Mittal, a Taranto la ricerca. Ma come si produrrà?

 

Mittal presenta il suo nuovo centro di ricerca. Allo studio soluzioni hi-tech per ridurre l’impronta di carbonio nella realizzazione dell’acciaio. Ma sul ciclo produttivo di Taranto nessuno si sbilancia.
pubblicato il 22 Ottobre 2019, 17:20
5 mins

La strada per arrivare alla sala congressi dello stabilimento ArcelorMittal è la solita. Sul percorso si nota che i vecchi stemmini Ilva sono sempre meno, sostituiti dai loghi dei nuovi gestori (non ancora proprietari, come ben sa chi segue assiduamente la vicenda e si documenta). Nel foyer della sala, sul grande plastico che rappresenta lo stabilimento è comparsa (accuratamente incompleta) la copertura dei parchi minerali.

Il centro ricerche sorgerà in una palazzina in ristrutturazione, all'interno dello stabilimento.

La palazzina che, una volta ristrutturata, ospiterà il centro ricerche.

Piccoli segnali, che vogliono suggerire sin da subito a chi si approccia a questi ambienti che l’aria è cambiata. Proprio di fronte alla sala c’è una palazzina ai lavori. Qui, ci viene spiegato, nascerà il nuovo centro ricerche di ArcelorMittal Italia. Il cambiamento suggerito da stemmi e stemmini dovrà passare da qui.

Si studiano nuove tecnologie

Con dovizia di particolari (e una certa enfasi sull’importanza epocale del momento), Gregory Ludkovsky (Vicepresidente ArcelorMittal, CEO Ricerca e Sviluppo Global), Alan Knight (General Manager di ArcelorMittal per la Responsabilità Sociale d’Impresa) e Nicolas Bontems (direttore designato del nuovo centro di ricerca di Taranto) espongono gli sforzi di ArcelorMittal a livello globale (sottolineiamo, a livello globale) per migliorare la qualità del prodotto e per ridurre l’impronta di carbonio del ciclo produttivo. Le tecnologie esposte sono futuristiche: addirittura è in studio un sistema che dovrebbe prevedere, tramite sensori, le avarie di alcuni macchinari, predisponendo in anticipo i pezzi di ricambio necessari tramite stampanti 3D. Roba da fantascienza, verrebbe da dire, ma cosa si studia, invece, sul fronte ambientale? Anche qui, sostengono da Mittal, molto si sta facendo sin da ora, tanto che l’azienda si dice in prima linea per il rispetto degli obiettivi previsti dagli Accordi di Parigi per il clima. In Mittal, ci fanno sapere, si stanno valutando le alternative al carbone nel ciclo produttivo, dall’idrogeno all’elettricità, alle biomasse.

Ma a Taranto…

Quando però, con grande insistenza, diversi giornalisti chiedono ai relatori cosa di queste tecnologie riguarderà concretamente lo stabilimento di Taranto, le risposte sono evasive. Le tecnologie, ci viene spiegato, vengono applicate nei vari stabilimenti che Mittal gestisce in giro per il mondo a seconda delle specifiche potenzialità ed esigenze locali. Dunque, non esiste un’unica ricetta. E la ricetta per lo stabilimento di Taranto ancora non è stata definita. Per ora, alla domanda «Si avvieranno processi di decarbonizzazione all’ex-Ilva?» la risposta è «Forse». Un «forse», aggiungiamo noi, che difficilmente si tramuterà in qualcosa di più preciso se prima Mittal non sarà divenuta a tutti gli effetti proprietaria dello stabilimento.

Si collabora con l’Università

Una notizia positiva, comunque, la si porta a casa da subito: il nuovo centro di ricerca (l’undicesimo di ArcelorMittal a livello globale, in cui lavoreranno tra i 20 e i 25 ricercatori, di cui 12 già assunti) collaborerà con istituzioni accademiche di tutta Italia, e in particolare con le sedi tarantine di Università e Politecnico di Bari. La partnership in corso di definizione prevederà progetti di ricerca comuni, stage aziendali nonché erogazione di borse di studio.

Il futuro pone grandi interrogativi

Se il futuro dello stabilimento di Taranto è ancora, in parte, da scrivere, le complesse relazioni dei dirigenti di Mittal pongono alcuni problemi di portata ben più ampia della pur ampia questione industriale tarantina. Esse, infatti, pongono sul tavolo una verità che è nota a tutti: che nel futuro servirà ancora acciaio. Forse più di oggi, e per vari motivi, dal rapporto peso-resistenza alla quasi totale riciclabilità. E dunque, a prescindere da quale sia il destino dell’obsoleto siderurgico di Taranto (ammodernamento, chiusura, ricostruzione ex-novo degli impianti più datati), non si può pensare che la soluzione al problema dell’inquinamento sia semplicemente la chiusura delle fabbriche, perché la produzione non cesserebbe di certo, ma continuerebbe, magari lì dove ci sono meno controlli (e anche su questo i vertici di Mittal chiedono una maggiore attenzione alle importazioni da parte delle istituzioni europee). E alla fine, il tutto si riversa in un’atmosfera che, quella sì, è la stessa per tutti.

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