Ex Ilva, l’esimente penale blocca il Dl Imprese

 

Una parte del Movimento 5 Stelle chiede la soppressione della norma. Al vaglio due ipotesi: porre la fiducia al Senato o stralciare l'art.14
pubblicato il 17 Ottobre 2019, 08:42
12 mins

Le vicende legate all’ex Ilva di Taranto sono ancora una volta al centro del dibattito della politica nazionale. Il motivo del contendere, tanto per cambiare, è la norma relativa alle tutele legali previste per i gestori, gli affittuari e i futuri proprietari del siderurgico tarantino, durante le condotte poste in essere nell’attuazione del Piano Ambientale. La così detta ‘immunità penale‘, termine peraltro mai esistito nella norma del 2015 che istituì quella che in realtà si chiama esimente penale.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/10/09/ex-ilva-su-esimente-penale-consulta-rinvia-atti-al-gip4/)

Quello che sta accadendo nelle ultime ore ha dell’incredibile. I lavori delle commissioni Industria e Lavoro del Senato sono fermi sul Dl Imprese che contiene le norme su rider e crisi aziendali. La seduta, slittata da ieri mattina al primo pomeriggio, è stata infine nuovamente aggiornata alle 8,30 di oggi senza che siano state avviate le votazioni sugli emendamenti, impedendo al testo di approdare in Aula ieri pomeriggio come inizialmente previsto.

Tra le questioni ancora aperte, c’e’ appunto il ‘nododell’articolo 14 del Dl che contiene una riscrittura dell’art. 36 del Decreto Crescita, con il quale era stato meglio delimitato nel tempo il confine temporale entro il quale la norma si dovesse applicare: di fatto si legava l’esimente penale alla scandenza temporale naturale prevista per ogni prescrizione presente nel Piano Ambientale, cancellando la copertura totale prevista sino al 2023 dalla norma del 2015.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/10/08/2ex-ilva-immunita-i-pareri-di-capristo-e-arpa/)

Sembrava che la riscrittura dell’art. 36 del Dl Crescita, inserito nel Dl Imprese, avesse chiarito e definito una volta e per tutte la questione. Ed invece, complice anche il cambio della maggioranza del nuovo governo, alcuni senatori e parlamentari del Movimento 5 Stelle con a capo il giornalista Gianluigi Paragone, appoggiati dai deputati tarantini del Movimento, hanno presentato un emendamento soppressivo dell’articolo di legge.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/09/04/ex-ilva-ecco-il-decreto-immunita-legata-al-piano-ambientale6/)

E’ chiaro che l’azione messa in atto sia tutta politica. Da un lato infatti si cerca di ‘stanare‘ i nuovi alleati di governo del Partito Democratico, che quella norma del 2015 hanno introdotto quando erano al governo con Matteo Renzi nel ruolo di premier. Dall’altro si vorrebbe, in maniera alquanto pacchiana e fuori da ogni logica, tornare a recitare un ruolo di ‘duri e puri’ e oltranzisti sulla vicenda Ilva, a cui non crederebbe più nemmeno un adolescente alle prime armi con la politica.

Il problema c’è” ha ammesso candidamente ieri pomeriggio il relatore al dl ‘salva-imprese, Gianni Girotto (M5S), a chi gli chiedeva della questione relativa all’esimente penale per l’ex Ilva, gestita da oltre un anno dalla multinazionale Arcelor Mittal. “Stiamo cercando di trovare la soluzione in questi minuti“, ha spiegato il relatore ai giornalisti presenti al Senato. Come detto, a bloccare i lavori, è proprio l’emendamento firmato da 17 parlamentari M5S che chiede la soppressione dell’articolo del decreto dedicato all’ex Ilva.

La soluzione può essere di qualsiasi tipologia“, ha detto ancora Girotto. Dopo di che, ha sottolineato, per alleggere la questione, che ci sarebbero anche altri “nodi da sciogliere” e bisogna aspettare tutti i pareri della commissione Bilancio. Ecco perchè “siamo in ritardo“, ha constatato. Sulla questione il senatore M5s, Gianluigi Paragone, firmatario dell’emendamento soppressivo, a margine dei lavori delle commissioni, ha evidenziato che “continuerà a sostenerlo” ricordando che martedì sera l’argomento è stato affrontato nella riunione dei senatori pentastellati.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/06/25/ex-ilva-limmunita-resta-decadra-nel-tempo/)

Nel corso della serata di ieri, sono emerse due possibilità per dirimere la questione: la prima ipotesi è quell adi mettere la fiducia sul decreto ‘salva-imprese’ all’esame del SenatoL’altra opzione in discussione, sarebbe lo stralcio dell’articolo. Ipotesi alternativa a quella della questione di fiducia. Appare quindi tramontata, la possibilità di riscrivere per la terza volta nel giro di pochi mesi la norma in questione. Del resto, farlo sarebbe quasi impossiible

Il problema, dunque, è tutto interno al Movimento 5 Stelle, perché è fuori discussione che il Pd e Italia Viva voteranno a favore dell’art. 14. Così come parte dello stesso Movimento. Ancora una volta dunque assistiamo increduli all’irresponsabilità politica (non solo a Roma) con la quale si affronta una vicenda così complessa come quella del siderurgico tarantino.

Prima si è urlato ai quattro venti contro quei partiti che avevano stabilito per decreto l’apertura forzata del siderurgico, promettendo una non meglio precisata chiusura delle fonti inquinanti una volta giunti alla guida del governo del Paese. Dopo di che, una volta saliti al potere, si è scelto consapevolmente di governare in alleanza ad un partito, la Lega, completamente a favore della non chiusura dell’Ilva che rifornisce decine di aziende del nord Italia, firmando l’accordo per la cessione in affitto dei rami d’azienda dell’ex gruppo Ilva alla multinazionale ArcelorMittal nel settembre dello scorso anno, dopo aver provato senza successo, chiedendo l’aiuto di ANAC e Avvocatura dello Stato, di dimostrare che il contratto in questione del 2017 fosse contro la legge. Non contenti, si è firmato un addendum a quell’accordo che prevede che qualora vengano stravolte le leggi e le prescrizioni del Piano Ambientale presenti all’atto della firma del contratto, ArcelorMittal potesse ritenere nulla l’intesa e addirittura rivalersi sullo Stato italiano.

(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2019/07/09/immunita-e-ambiente-laccordo-che-blinda-arcelor2/)

Pur sapendo tutto questo, cogliendo la palla al balzo fornita dalla sentenza della CEDU dello scorso gennaio, che ha stigmatizzato la scelta politica dell’Italia di aver agevolato la continuazione produttiva dell’ex Ilva a scapito della tutela della salute dei cittadini, e dal ricorso alla Corte Costituzionale del gip Ruberto del tribunale di Taranto, con il quale chiedeva lumi sulla costituzionalità della norma sull’esimente penale, si è scelto di riscrivere una prima volta la norma attraverso il Dl Crescita dello scorso aprile (il famoso articolo 2, comma 6, del decreto-legge 5 gennaio 2015, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 marzo 2015, n. 20,  quello che introdusse l’esimente penale), stabilendo la scandenza della stessa al 6 settembre. A fronte della minaccia di ArcelorMittal di lasciare la gestione del sito qualora non si fosse ristabilita la norma o quanto meno chiarito il perimetro della tutela legale garantita tempo addietro alla multinazionale, nell’art. 36 del Dl Crescita si precisò l’introduzione di un piano di tutele legali a ‘scadenza’.

Norma che non ha convinto i vertici della multinazionale, che hanno lavorato tutta l’estate con l’ex ministro Di Maio, per ‘aggiustarne‘ nuovamente il testo. E così, in pieno agosto, la stessa è stata nuovamente riscritta attraverso l’art. 14 del Dl Imprese, ‘Disposizioni urgenti in materia di ILVA S.p.A‘. In pratica la sostituzioni di alcuni termini del testo, che comunque confermava l’impianto precedente: la norma già con il decreto Crescita veniva infatti circoscritta al Piano Ambientale e per questo sarà applicata impianto per impianto, ancorandosi ai tempi previsti dal Piano Ambientale e non più dall’Aia per la messa a norma delle singole aree. Questo significa che mentre prima l’estensione riguardava l’attuazione del Piano Ambientale sino alla sua conclusione, adesso l’immunità scadrà ogni qual volta terminerà il termine previsto per l’attuazione di ogni singolo intervento. 

In entrambe le circostanze, si tratta di provvedimenti del Consiglio dei Ministri dove il vice premier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico era Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 Stelle.

Adesso che però si è al governo con il nemico di sempre (alias Partito Democratico) e che Di Maio non è più il titolare dei due dicasteri nonché vicepremier, un parte del Movimento torna alla carica e cerca di ostacolare l’approvazione di una norma che mesi addietro non è stata ostacolata dagli stessi che oggi la osteggiano. Siamo al paradosso. Ad essere buoni.

Di contro, si fa finta di non sapere che ArcelorMittal ha chiamato come ad Lucia Morselli, una super manager che non va molto per il sottile e che la legge, così come il dossier Ilva, la conosce molto bene. Che questo continuo ostcolare e cambiare idea, potrebbe comportare l’addio prossimo della multinazionale, lasciando il sito in uno stato ancora lungi da quello previsto e promesso dall’applicazione del Piano Ambientale, con tutti i risvolti negativi da un punto di vista sanitario e ambientale. Per non parlare del futuro lavorativo di oltre diecimila lavoratori, che non è dato sapere che fine farebbero.

E tutto questo, si badi bene, senza aver prodotto nemmeno una virgola su un eventuale ‘Piano B’, che darebbe un senso e una ragione a questo atteggiamento. Del resto, lo stesso Di Maio nell’ultima riunione del CIS lo scorso 24 giugno a Taranto (a proposito, siamo a metà ottobre ed ancora non si conosce la data della prossima riunione dello stesso rimasto per oltre un anno fermo sotto la gestione Di Maio), ammise candidamente rispondendo ad una domanda diretta del sindaco di Taranto, che non esiste alcun ‘Piano B’. Ma soltanto un ‘Piano A’: che prevede l’attuazione del Piano Ambientale da un lato, il completamento delle bonifiche e degli interventi previsti dal CIS dall’altro (tutti provvedimenti derivanti da altri governi ovviamente).

Per non parlare, infine, della nostra classe politica e dirigente locale e provinciale, oramai totalmente impegnata nella campagna elettorale delle regionali 2020, dove ovviamente la demagogia e il pressapochismo sulla vicenda Ilva regna sovrana e durerà sino ad elezioni avvenute. Si salvi chi può.

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Gianmario Leone, nato a Taranto il 2/1/1981, laureato in Filosofia, docente di Storia e Filosofia, per 8 anni opinionista del quotidiano "TarantoOggi" nel settore, ambiente, politica, economia, cultura e sport, collaboratore e referente per la Puglia dal 2012 de "Il Manifesto" e del sito "Siderweb", collaboratore dal 2011 al 2015 del sito di informazione ambientale www.inchiostroverde.it. Ha collaborato nel corso degli anni anche con altre testate on line o periodici cartacei come 'Nota Bene' e 'LiberaMente' ed è un'opinionista di "Radio Onda Rossa" e "Radio Onda d'urto". Collabora con Radio Popolare Salento. Dal 2008 al 2012 ha lavorato per l'agenzia di stampa "Italiamedia". Ha contribuito alla realizzazione del lungometraggio 'Buongiorno Taranto' e al docufilm 'The italian dust'. Nel dicembre 2011 ha ottenuto il “Riconoscimento S.o.s. Taranto Chiama”, "per il suo impegno giornaliero d’indagine e approfondimento sui temi ambientali che riguardano la città". Nel febbraio del 2014 invece ha ottenuto il premio dei lettori nel "Premio Michele Frascaro, dedicato al giornalismo d’inchiesta", indetto dalle Manifatture Knos e patrocinato dall’Ordine Nazionale e Regionale dei Giornalisti , attribuito in base al voto on line, per la sua inchiesta sul progetto “Tempa Rossa” (Eni), che racchiudeva gli articoli scritti tra il 2011 e il 2012.

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