La vera grande scommessa di Taranto

 

Le divisioni non aiutano per un futuro diverso. E non si investe sui giovani, vera risorsa per un'altra città
pubblicato il 17 Ottobre 2019, 18:39
8 mins

Esimente, immunità, addendum, collinette, bonifiche, cassintegrati, indotto, crisi dell’acciaio, perdite, sentenze, inchieste, sequestri, lady di ferro… insomma, su ex Ilva o ArcelorMittal ne sentiamo tutti i giorni, e da tutte le visioni possibili e immaginabili. Già, l’acciaieria più grande d’Europa è davvero sotto i riflettori h24. A conferma di come dal 2012, anno fatidico, sia cambiato molto oppure poco o nulla addirittura.
Essì, tra alcuni mesi saranno otto gli anni impetuosi di uno dei più grandi stabilimenti europei. Anni di polemiche e veleni, di tuttologi e vangeli sparsi, di accuse e difese, di leggi e leggine: un minestrone maldestro di vicende, in cui ognuno gattopardescamente e dall’alto della propria sapienza ha fornito il suo ingrediente. Con il risultato di aver cosparso la via d’uscita non già di petali di rosa ma di piante d’ortiche.
Anni consumati nel nulla o nel poco può affermarsi, visto e considerato che il ‘mostro’ è lì e sbuffa senza soluzione di continuità. Magari con motori a basso regime, nel tentativo di sistermarne qualche biella e sostituire gli scarichi dei gas. Però, è lì. Stracolmo di problemi, dentro e fuori i suoi confini.
Oltre c’è una città frammentata. Periferie distanti dal cuore e idee contrastanti. Visioni figlie e parenti prossime del falso benessere vissuto tra gli anni ’70 e ’90, quando la moneta circolava e i tarantini impettivano d’orgoglio, privilegiando la polvere sotto il tappeto e i portafogli più che sufficientemente pieni, evitando preoccupazioni e, soprattutto, previsioni nefaste. Quelle che tormentano oggi e il futuro più immediato.
Una striscia di eventi lunghissima, in una società – quella nostrana – in cui sullo sfondo a inchiodarci – tutti ma proprio tutti – c’è l’infinito elenco di vittime, danni non collaterali: urla che non si placano per una giustizia che tarda ad arrivare. Semmai arriverà.
E qui c’è la spaccatura più netta tra chi vuole la chiusura del ‘mostro’ a prescindere e chi, invece, immagina emissioni zero e occupazione salva. Chi sacramenta, a giusta ragione, per la devastazione di una terra straordinaria e di famiglie colpite. Chi, al contrario, riesce a coniugare e sognare, più che l’armistizio, una soluzione pacifica. Anche su questo punto: può affermarsi che sia cambiato qualcosa dallo ‘scoppio’ della vicenda, e cioè da quel luglio del 2012 in cui esplose in tutta la sua drammaticità?
No, perchè le posizioni restano nette, seppur qualche scricchiolìo nelle due fazioni s’è avvertito e s’avverte quotidianamente. In mezzo, però, c’è la voglia di tanti nel dare un senso alla bellezza della città. Una bellezza certamente graffiata ma non irrimediabilmente. Che parla d’amore per la propria terra trasformata in energia per rinascere: se Taranto oggi guarda con speranza a un futuro differente, è proprio perchè quell’amore non è mai morto e i tarantini hanno ricominciato a scoprirsi e a scoprire quanta ricchezza ha resistito e resiste ai veleni.
Insomma, una svolta su un percorso complicatissimo ma intrapreso. Dapprima da pochi, mentre ora da molti. E, qualcuno forse salterà dalla sedia, anche accompagnata da scelte politiche non trascurabili anche se tuttora poco visibili e, soprattutto, ancora poco incisive per definirle sterzate decisive. Del resto, se oggi Taranto registra fermenti, culturali e di visione, è evidente che qualcosa s’è incuneato fra le posizioni oltranziste di cui sopra. E i risultati pian pianino cominciano a intravedersi all’orizzonte.
Sarà questa la strada giusta? Quella che da un po’ di tempo a questa parte usa definirsi con lo slogan ‘Un’altra Taranto è possibile’? Qui azzardiamo e pigiamo il tasto verde: da tempo, da anni ci crediamo. Nonostante tutto e tutti. Senza scomodare Dostoevskij (“La bellezza salverà il mondo”), l’idea di una Taranto che sappia raccontarsi è un medicinale chimicamente dolce, il cui bugiardino non prevede controindicazioni e può ingerirsi a qualunque età. Perchè Taranto, come ormai tutti sanno anche oltre le Cheradi, ha una storia ultramillenaria che va scoperta e narrata. Perchè Taranto è indubbiamente bella e se da tempo è mèta di turisti, qualcosa vorrà pur dire.
Basta tutto questo per guardare al domani con ottimismo? No, certo che no. Perchè restano i fumi e i conflitti sociali, benzina di una economia povera e di una qualità della vita tra le più basse d’Italia. Perchè per svoltare definitivamente occorre tanto e soprattutto servono uomini coraggiosi e, per certi versi, rivoluzionari insediati nelle stanze che contano. Uomini illuminati e non soci di lobbies e comparanze che nei decenni hanno contribuito (e non mollano ancora…) alla devastazione di questo territorio.
Concetti, di sicuro, spesso ripetuti ma quanto mai necessari in un tempo in cui i conflitti sociali sono in aumento e la battaglia con la ‘grande industria’ sembra ancor più aspra e lontana dal trovar soluzione. E, soprattutto, con l’altro grande contrasto apparentemente d’importanza minore: mentre si tenta in qualche modo di far decollare Taranto quale sede universitaria (ma qui s’aprirebbe un’altra discussione sui modi), i giovani fuggono comprensibilmente via depauperando il tessuto culturale della città. Cervelli che mancano all’assoluto bisogno di ricambio generazionale.
Ecco il grande investimento del quale non scoviamo traccia: le giovani leve. E’ un guasto tutto italiano, d’accordo. Ma qui tocca punte negative d’eccellenza e gli effetti non soltanto si vedono ma in futuro saranno incalcolabili. Perchè restano pochi, pochissimi i giovani pronti a sfidarsi qui, dotati di grande preparazione e ambiziosi nel dimostrare quanto Taranto possa offrire. I giovani hanno energia da vendere, e non tutti appartengono a quelle fasce di perduti nei social e malati di talents e di falsi miti.
Allora, il problema più grande è governare il cambiamento di questa città. In cui i camini velenosi andrebbero almeno progressivamente spenti e la narrazione non sia solo di aria ammorbata ma anche di storia antica e di bellezza indiscussa. Un cambiamento nel seminar cultura in cui Leonida, Archita, Aristosseno e ancora Paisiello, Costa e tanti altri non siano soltanto personaggi e fantasmi ma esempi limpidi.
Questa è la più grande scommessa, quella di una comunità che va (ri)costruita riunendo le fazioni, senza pregiudizi. Altrimenti, l’impoverimento di questa terra sarà la strada senza ritorno.

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Giornalista pubblicista, tarantino, 56 anni, fino al 2003 ha curato le pagine sportive del "Corriere del Giorno", seguendo principalmente il Taranto e il mondo della pallavolo. È stato corrispondente de "La Gazzetta dello Sport" fino al 2004. Ha poi diretto, sono al 2007, il mensile di cultura e spettacoli "Pigreco". Dal 2007 a luglio del 2015 è stato direttore responsabile del quotidiano "TarantoOggi".

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