Ex Ilva, il dado è tratto. E’ il punto di non ritorno?

 

L'impressione è che sia stato tutto già deciso. Ipotesi chiusura cokerie a Agglomerato la più credibile. Intanto regna il caos in fabbrica e fuori
pubblicato il 24 Ottobre 2019, 10:23
20 mins

L’impressione è che si sia arrivati ad un punto di non ritorno. E che da qui a poche settimane la situazione dell’ex Ilva di Taranto possa deflagrare in tutta la sua drammaticità, aprendo scenari al momento non del tutto immaginabili. Ciò che sgomenta e lascia interdetti, è la superficialità con cui questa vicenda è stata trattata ad ogni latitudine: un atteggiamento che porterà ad un solo risultato, ovvero una sconfitta per tutti, nessuno escluso.

In questo marasma di voci, smentite, fonti interne, di detto e non detto, cerchiamo dunque, di fare il punto della situazione andando a toccare tutti gli aspetti di questa vicenda.

L’esimente penale: ma è stata davvero abrogata? 

La domanda può sembrare banale, o forse anche stupida. Di fatto però, la soppressione dell’art. 14 del decreto legge Salva Imprese, ha stralciato l’intervento legislativo del governo sulla norma relativa alle tutele legali previste per i gestori, gli affittuari e i futuri proprietari del siderurgico tarantino, durante le condotte poste in essere nell’attuazione del Piano Ambientale previsto per l’ex Ilva.

Questo, a nostro modo di vedere, riporterebbe la situazione a qualche mese fa, ovvero all’approvazione del decreto Crescita, al cui interno all’art. 46, che dal punto di vista oggettivo limitava l’esonero da responsabilità alle attività di esecuzione del Piano Ambientale, escludendo l’impunità per la violazione delle disposizioni a tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, ed ha individuato nel 6 settembre 2019 il termine ultimo di applicazione dell’esonero da responsabilità.

Dunque, siamo proprio sicuri che la norma sull’esimente penale sia decaduta del tutto? Secondo noi, probabilmente no. Resterebbe quindi circoscritta al Piano Ambientale e per questo sarà applicata impianto per impianto, ancorandosi ai tempi previsti dall’Aia per la messa a norma delle singole aree. Questo significa che mentre prima l’estensione riguardava l’attuazione del Piano Ambientale sino alla sua conclusione, adesso l’immunità scadrà ogni qual volta terminerà il termine previsto per l’attuazione di ogni singolo intervento. 

Addirittura, da Roma, fanno sapere che alla Camera potrebbe accadere ancora un clamoroso ribaltone: un emendamento a favore di un intervento ‘pro-Ilva’, godrebbe in effetti una maggioranza trasversale che supererebbe anche l’opposizione del Movimento 5 Stelle. Al momento però questa sembra più fanta politica che altro.

Sicuramente, nelle prossime ore dovrebbe arrivare un chiarimento ‘legale’ su quanto sopra. Almeno è ciò che speriamo. Senza dimenticare che la questione sulla costituzionalità della norma è ancora al vaglio del gip di Taranto. E che potrebbe tornare al vaglio della Corte Costituzionale. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/10/22/ex-ilva-esimente-penale-cassato-articolo-non-la-norma4/)

L’ex Ilva al centro di un ‘gioco’ tutto politico: tra i dissidi interni al M5S e il contrasto ai nemici di sempre del Pd e Renzi

E’ oramai sotto gli occhi di tutti che quanto accaduto negli ultimi giorni sia frutto di giochi ed interessi politici interni all’attuale maggioranza di governo. La senatrice Barbara Lezzi, che ha guidato i senatori del Movimento 5 Stelle proponendo l’emendamento per sopprimere l’articolo sull’esimente penale, ha centrato in pieno l’obiettivo: colpire il capo politico del Movimento, Luigi Di Maio (autore e fautore del compromesso con ArcelorMittal da cui uscì l’articolo in questione con la riscrittura di quanto previsto nel decreto Crescita) e mettere nei guai l’attuale ministro allo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, uomo di Di Maio.

Allo stesso tempo, è stata congelata ogni azione di opposizione all’approvazione dell’emendamento degli alleati (profondamente odiati dalla fronda guidata dalla Lezzi) del Partito Democratico e di Italia Viva del senatore Matteo Renzi (premier all’epoca, eravamo nel 2015, dell’approvazione del decreto legge che conteneva la norma sull’esimente penale). Come abbiamo già scritto nei giorni passati infatti, il mancato via libera all’emendamento soppressivo, avrebbe portato parte del Movimento 5 Stelle a far mancare la maggioranza al momento del voto in Aula avvenuto ieri: di fatto provocando una crisi di governo irreversibile.

Ed è francamente ben poca cosa l’aver ottenuto dal ministro l’impegno a seguire la strada indicata dall’ordine del giorno, presentato da Pd, Iv e Autonomia ed approvato dalle Commissioni Industria e Commercio, a perseguire la strada che preveda la tutela di tutti i diritti in gioco in questa infinita partita: la prosecuzione dell’attività produttiva, il lavoro, la salute e l’ambiente.

Oramai il dado è tratto e non si può più tornare indietro. 

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/10/22/ex-ilva-ministro-patuanelli-su-arcelormittal-senza-acciaio-non-ce-piano-industriale-paese2/)

Quali scenari per il futuro del siderurgico?

Come abbiamo scritto domenica scorsa, anticipando quanto riportato ieri e stamattina dalla maggior parte dei quotidiani nazionali e quanto dichiarato da diversi esponenti politici e sindacalisti nazionali, l’arrivo di Lucia Morselli risponde ad uno scenario molto chiaro e ben definito.

Far quadrare i conti di un’azienda che perde 150 milioni a trimestre, che chiuderà il 2019 con non più di 4,8 milioni di tonnellate prodotte a fronte di un limite massimo di 6. E che fa i conti da un lato con la crisi del mercato europeo dell’acciaio e dei dazi imposti dagli Stati Uniti, e dall’altro con un governo che nell’arco di un anno ha cambiato almeno tre volte idea sul futuro del siderurgico, oltre che aver mischiato le carte in tavola.

C’è un dato squisitamente tecnico: la totale chiusura dell’area a caldo è al momento l’extrema ratio. Che porta dritti dritti al taglio all’incirca di 5mila posti di lavoro. Chiusura peraltro invocata da più parti (da una parte del Movimento 5 Stelle, alla politica locale e regionale, oltre che dalle sigle ambientaliste e da diverse associazioni cittadine) che nasconde un artifizio linguistico: chiedere la chiusura dell’area a caldo significa di fatto chiudere l’ex Ilva senza se e senza ma. Ma questo come sempre non lo si ha il coraggio di dire.

L’eventuale, futuristico Accordo di Programma su cui molti sognano, non è dato sapere quali risorse utilizzerebbe per le bonifiche (al di là dell’idea di utilizzare centinaia di milioni di euro dal Fondo Coesione) e per garantire gli stipendi dei lavoratori, per non parlare della formazione degli stessi per le eventuali bonifiche.

Due dati su tutti: il primo riguarda gli attuali 1.600 lavoratori in cig rimasti nel contenitore di Ilva in Amministrazioe Straordinaria, di cui soltanto 300 dovrebbero essere utilizzati per le bonifiche delle aree rimaste in capo ai Commissari Straordinari: ad oltre un anno di distanza dall’accordo del 6 settembre del 2018, non è ancora dato sapere di cosa si dovranno occupare ed i corsi di riqualificazione dei lavoratori stanno per partire, in parte, con grandissimo ritardo. Se per soli 300 lavoratori si è ancora all’anno zero, immaginiamoci cosa accadrebbe per oltre 5mila di essi.

Secondo dato: già oggi, la Provincia di Taranto ha in dote nei vari comuni della Provincia 140 LSU (lavoratori socialmente utili), che da oltre 25 anni attendono una collocazione definitiva e a tempo indeterminato. E’ chiaro che la stragrande maggioranza dei lavoratori dovrebbe trasformarsi nel tempo in LSU: ai lettori ogni altra conclusione.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/09/immunita-e-ambiente-laccordo-che-blinda-arcelor2/)

C’è però in ballo un’ipotesi diversa: ovvero la possibilità, ad oggi la più concreta, della parziale chiusura di parte dell’area a caldo. Ovvero delle batterie delle cokerie (principale fonte di emissioni diffuse e fuggitive, le più pericolose e incontrollate) e dell’impianto di Agglomerazione (su cui troneggia il famoso camino E-312, principale fonte di diossina).

Di fatto, gli impianti più inquinanti e altamente impattanti da un punto di vista ambientale e sanitario, come i sottoprodotti gassosi, liquidi e solidi, contenenti sostanze tossiche e cancerogene che finiscono in parte nell’aria e su Taranto, verrebbero eliminati. Questo avverrebbe rifornendosi di coke distillato da fornitori esterni per quanto riguarda le cokerie, e di materiale già agglomerato come il pellet sempre dall’esterno. Restrebbero dunque in funzione soltanto gli altiforni e le accierie, fondamentali per l’alimentazione energetica del siderurgico attraverso il riutilizzo dei gas d’altoforno grazie alle centrali termoelettriche (CET).

Una soluzione del genere porterebbe al taglio di all’incirca 2mila lavoratori diretti, oltre al taglio almeno del 30% di tutti i servizi legati alle aree che verrebbero dismesse. Potrebbe essere questa l’ipotesi sulla quale trovare un compromesso con il nuovo ad e presidente del Cda di ArcelorMittal Italia? Chiudere parte dell’area a caldo, ridurre notevolmente l’impatto ambientale e sanitario dei reparti più inquinanti, soddisfacendo così le esigenze di chi chiede un ridimensionamento del siderurgico.

E’ chiaro però, che tutto questo significherebbe rivedere interamente il contratto firmato un anno fa. Verrebbe drasticamente dimezzato il prezzo di affitto e quindi eventualmente d’acquisto degli asset industriali del gruppo ex Ilva. Così come verrebbe ridisegnato il Piano Ambientale, dal quale verrebbero stralciate le parti relative agli impianti dell’area a caldo che verrebbero dismessi. Cosa farebbe di fronte a tutto questo il governo?

Senza mai dimenticare che l’accordo di modifica del Contratto del 2017, firmato da ArcelorMittal e dal governo lo scorso 14 settembre 2018, mette nero su bianco la possibilità, per la multinazionale che, qualora fosse cambiato il quadro giuridico e legislativo generale rispetto al quale si era svolta l’asta di aggiudicazione della cessione degli asset industriali del gruppo Ilva, ArcelorMittal avrebbe potuto riconsegnare allo Stato la gestione del sito.

Ma non c’è solo questo. Anzi. Sempre nell’addendum al contratto siglato il 14 settembre 2018 si legge che “l’affittuario potrà altresì recedere dal contratto qualora un provvedimento legislativo o amministrativo, non derivante da obblighi comunitari, comporti modifiche al Piano Ambientale come approvato con il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 settembre 2017 che rendano non più realizzabile, sotto il profilo tecnico e/o economico, il Piano Industriale“.

Il nuovo centro ricerche di ArcelorMittal sorgerà all'interno dello stabilimento.

Breve cenno sulla tanto da più parti sospirata decarbonizzazione. L’ex commissario straordinario Enrico Bondi, nel suo piano industriale del 2013, presentò l’ipotesi di provare una produzione con l’utilizzo del preridotto pari al 20%. Uno dei manager più capaci della storia di questo paese, qui da noi (dove in tanti si credono onnipotenti) venne preso a fischi e pernacchie e mandato via. Oggi in molti, non a torto per certi versi, lo rimpiangono.

La cordata messa in piedi dal gruppo Arvedi con l’indiana Jindal, prevedeva nel suo piano industriale la possibilità di produrre un milione di tonnellate d’acciaio senza l’utilizzo del carbone, quindi attraverso l’installazione dei forni elettrici a partire dal 2024. Era un impegno scritto che non sapremo mai se sarebbe stato mantenuto o meno. E soprattutto che risultati avrebbe dato in termini di qualità del prodotto finito. ArcelorMittal porta avanti sperimentazioni con il gas e l’idrogeno, ma ha parlato di una possibile lenta decarbonizzazione sino al 2050.

Tutti sanno che il siderurgico tarantino è un impianto a ciclo integrale unico in Europa. Per attuare una vera decarbonizzazione andrebbe di fatto smantellato interamente. Con la realizzazione di un piano industriale e ambientale che venga riscritto da zero. E con tempi e risorse certe per quanto concerne lo smantellamento e la bonifica delle aree su cui insistono i vecchi impianti. C’è qualche multinazionale che lo farebbe? Qualche cordata italiana o straniera pronta ad intervenire? Se sì, è questo il momento giusto. Altrimenti siamo come sempre nel campo della fantasia. O di campagna elettorale. Fate voi.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/10/20/2arcelormittal-e-morselli-sfida-al-governo-sullex-ilva/)

Scenari futuri, voci, fonti nascoste, ipotesi e strategie di mercato

Certamente, dietro tutta questa storia dell’Ilva, c’è un disegno molto più grande al quale non possiamo accedere. Restano però dei dati. Nel nuovo organigramma di ArcelorMittal Italia consegnato la scorsa settimana ai sindacati, ci sono delle parti tratteggiate, oscurate. Perché? 

L’Ufficio commerciale e vendite, che si occupa delle quote di mercato e della vendita prodotto, è rimasto legato ed è funzionale alla Morselli. Che ieri a pranzo si è recata a mensa, ha mangiato ed ha pagato alla cassa: tutto in religioso silenzio. Presenza che ha subito scatenato il panico tra i lavoratori presenti (“quindi vuol dire che se è venuta a mangiare alla mensa di quest’area licenzierà prima noi?” la domanda che molti si sono posti), che oramai sono in balia degli eventi. La posizione legata invece al Piano investimenti, dove ci sono i soldi tra cui i 600 milioni di euro che nel contratto di aggiudicazione sono legati al piano decontaminazione, sono rimasti in capo ad un componente di ArcelorMittal, Henri-Pierre Orsoni.

E’ chiaro quindi che tutto ciò che riguarda la produzione e la vendita è in mano alla Morselli. Sarà dunque lei a decidere il futuro dell’azienda. Del resto, un nuovo amministratore delegato che diventa anche presidente del Cda, è un’operazione insolita, visto che nei board delle grandi aziende al nuovo ad viene al massimo concessa la posizione di vice presidente.

Peraltro la Morselli risulta molto vicina all’ing. Carlo Mapelli del Politecnico di Milano, che si è interessato più volte alle vicende Ilva, e che la scorsa settimana è entrato a far parte del Cda della Accieria di Trieste, del gruppo Arvedi (che aveva messo in piedi, ricordiamolo ancora, la cordata AcciaItalia concorrente ad ArcelorMittal). C’è chi ipotizza che la produzione che verrà meno a Taranto, sarà spostata al nord. O addirittura un ritorno in rampa di lancia dello stesso Arvedi nel futuro dei siderurgico tarantino. Tutte ipotesi figlie di trame del mondo economico italiano che attirano sino ad un certo punto sinceramente.

Stesso dicasi per il ‘misterioso’ incontro di martedì a Roma tra il ministro Patuanelli e l’ad Morselli: è avvenuto? Non è avvenuto? Cosa si sono detti? Mistero. Nemmeno chi è più vicino alle due figure istituzionali è in grado di rispondere. Si è anche vociferato di un incontro tra lo stesso ministro e i vertici di ArcelorMittal che sarebbe avvenuto due settimane fa, nel quale la multinazionale avrebbe annunciato la volontà di ridurre la produzione del sito di Taranto a 4 milioni di tonnellate annue. Anche in questo caso conferme o smentite, nessuno è in grado di dire cosa sia vero e cosa no. Si brancola nel buio.

Siamo nel campo della pura narrazione. Che però presto potrebbe diventare realtà. Come abbiamo avuto modo di scrivere più volte negli ultimi tempi, manca di fatto un ‘Piano B’. Che potrebbe dare un senso a tutto questo. Ma si è passati gli ultimi 7 anni dietro una marea di cose inutili (a voler essere educati e non scurrili) che è anche inutile star qui a ripetere. E’ mancata la serietà, la competenza, l’intelligenza, la lungimiranza ad un’intera classe politica, dirigente, sindacale, imprenditoriale, intellettuale e della società civile. Ci si è solo parlati addosso, divisi, scontrati, rinfacciati, oltraggiati, insultati. E’ convenuto a tutti. Visto che sino al luglio del 2012 il 95% della città ignorava quasi del tutto il problema Ilva: oggi tutti pontificano, tutti ne parlano, tutti hanno soluzioni a portata di mano, tutti si raccontano una Storia molto diversa da ciò che in realtà è stata questa infinita vicenda.

E’ chiaro che si sta lentamente sgretolando un mondo. E che probabilmente nulla sarà come prima. Che come sempre ci saranno i sommersi e i salvati. E che ancora una volta arriviamo del tutto impreparati ad eventi di portata storica per la nostra città. Complimenti a tutti. Davvero.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/10/19/22ex-ilva-siamo-di-nuovo-al-caos-totale-serve-serieta/)

 

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

6 Commenti a: Ex Ilva, il dado è tratto. E’ il punto di non ritorno?

  1. Tasco

    Ottobre 24th, 2019

    Di sicuro si sta distruggendo l’economia di una città sulla base, al momento, di chiacchiere non provate da alcuna evidenza scientifica e di statistiche campate in aria e senza nemmeno nessuna valenza statistica dato il basso numero di abitanti coinvolti (stranamente sono risultate esserci in Italia provincie in stato molto peggiore della nostra) e senza che si sia svolto ancora nessun procedimento giudiziario al riguardo (le inchieste dei pm lasciano il tempo che trovano, dato il numero enorme di c… che fanno, come le statistiche giudiziarie ben riportano. si farebbe prima e meglio nei processi a lanciare una monetina, almeno avremo il 50% di possibilità di azzeccarci).
    Comunque la distruzione dell’economia porterà sicuramente a grossi problemi sociali, aumento esponenziale della delinquenza, spopolamento ecc.)
    Spero solo che il primo ad essere colpiti dalla delinquenza che verrà sia qualche esponente dei 5 stelle o dei verdastri.

    Rispondi
    • Alessandra Fiusco

      Ottobre 24th, 2019

      Signor Tasco, 200.000 persone a Taranto sono a rischio malattia e morte da 60 anni. La città si spopola a prescindere perché la gente che può scappa, chi non può muore. Pensa davvero che a chi non ha più nulla da perdere (noi tarantini), possa fare paura qualcosa? La verità è che gente come lei, che scrive dal proprio salotto con le finestre magari spalancate (noi tarantini non possiamo permetterci questo lusso..), parla di qualcosa che non conosce e quindi non capisce. Le chiedo perciò un dignitoso silenzio. Se si trasferisse a Taranto magari nel quartiere Tamburi con figli e nipoti a respirare esalazioni cancerogene per almeno un mese, forse avrebbe maturato le conoscenze e competenze giuste per esprimere un’opinione sensata. Fino ad allora si occupi di altro. Questo per rispetto dei nostri morti, numerosi e sempre più giovani. Grazie

      Rispondi
      • Tasco

        Ottobre 24th, 2019

        Io abito a Taranto e, al contrario di lei, mi informo sui dati ufficiali e non su topolino o sulla gazzetta dei verdi come fa lei… ci sono in italia situazioni molto ma molto peggiori di taranto, si informi prima di fare la sceneggiata napoletana.

        Rispondi
  2. Alessandra Fiusco

    Ottobre 24th, 2019

    Signor Tasco, 200.000 persone a Taranto sono a rischio malattia e morte da 60 anni. La città si spopola a prescindere perché la gente che può scappa, chi non può muore. Pensa davvero che a chi non ha più nulla da perdere (noi tarantini), possa fare paura qualcosa? La verità è che gente come lei, che scrive dal proprio salotto con le finestre magari spalancate (noi tarantini non possiamo permetterci questo lusso..), parla di qualcosa che non conosce e quindi non capisce. Le chiedo perciò un dignitoso silenzio. Se si trasferisse a Taranto magari nel quartiere Tamburi con figli e nipoti a respirare esalazioni cancerogene per almeno un mese, forse avrebbe maturato le conoscenze e competenze giuste per esprimere un’opinione sensata. Fino ad allora si occupi di altro. Questo per rispetto dei nostri morti, numerosi e sempre più giovani. Grazie

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  3. Marianna

    Ottobre 24th, 2019

    sicuramente i complimenti li faccio a Lei…..che sicuramente non vive a Taranto….e se ci vive forse ha degli interessi che non scrive nel suo articolo…..allo stato attuale dei fatti l’Ilva semina MORTE…..pertanto sono state date proroghe e quant’altro ma nulla è cambiato…..quindi ben venga la Chiusura dell’area a caldo o addirittura la Chiusura TOTALE….nn moriremo di fame……..RINASCEREMO

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    • Gianmario Leone

      Ottobre 24th, 2019

      Gentile lettrice, il suo commento è passabile di querela, oltre che offensivo. Ma va bene anche questo.
      Spero lei abbia ragione, che dirle.

      Saluti

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