioni in esso contenute. Il Tribunale tuttavia riconosce che attualmente c’è la volontà concreta da parte di Ilva di adeguarsi alle prescrizioni della Procura senza alcuna istanza dilatoria.

Il Tribunale quindi si ritiene incaricato dell’individuazione del punto di equilibrio tra la tutela della sicurezza dei lavoratori e la continuità della produzione industriale e ritiene a questo proposito che il rischio per la sicurezza dei lavoratori, come dedotto nel decreto di sequestro del 29 giugno 2015, sia “non estinto, ma sensibilmente attenuato”.

Per tali motivi il 17 settembre scorso, accogliendo parzialmente l’appello nell’interesse di Ilva S.p.a. in A.S., ha concesso all’appellante la facoltà d’uso di AFO2 entro un termine, ovviamente con l’adempimento delle prescrizioni, entro un termine non superiore a quello originariamente concesso. Significa entro il 13 dicembre 2019.

Questa la cronologia degli eventi e lo stato dell’arte su AFO2. Come può constatarsi, la questione è attualmente pendente presso i competenti organi giudiziari. Non è nella disponibilità del Governo, a meno che il principio della separazione tra Poteri dello Stato non sia, nel frattempo, venuto meno intervenire sulla questione AFO2 che è anche determinante rispetto a quanto dice ArcelorMittal. 

TARANTO CITTÀ

È doveroso soffermarmi anche sulla situazione della città di Taranto, delle famiglie tarantine, dei cittadini di Taranto e della provincia di Taranto, ossia su tutti coloro che quotidianamente vivono la questione ambientale, sociale ed economica dell’area tarantina.

Non è facile affrontare una situazione articolata come quella odierna composta da problematiche e competenze peculiari e al contempo molto articolate. Abbiamo però una occasione perché ci sono strutture, competenze e risorse già disponibili per il perseguimento di grandi obiettivi per riabilitare il territorio.

Mi riferisco ovviamente al Tavolo istituzionale permanente per Taranto, la cui presidenza è affidata al Ministero dello Sviluppo economico e al sottostante contratto istituzionale di sviluppo che vede risorse già assegnate per circa 1,1 miliardi di euro. Spetta ora a noi il compito di renderne efficace e tempestiva l’azione. Credo che sia più opportuno che fare tavoli, fare ricadute sul territori efficaci ed efficienti .

L’azione politica intende dare continuità agli obiettivi individuati negli ultimi sei mesi:

il lavoro di monitoraggio, attualizzazione dei contenuti e sblocco delle risorse già disponibili;

tracciare un nuovo quadro di sviluppo ;

affiancare un’azione strategica di valorizzazione dell’economia tradizionale (cibo, turismo, cultura).

Credo che bisogna lavorare per ridare dignità al territorio di Taranto. Veniamo ora all’incontro di ieri con la società e il futuro dell’ex Ilva di Taranto.

Io ho voluto esporre i fatti che oggi tracciano il quadro della situazione per cercare di oggettivizzare alcuni argomenti di trattazione.

L’INCONTRO DI IERI CON LA SOCIETÀ E IL FUTURO DELL’EX ILVA E DI TARANTO

Voglio ribadire che parlare di Ilva e parlare del problema che oggi stiamo affrontando e cerchiamo di affrontare non è soltanto parlare di uno stabilimento siderurgico o di uno stabilimento produttivo. E’ parlare del piano industriale del nostro Paese, è parlare di una visione industriale del nostro Paese dove la siderurgia non può non essere al centro, dove la produzione siderurgica non può non essere al centro per le ricadute drammatiche che il nostro Paese dovrebbe affrontare, laddove non ci fosse più produzione interna di acciaio. Io su questo voglio essere molto chiaro perché il Governo parla con una voce sola, pensare alla chiusura dello stabilimento ILVA ha un’immediata ricaduta su quel territorio in termini occupazionali e quindi sociali, ha un’immediata ricaduta sull’indotto e su tutti i settori produttivi italiani, dal settore delle costruzioni alla cantieristica navale.

Pensare di non avere produzione interna di acciaio significa non avere la possibilità di un piano industriale serio per il nostro Paese.

Nell’incontro di ieri, ringrazio il Presidente del Consiglio per aver voluto prendere in carico questa vertenza immediatamente appena esplosa, ringrazio i colleghi del Consiglio dei Ministri che assieme a me si sono impegnati nell’incontro che abbiamo fatto.

Il Presidente del Consiglio da subito ha manifestato la disponibilità del Governo di fare tutto quello che il Governo può fare, mantenendo il principio di separazione dei poteri, perché presso i tribunali non possiamo intervenire, per consentire ad Arcelor Mittal di garantire l’impegno al rispetto del piano industriale, del piano occupazionale, dell’accordo sindacale e del contratto sottoscritto. Questo è stato l’impegno che il Governo per bocca del Presidente del Consiglio, con la presenza di quasi tutto il Consiglio dei Ministri davanti ai vertici di ArcelorMittal, si è preso e per tutta risposta ArcelorMittal ha risposto in modo univoco, a prescindere da tutte le evidenze collaterali e da tutte le questioni aperte e collaterali. Anche risolte quelle AreclorMittal non si impegna in nessun modo a produrre più di 4 milioni di tonnellate annue, chiede 5 mila esuberi, non da alcuna garanzia che queste misure siano contingenti, vista la difficolta del mercato dell’acciaio, ma ritiene strutturale quell’impegno.

ArcelorMittal ieri ci ha detto in modo plastico che non è in grado di rispettare il piano industriale e di conseguenza il piano occupazionale e questo il Governo Italiano non può accettarlo. Io non ho mai avuto problemi nella mia vita a mettere la faccia sulle cose che faccio, se volete dare la responsabilità a me datela ma io chiedo un atto di responsabilità di tutte le forze politiche, dalla mia forza politica all’ultima forza politica di opposizione, perché questa vertenza la risolviamo con il sistema Paese. Se vogliamo riuscire a garantire la continuità produttiva di quello stabilimento la risposta dev’essere del sistema Paese, di questa aula del Parlamento, dell’altra aula del Parlamento, delle forze sociali, delle forze sindacali.

C’è necessità di un atto di grande responsabilità di tutte le forze politiche. La politica non si deve fare in questo caso con dei tweet ma si fa con serietà. Noi ci mettiamo la faccia e vogliamo essere seri e credibili e dire a quell’azienda, a quella società, che non può pensare di aver sottoscritto un accordo e di disattenderlo dopo 10 mesi .

I Commissari straordinari nell’anno precedente hanno ottenuto risultato economici migliori di ArcelorMittal, questa è la verità. Quell’impresa, evidentemente, non aveva intenzione di fare produzione in quello stabilimento.

Io credo che lo dobbiamo al nostro Paese perché in altri Paesi quando si affrontano crisi che mettono a serio repentaglio l’economia di un Paese intero, si risponde in modo unito e unitario non accusandosi ripetutamente e vicendevolmente.

Grazie”. 

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