Amarcord rossoblù: Pietro Maiellaro

 

"Taranto sempre nel mio cuore, ho il desiderio di tornare allo Iacovone", queste le parole dell'ex numero 10 rossoblù che incantò i tarantini per due stagioni dal 1985 al 1987
pubblicato il 01 Novembre 2019, 08:04
13 mins

 Pietro il grande, lo Zar, il Maradona del Tavoliere, il Poeta 2 (quello originario era Claudio Sala, mezzala degli anni’70 del Torino): sono  solo alcuni dei soprannomi affibbiati ad un numero 10 che a Taranto ha lasciato ricordi indelebili per le sue giocate sopraffine: Pietro Maiellaro, classe 1963 da Candela, provincia di Foggia, protagonista di due indimenticabili stagioni (1985-86 e 1986-87) in riva allo Jonio.

Che ne possono sapere di Maiellaro i millennials e dintorni che l’anno scorso si sono esaltati al pensiero di avere in squadra “l’ei fu” Messi del Molise, alias Vittorio Esposito?Forse qualche papà o qualche zio nostalgico può aver tramandato alle nuove generazioni le gesta di questo giocatore dalla tecnica sopraffina e dal carattere focoso che ha deliziato gli spalti dello Iacovone quando al cambo ci andavano in venticinquemila.

Il mio cuore batte sempre forte per il Taranto e i tarantini, forza Taranto sempre. Ho il desiderio di tornare a vedere una partita allo Iacovone, l’ho detto a chi di dovere, attraverso il mio amico direttore Galigani dal quale attendo un cenno. Sono quattro- cinque anni che manco da Taranto e vorrei salutare i tanti amici lasciati giù da voi”.

Partiamo dai saluti finali per raccontare chi è stato per i tifosi del Taranto Pietro Maiellaro (57 presenze, 10 gol e tanti, tantissimi assist in maglia rossoblù). Sono bastate due sole annate per farsi amare dal pubblico tarantino e ci si chiede ancora perché,probabilmente per il sol fatto di ricordare momenti indimenticabili della storia di questo club.

“Forse perché per tutti è stato un periodo molto bello. Il primo anno abbiamo vinto il campionato di C/1, il secondo ci siamo salvati agli spareggi dopo un girone di ritorno da primato” – racconta con voce ancora emozionata Maiellaro,  che oggi fa l’opinionista nelle tv locali del barese – “ Sono stati due anni meravigliosi, avevamo un gruppo di giocatori fantastico, unito come non mai: io, il mio fraterno compagno Totò (De Vitis), Rosario (Biondo) e poi Donatelli, Paolucci, Rocca e tutti gli altri; abbiamo lottato contro tutto e tutti, in casa non avevamo paura di nessuno, anzi le squadre che venivano a giocare allo Iacovone ci temevano molto. C’erano tutti i presupposti per continuare assieme anche il terzo anno e di giocarcela per andare serie A, sarebbero bastati un paio di innesti:un difensore ed un centrocampista. Ne parlai subito dopo gli spareggi di Napoli con il direttore Galigani ma purtroppo  le cose andarono diversamente e io fui sacrificato sul mercato per ragioni di cassa”.

I tifosi fecero una vera e propria rivolta alla notizia della tua cessione al Bari. Assaltarono, nel vero senso della parola, la sede della società. Che ricordi hai?

“Eh si, proprio quel giorno mi convocò in sede il direttore sportivo e mentre stavo per parcheggiare vidi una marea di gente che si dirigeva verso la sede della società. Io per timore parcheggiai, mi nascosi e vidi tutta la scena; rimasi impressionato da quanta gente c’era e di come fosse incazzata per la mia cessione. Se fossi stato visto probabilmente non starei qui a parlarne….

Mi fu dato per diverso tempo del traditore ma poi molti anni dopo si è saputo il reale motivo della mia cessione. Io non volevo assolutamente andare via. Tutto quel rancore era dovuto perché mi stavano cedendo agli odiati cugini del Bari che in quel periodo mi fecero un’offerta migliore della Roma. Poi si venne a sapere degli interessi economici che aveva a Bari il compianto presidente Fasano che poco prima con la sua azienda aveva perso delle importanti commesse in Libia. La colpa della mia cessione, alla fine, non è stata di nessuno, c’era l’esigenza di mantenere in vita la società ed il mio sacrificio fu necessario”.

Qual è la partita con la maglia del Taranto che ricordi di più?

Paradossalmente una giocata in campo neutro. Ultima giornata della stagione 1986/87: Taranto-Genoa 3-0, giocata a Lecce. Stracciammo una squadra che lottava per la promozione e che se avesse vinto sarebbe andata in serie A. Doppietta di De Vitis ed un gol mio davanti ad una marea di tifosi del Taranto giunti a Lecce. Eravamo convinti di esserci salvati ed invece il Bari perse in maniera strana….in casa con la Sambenedettese per 3-2 e fummo costretti agli spareggi. Ricordo la vigilia di quella partita. Eravamo in ritiro presso un albergo del centro di Lecce e ad un certo punto il direttore della struttura pregò me e Totò Devitis, mio compagno di stanza, di affacciarci alla finestra perché per strada c’erano tantissimi tifosi rossoblù che rumoreggiavano e chiedevano di noi. Una cosa bellissima, che ci diede una grossa carica”.

Perché nonostante doti tecniche universalmente riconosciute non hai avuto una carriera più luminosa ed hai smesso di giocare troppo presto ad alti livelli (31 anni, ndc)?

“Ero un po’ indolente, non mi andava più nemmeno di allacciarmi le scarpe. E poi nello spogliatoio ero un rompiscatole, nel senso che non le mandavo a dire. Avevo molta personalità. Pensa che a Firenze dopo nemmeno venti giorni dal mio arrivo già facevo parte della commissione interna della squadra con gente esperta e tosta come Dunga e Iachini”.

Parlaci della tua esperienza a Firenze, hai giocato con Batistuta ed il compianto Borgonovo…

“Batitusta era alla prima stagione e non era ancor il Bati-gol che tutti hanno conosciuto dopo, anche se segnò 13 reti. Borgonovo era una bella persona, un bravo ragazzo, avevo legato molto con lui. Vi racconto un paio di aneddoti: ricordo che mancavano tre-quattro giornate alla fine del campionato 1991/92 e lui era in trattativa per il rinnovo del contratto e mi chiese, per spingere la società a riconfermarlo, prima di un Fiorentina –Napoli, di fargli fare almeno un paio di gol. Io lo accontentai anche oltre, segnò una tripletta e la viola vinse 4-2; quel giorno dribblai tutti pur di farlo segnare. Poi ricordo che prima di ogni partita facevamo una sorta di rito propiziatorio: a me e a Borgonovo piaceva tantissimo la canzone di Micheal Jackson – Billy Jean – e pertanto lui mi chiedeva nello spogliatoio di cantarla assieme a squarciagola per caricarci. Era divertentissima questa cosa”.

Il gol più bello realizzato in carriera?

“Tutti ricordano un gol realizzato proprio alla Fiorentina nel 1993 con la maglia del Cosenza. Dribblai mezza squadra avversaria e poi infilai il portiere viola Toldo. A livello individuale credo che questo sia il più bello: c’era la tecnica, l’abilità nel dribblare, il possesso e la difesa della palla, il movimento del corpo, tutto insomma. https://www.youtube.com/watch?v=TB4P1YmoL4E   

Ma ricordo anche con piacere con il Taranto un gol in pallonetto in serie C al Messina nella stagione 1985/86 https://www.youtube.com/watch?v=0-Ke69xBM7w  o la rete siglata con un tiro al volo proprio in quel già citato Taranto-Genoa 3-0 (stagione 1986/87) ”. https://www.youtube.com/watch?v=fF4Ws-1EHnI

Perché ad un certo punto decidesti di andartene a giocare in Messico (stagione 1995-96 nel club Tigres Uanl)?

“Ho sempre desiderato provare un’esperienza diversa fuori dall’Italia, in un contesto differente per imparare un’altra lingua. Volevo fare questa cosa a tutti i costi e sono felicissimo di averla fatta. Mi sono culturalmente arricchito. Il Messico è un posto fantastico e poi ero ad un’ora e mezza dal confine con gli Stati Uniti e ogni quindici giorni me ne andavo in Texas. Fisicamente ero in fase calante anche se in quel campionato potevo giocare anche con una gamba sola. Si badava, infatti, poco alla tattica e più alla tecnica vista l’influenza del calcio sudamericano”.

C’è questa sorta di operazione nostalgia condotta su diversi social riguardo il calcio degli anni 80 e 90. Era veramente il più bello?

“In quegli anni il calcio viveva di maggiore spontaneità, era più vero. In serie A c’erano tanti campioni e quando segnavi tanti gol eri davvero bravo perché all’epoca si marcava a uomo e non a zona come ora ed i difensori ti si attaccavano addosso e non ti mollavano se non dopo il triplice fischio dell’arbitro. Si correva forse di meno, era un calcio meno fisico ma si vedevano delle giocate da favola. Ora le televisioni con i loro soldi sono dominanti, si parla troppo di calcio, ci sono troppe persone che si fingono esperte, attorno a questo sport girano troppi interessi ed il fatto che siano state legalizzate le scommesse non è per niente una bella cosa a mio avviso”.

Torniamo al Taranto, l’hai visto quest’anno?

“Dal vivo l’ho visto solo a Bitonto è non mi ha fatto una grossissima impressione dal punto di vista caratteriale. Ha dominato per quasi venti minuti nel primo tempo, ha sprecato tre palle gol e se fosse andato in vantaggio la partita avrebbe preso un’altra piega, però poi ha preso gol sull’unica palla concessa e nel secondo tempo è crollato improvvisamente; chi ha giocato a calcio sa che quel calo nella ripresa ha un perché, certe cose possono accadere…. La squadra a mio avviso è molto competitiva, dal punto di vista tecnico credo sia la più forte del girone, nel mercato di riparazione magari la puntelleranno ulteriormente; forse da quello che ho visto manca qualcosa dal punto di vista fisico e caratteriale. La concorrenza nel girone H quest’anno è agguerrita: Il Foggia ad esempio come rosa è inferiore a quella del Taranto ma è una squadra che ci mette molto agonismo in campo e attenzione anche al Cerignola che se mette in file due- tre risultati consecutivi  può dire la sua nella lotta promozione”.

Hai da consigliare qualcosa ai tifosi tarantini?

“Bisogna stare calmi, essere pazienti e stare vicini alla squadra. Indossare la maglia del Taranto pesa, solo chi ha giocato per questi colori conosce la pressione con la quale si scende in campo e se non sei temprato a questo genere di situazioni te ne vai sotto, per cui bisogna lasciare lavorare in tranquillità l’allenatore ed i giocatori e non andargli a rompere le scatole. Conosco la passione e l’amore viscerale dei tifosi tarantini per la propria squadra ma se si vuole ottenere il risultato finale occorre mantenere la calma”.

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