Martina Franca ospita una mostra su Andy Warhol, attenti a non andare all’ultima ora….

 

pubblicato il 13 Ottobre 2019, 20:56
3 mins

Lo splendido Palazzo Ducale di Martina Franca ospita dallo scorso 23 maggio (tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 20) e lo farà sino al prossimo 9 dicembre una mostra diffusa (in contemporanea anche ad Ostuni e Mesagne) dal titolo “L’alchimista degli anni Sessanta”, su uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo (pittore, scultore, fotografo): l’americano Andy Warhol, il re della Pop Art.

Non staremo però qui a recensire questa mostra molto interessante – che rappresenta un momento culturale importante per il nostro territorio e che ospita alcuni pezzi da novanta delle sue opere raccolte tra i vari collezionisti come la Campbell’s Soup (opera d’arte realizzata nel 1962 raffiguranti su 32 tele la varietà dei barattoli di zuppa Campbell ripetuti quasi ossessivamente, a significare il bombardamento di certe pubblicità che colpiscono in modo subliminale le menti dei potenziali consumatori e che

provocano quel meccanismo di riconoscimento del marchio che è un caposaldo del mondo del marketing pubblicitario) o le Shot Marilyns (serigrafie cangianti su carta che l’artista realizzò nel 1967, tutte dedicate alla diva americana) o le copie autografate di alcune copertine di dischi, da lui create, che hanno fatto epoca come la banana  della band Velvet Underground dell’omonimo album di esordio o la zip del jeans apparsa sull’album dei Rolling Stones Sticky Fingers del 1971 – ma a soffermarmi sulle modalità opinabili di gestire eventi del genere che attirano l’interesse di un pubblico vasto e variegato. Può capitare, infatti, come accaduto a me sabato scorso, di imbattermi in alcuni addetti alla mostra piuttosto superficiali nell’accoglienza: anzitutto nessuna informazione sulla mostra, su cosa si andrà a vedere, nel desk una sola addetta alla biglietteria che in modo piuttosto dozzinale ha strappato in ben quattro pezzi il prezioso (per un collezionista come me) tagliando dopo aver arraffato i soldi. Ma quello che è apparso più sconcertante è che alle ore 20 spaccate il predetto personale ha, incurante della presenza di alcune persone che stavano ancora uscendo dalle sale, spento le luci delle stesse e cominciato a chiudere la porta principale lasciando negli astanti la sensazione di essere stati quasi cacciati.

La domanda/riflessione è una sola: si può fare cultura e magari anche turismo in questa maniera così provinciale?

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